Wednesday, April 18, 2012 , 02.45

anna dai capelli stronzi

questo non è certo un posto che si tira indietro di fronte ai fatti scomodi della contemporaneità. oggi voglio parlarvi di una cosa brutta. una cosa perfida, una cosa infame, viscida. voglio parlarvi, ebbene sì, di un complotto, un complotto delle industrie ai nostri danni.

parlo della maledetta industria delle tinture per capelli.

le tinture bionde o le tinture more sono subottimali, perchè una parte della popolazione è già bionda o mora, e quindi possono beccare solo il target complementare. per sfondare l’industria della tintura si è quindi riunita in segreto concilio (un concilio terribile,che ignora la luce del sole) per la strategia totale. e il risultato è la tintura rossa.

la maledetta, orribile, immonda tintura per capelli rossa. infatti le rosse naturali sono pochissime, e in ogni caso sono più arancioni che altro. per il resto, sia bionde che more possono tingersi di rosso, e quindi la tintura rossa attrae maledettamente entrambe. perchè il rosso e non il blu, o il verde? perchè il rosso suona comunque “naturale”, e quindi va bene anche per segmenti di mercato conservatori. il rosso inoltre è un colore con delle vetuste simbologie passionali, cosa che lo rende ulteriormente gradito alle persone superficiali.

non a caso la tintura rossa (nelle sue varie tonalità, dall’abominevole arancio “lavolpechefugge” all’infernale prugné) ha iniziato la sua dominazione proprio nel segmento delle vecchie truccatissime di sardelliana memoria. le quali, consce purtroppo che non potevano passar liscia una improbabile tintura bionda o scura vagamente realistica, hanno usato il rosso come simbolo dell’ ok mi tingo perchè anche se ho la figa secca come i crateri di Mercurio mi piace ancora il cazzo.

e fin qui, poco male. il rosso diventava un semaforo della Raggiunta Menopausa, una colorazione aposematica dello stato di cougar.

invece le grinfie del malvagio gomblotto delle tinture per capelli hanno ovviamente usato questa come testa di ponte per raggiungere tutte le fasce d’età. hanno infiltrato le deboli menti del popolo, hanno convinto milioni di giovani donne del falso, ovvero del fatto che i capelli rossi sono occhei, e ora ci troviamo con ventenni che si tingono i capelli come Wanna Marchi.

donne, se mi leggete, prestate attenzione. i capelli rossi di norma fanno cagarissimo. sanno di vecchio, di stantio, di lacca per capelli della nonna e di rughe nascoste dalla cipria. sanno di tristezza. nessuna delle varie tonalità rosso-menga si salva. il rosso è un colore nè di qua nè di là, nè carne nè pesce. è un colore pavido. un colore debole. un colore che lungi dal significare indipendenza e arrapantesimo, simboleggia solo vigliaccheria e supina passività. è un colore cattolico.

quindi fanciulle giovani e piacenti, smettete di conciarvi con i riflessi di merda come vecchiacce fetide, e tornate a un bel corvino, a un biondo, o comunque a un colore netto e sincero, foss’anche il verde mela. e ricordate comunque cosa diceva Tertulliano: Tu es diaboli janua, tu es arboris illius resignatrix, te es divinae legis deserti, tu es quae cum perusasisti, quem diabolus aggredi non valuit. Tu immagine Dei, nomine, tam facile elisisti: propter tuum meritum, id est mortem, etiam Filius Dei mori habuit; et adornari tibi in mente est super pelliceas tuas tunicas?

(Tu sei la porta del diavolo, tu sei la profanatrice dell’albero della vita, tu sei stata la prima a violare la legge divina, tu sei colei che persuase Adamo, colui che il diavolo invece non riuscì a tentare. Tu che hai infranto l’immagine di Dio, l’uomo, con tanta facilità. Per causa tua esiste la morte, anche il Figlio di Dio ha dovuto morire. E tu hai in mente di adornarti con altro che non siano le tuniche che coprono la tua pelle?)



Saturday, March 10, 2012 , 21.39

in hoc signo fails

una piccola farfalla morta dentro al bicchierino che uso per prendere l’antidepressivo.

se questo non dice tutto, non so cos’altro mi serva.



Saturday, February 25, 2012 , 18.45

dall’inconscio di brullonulla, oggi


 

essere inseguito dalle brigate rosse.

assistere a omicidi, omicidi, omicidi.

temere disperatamente per la propria vita.

osservare una propria ex scopata da gente altrui.

pisciare sopra a gente nella vasca da bagno mentre suona questa canzone.

tutto prima di svegliarsi. buona giornata.



Wednesday, February 8, 2012 , 13.40

e se tornassi?

così, zitto zitto?



Wednesday, July 14, 2010 , 17.51

stavolta per davvero

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avrete capito dall’assenza di aggiornamenti, dai monoscopi vari etc. che mi sono rotto il cazzo.

ma in particolar modo, brullonulla non e` piu` il corretto spazio per me. sono passati anni, tanti anni. sono cambiato io, siete cambiati voi, e ormai non sono piu` la persona che ha iniziato e portato avanti questo posto, e questo posto non e` piu` fatto per voi.

una volta tanto ci togliamo la maschera e siamo sinceri e batuffoli. e` stato bellissimo. grazie a questo blog ho conosciuto (online e in real life) persone meravigliose e stretto amicizie (se non qualcosa di piu`) che mai altrimenti avrei potuto. ho riso e ho pianto, come i semplici. e` stato qualcosa che mi ha accompagnato per anni e che e` stato bello, qualcosa che e` nato come niente e che invece mi ha ripagato infinitamente. qualcosa che ha accompagnato un periodo essenziale della mia vita. oh le stronzate online, cosa possono fare.

ma brullonulla finisce qui. non sono piu` io. non mi ci riconosco piu`. e` ora di crescere e passare oltre.

il che non vuol dire che sparisco da internet. al contrario, penso ritornero` a scrivere, ma in altre incarnazioni piu` congeniali, altrove. coloro a cui tengo verranno informati.

grazie a voi, di tutto. grazie di cuore



Tuesday, April 6, 2010 , 00.43

una recensione del vangelo secondo matteo

il monoscopio aveva molteplici ragioni. vi basti sapere che ho scoperto i magici mondi degli psicofarmaci emo e della polmonite bilaterale. durante quest’ultima ordalia ho passato un weekend in ospedale (a proposito, l’ospedale di cambridge spacca culi, perfino il cibo era buono) avendo a disposizione per 36 ore come unico testo un’edizione dei vangeli fino a quando un caritatevole collega non mi ha portato più amene letture (i consigli di giardinaggio del supplemento del Times).

era però dai tempi del santo catechismo che non leggevo il vangelo, e rileggere con occhi freschi il vangelo secondo matteo mi ha decisamente illuminato, e mi pare giusto recensirlo a beneficio del pubblico bove.

l’inizio è dei migliori: un peculiare elenco di nomi propri. a me piacciono gli elenchi (una deformazione di stampo borgesiano) e piace leggere nomi propri bislacchi: Esrom, Aminadab, Naasson, Booz (il migliore credo), Acaz, Zorobabele (no, il migliore è questo), etc. l’elenco sarebbe invero la genealogia di gesù, e qui domande su domande su chi cazzo abbia tenuto il registro di tale genealogia per quasi 1000 anni. ma transeat.

dopo di che, una prima incongruenza, decisamente imperdonabile:

22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

23 “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio
che sarà chiamato Emmanuele,”

che significa Dio con noi. [...] la sua sposa, 25 la quale, [...] partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.

non so: a casa mia Gesù non è Emmanuele, magari sbaglierò.

abbiamo poi una confusa e malscritta storia su magi, re e stelle che è del tutto priva di interesse e causa solo sbadigli. andiamo avanti fino a 3:7 e notiamo apparire una caratteristica ossessiva di questa novella: il bashing di farisei e sadducei.

metà del libro è infatti occupata da insulti variegati contro queste due categorie. è da notare che, a parte gli sbraiti dei personaggi principali (prima Giovanni Battista, poi Gesù) i farisei e sadducei recitano di norma la parte dei personaggi ragionevoli, ponendo domande del tutto sensate e comportandosi regolarmente con la massima educazione. ciò nonostante vengono ripetutamente insultati, apostrofati come “vipere” e ridicolizzati. le motivazioni di tale comportamento sono sempre confuse e oblique, il gergo è quello tipico dei pamphlet diffamatori. considerando che i farisei sembrano essere i progenitori dell’odierno giudaismo rabbinico, sembra sensato considerare il vangelo secondo matteo un pamphlet antisemita ante litteram.

dopo di che, inizia anche (da 4:1) una serie di reticenze di gesù che ricordano un po’ le giustificazioni di qualunque cialtronesco santone. arriva Satana che, giustamente, gli dice “se sei il figlio di dio, fammi un po’ vedere”. e lui risponde con frasette ad effetto da smart alec di stocazzo, ma intanto nicchia. satana giustamente si rompe il cazzo di tanta buffoneria e se ne va. dopo di che, inizia l’opera da santone: gironzola per villaggi guarendo un po’ di gente qua e là. resta il mistero sul perchè il Figlio di Dio non potesse guarire tutta la Galilea contemporaneamente, senza arrivare fisicamente lì a imporre mani, o perchè non potesse generare una fornitura inesauribile di vaccini, ma il nostro amico è un po’ fricchettone, che ci volete fare.

segue lungo monologo, colmo di consigli più o meno buoni, dove spicca un’altra ossessione del nostro: i fichi.

gesù è infatti goloso di fichi, e sembra invece detestare le more, che infatti ignora nel seguente versetto (7:16-17): “Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi”: no caro gesù, non si raccolgono fichi dai rovi, ma i rovi producono ottime more, non si capisce perchè debbano essere considerati frutti cattivi.

l’ossessione dei fichi ricorre altre volte (e.g.24:32) ma in particolare in un episodio, ben più avanti ma che riporto subito perchè completamente sconcertante. 21:18-19: “La mattina dopo, mentre rientrava in città, [Gesù] ebbe fame. Vedendo un fico sulla strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: “Non nasca mai più frutto da te”. E subito quel fico si seccò.” – il vangelo di Marco specifica anche che non era stagione di fichi. il gesto sembra dettato da puro rancore: non è mica colpa del fico se non ci sono fichi, e in ogni caso poteva usare i suoi poteri magici per far sbucare un tot di fichi. invece no, vendetta e morte sulla malapianta, così, perchè siamo incazzosi e golosi di fico.

mi rendo conto che la stiamo facendo lunga -dovrei scrivere un fascicolo dettagliato sull’argomento- quindi velocizziamo. si va avanti tra guarigioni/resurrezioni a capriccione e invettive varie. gesù in generale fa la figura di un santone paranoico e permalosissimo, che non ci mette nè uno nè due a sfanculare interi villaggi perchè magari l’hanno guardato un po’ storto: (13:58): E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.. di fronte ai soliti farisei, posto davanti a corrette ed ovvie richieste di prove, di nuovo gesù fa lo gnorri sgusciando come un’anguilla in nome di una supposta superiorità morale (12:38-39; ma anche 16:1-4): “Allora alcuni scribi e farisei lo interrogarono: “Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno”. Ed egli rispose: “Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato” – bravo stronzo, son buoni tutti così.

ulteriori gesti berlusconiani (pani e pesci così per tutti, camminata sulle acque per bullarsi) e ulteriori monologhi, stavolta sotto forma di raccontini metaforici. tali raccontini sono generalmente, con rare eccezioni, piuttosto scialbi e in almeno metà dei casi ripetono monotonamente quanto è figo quanto è bello il regno di dio.

uno dei sadducei un bel giorno pone a gesù una domanda abbastanza capziosa su che fine fanno mogli e mariti in cielo: si scopre così che il regno di dio è una tediosa castissima merda (22:30): “Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo.”

in 26:6-11 gesù mostra di essere tanto vanesio quanto presuntuoso: “gli si avvicinò [a Gesù] una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. 8 I discepoli vedendo ciò si sdegnarono e dissero: “Perché questo spreco? 9 Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!”. 10 Ma Gesù, accortosene, disse loro: “Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. 11 I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete.” – come dire “certo certo, i poveri piccini sì, però intanto avere le troje che mi profumano è una figata quindi non rompetemi i coglioni, che son figo io e me lo merito”.

la conclusione è abbastanza inevitabile. uno dei discepoli giustamente si è gonfiato i coglioni e lo rivende per trenta denari; un altro non lo rivende però si guarda bene dal dire di conoscerlo quando interrogato: evidentemente c’è da vergognarsi di frequentare costui, e non li biasimo. la folla intera piuttosto che tenersi in casa codesto rompicoglioni saccente e millantatore decide di farlo crocifiggere, a costo di liberare un noto criminale al suo posto. l’inverosimile storia di resurrezione for teh lulz è storia nota.

in parole povere: un testo decisamente malscritto (piattissimo, colmo di ripetizioni, scarno) che descrive brevemente le avventure di un cialtronesco e permalosissimo santone salvato -e poi condannato- dalla sua parlantina. francamente evitabile: se si vuole una guida spirituale, consiglio di gran lunga un testo di ben più alta saggezza.



Wednesday, February 3, 2010 , 22.07

l’ora del monoscopio

come avrete già intuito, non è il momento nè il luogo.

non lo è proprio per un cazzo.



Tuesday, December 29, 2009 , 15.59

mi manca stalin

magari l’ho già detto ma mi manca stalin. voglio dire, stalin non l’ho ovviamente mai conosciuto. ma come cantava un oggi parlamentare di AN, “il futuro è soltanto il ricordo di uno stupendo passato”. e l’iconografia staliniana. la fisionomia esattamente a metà tra asiatica ed europea, simbolo della sua unione sovietica, lo sguardo da padre severo e pacioso, il piccolo padre di ispirazione zarista. il buon stalin, che ti manda sì nel gulag, ma perchè è un padre, che punisce i suoi figli con la cinghia, per farli crescere migliori. e poi tocca che gli nasca un gorbaciov nel suo futuro, ma questa è un’altra storia.

nella mia biblioteca fa bella mostra di sè, inconsapevolmente preziosa, un’antologia oscar mondadori delle opere di stalin, anno 1970, a cura di tale giuseppe boffa (personaggio che una brevissima ricerca su google ci informa non da poco: senatore, mediatore privilegiato nei rapporti PCI/URSS, autore di una storia dell’Unione Sovietica, eccetera). la mia copia, bancarellata, reca peraltro un incomprensibile autografo datato “Bologna 1980″, con quel che ne consegue. ci piace. in essa antologia, si trova la seguente frase dell’Uomo D’Acciaio:

“Possono queste deficienze venir liquidate? Sì, incontestabilmente. Potremo liquidarle quanto prima? Sì, nel modo più assoluto. Nessun dubbio può esistere a questo proposito.” (Sul lavoro nelle campagne, gennaio 1933, in “Per conoscere Stalin”, Mondadori 1970, p.277)

che bel mondo era quello. “incontestabilmente. nel modo più assoluto. nessun dubbio può esistere.” l’opera di stalin, qualora non si concentri sul ridicolizzare i propri avversari in modo monotonicamente pretestuoso, è meravigliosa nel suo ottimismo muscolare e tetragono. mettici più trattori, e vedrai che funzionerà. e se non funziona, è perchè i kulaki iniettano la meningite ai cavalli (immagine meravigliosa, metafora totale, sebbene forse involontaria: il bieco kulako armato di siringa che infetta il cervello del motore del contadino, così come infetta il cervello del popolo, motore della rivoluzione, con le idee controrivoluzionarie).

la prosa staliniana è altrettanto sublime, greve come le cinghie di un carroarmato, colma di ripetizioni e di afone prolissità. è deliziosa specialmente in quanto la versione italiana -di Togliatti!- è grammaticalmente scadente, dimentica dei congiuntivi, fortificandone la rudezza. un esempio:

“Questa tesi di Zinoviev, come vedete, scaturisce per intero dalle definizione sbagliata che egli dà del leninismo. Perciò essa pure è sbagliata, così come è sbagliata la sua definizione del leninismo.
È giusta la tesi di Lenin che la dittatura del proletariato costituisce il contenuto essenziale della rivoluzione proletaria? Penso che è giusta. E allora che cosa ne risulta? Ne risulta che la questione essenziale del leninismo, il suo punto di partenza, la sua base, è la questione della dittatura del proletariato.”
(“Questioni del leninismo”, gennaio 1926, in op.cit. p.84)

leggo che il partito comunista della Nuova Zelanda fu uno dei pochissimi partiti comunisti del mondo capitalista a mantenere fedeltà allo stalinismo dopo la scomparsa di stalin. altra epoca, quella in cui l’idea di un socialismo di lingua inglese in Oceania (…) poteva avere una possibilità.

leggo che Hoxha mandò letteralmente affanculo il mondo intero per mantenere fedeltà a stalin, riuscendo a isolarsi dall’intero mondo conosciuto come neanche la corea del nord:

“But to hell with them! We shall fight against all this trash, because we are Albanian Marxist-Leninists and on our correct course we shall always triumph!”

a londra, in una skyline che tutto sommato ha poco da dire, mi fa sempre piacere vedere la tate modern. un edificio che in quest’epoca di iphones (ed ebbene sì, anche yours truly vi scrive da un macbook) e di grattacieli anali si prende l’arroganza

di essere enorme, monolitico, e supremamente fallico. il mondo, facciamocene una ragione, ha bisogno di cazzo.



Wednesday, December 9, 2009 , 02.19

andare a lavorare

la scienza ha anche un po’ rotto il cazzo. farla, la scienza, intendo. tra i vizi e le virtù della più nobile disciplina dell’uomo (ma vedremo fra poco casi di discipline quasi altrettanto nobili) c’è la tragica constatazione che è un mestiere in cui non sei mai competente su quello che stai facendo. suona male, ma se ci pensate è ovvio. fare scienza seriamente di norma significa inventare/fare qualcosa che non hanno mai fatto prima, e quindi è impossibile essere automaticamente competenti al riguardo.

il che significa fare il bagno nel brodo di paranoia e grandinare porcodio come un cumulonembo sulla kamchatka. se a questo aggiungete il fatto che è un lavoro precarissimo per definizione e che vivo in un ambiente di lavoro dal desolante panorama di fighe di legno, la cosa non si fa per nulla rosea. pertanto -visto che probabilmente la mia permanenza a cantabrigia non durerà più di 18 mesi ancora- sto iniziando a considerare ulteriori possibilità. alcune delle quali sono:

recensire forme di vita. benchè si parli un bel po’ delle meraviglie della natura, è estremamente latitante una elegante disamina estetica di codeste bestie del cazzo che esuli dall’eterno dilemma “è meglio il cane/è meglio il gatto”. una roba del tipo: Plasmodio della Malaria: Ciclo vitale tipico dei parassiti ma non per questo meno figo, morfologicamente semplice ma elegante, il plasmodio della malaria è un compagno di vita mai noioso che purtroppo è amico dei negri e disdegna il gin tonic. Voto: 6.

picchiare i minorenni vista la seriamente drammatica mancanza di disciplina delle giovani generazioni, è il caso che si corra ai ripari. spaccare le rotule a chi marina la scuola e tempestare di nocchini gli adolescenti sguaiati sull’autobus sono solo tra i primi provvedimenti che un nuovo, limpido corpo di militi dovrà intraprendere per sostituirsi al deboscio genitoriale.

il creazionista di professione al modico prezzo della perdita di qualsiasi rispetto per sè stessi, sarebbe la carriera perfetta. ai creazionisti non mancano certo i soldi, ma sono disperati del poter vantare tra le loro fila qualsiasi personaggio abbia una vaga familiarità con le scienze biologiche e sia capace di non ridere mentre dichiara che le banane sono la prova dell’esistenza di dio.. potrei quindi tirare a campare facendo conferenze nella Bible Belt, sbucciando banane, contestando l’ovvio, contemplando cosmologie aberranti e facendomi amico un sacco di pazzi malsani. bonus: il supporto di giuliano ferrara.

le seghe. last but not least, signori miei, le seghe. alla fine il mio breve ma intenso pegno alla società l’ho dato, eccheccazzo. trovo, come dire, scandaloso che non si permetta a un personaggio del mio sussiegosissimo calibro, della mia nativa e abbagliante aristocrazia, di non poter essere mantenuto dalla società di voi bovinissime bestie per il solo, nobile scopo di massaggiare la setosa pelle della mia verga e rovesciare il mio preziosissimo sperma sugli infermi e sui peccatori. orsù, preparate il divano. voi altri, forza coi kleenex! adorate il divino augello!



Saturday, November 14, 2009 , 20.11

ce ne siamo liberati

a bocce ferme possiamo finalmente tirare un piccolo, quasi impercettibile sospiro di sollievo per uno degli eventi più attesi dall’autore di questo blog: la scomparsa di alda merini.

prima di tutto siamo sollevati perchè la merini non scriverà più. la merini è stata uno dei più limpidi esempi della cattiva cultura letteraria in italia. ovviamente di pessima letteratura scoppia tutto il globo terracqueo, e la merini, sebbene al massimo possa aspirare a un’opaca mediocrità, non era peggio o meglio di mille altri anonimi. e allora perchè? ci arriviamo subito.

fa comunque parte della mia stupidità insistere nello stupirmi per il fatto che venga ritenuta una “grande poetessa del novecento” (quindi alla pari con gente come Zanzotto, De Angelis, Sanguineti, Montale) qualcuna che ha avuto il coraggio fino a poco prima di morire di buttare in giro cose completamente grottesche e penose come una poesia in memoria di mike bongiorno. ma per capire il vero seguito della povera alda basta vedere i nomi di chi la voleva premio nobel: Rocco Buttiglione, Paolo Bonolis, Lucio Dalla e Monsignor Brambilla di San Simpliciano.

ma alda merini, questo è il problema, è stata soprattutto una delle icone di quel pozzo caramelloso e disgraziatamente adolescenziale in cui si incista tanta letteratura negli ultimi 50 anni. quel mondo fatto di eterni studenti che non hanno mai letto Dante o Musil ma si sentono colti perchè leggono Palahniuk. quel mondo, figlio del mai troppo maledetto romanticismo, che crede che basti essere un po’ mattacchioni, avere qualche brutta esperienza con la psichiatria old school, buttare giù qualche verso a caso e infine (essenziale) trovare gli amici del circoletto di simpatia giusti perchè si possa essere Grandi Artisti. il risultato tangibile di tale grottesco attention whorismo è penoso più per la povera defunta pseudopoetessa che altro: le testimonianze della merini sono cose come blog-tributo degni del cottolengo, giornali in estasi perchè la merini scriveva sui muri ; la merini nuda fiera del suo essere un’inguardabile vecchia boda sudata (operazione a cui classicamente segue borborigma su la poesia il corpo blablabla).

scrivere, anche scrivere poesie, non è una cosa banale, ma è amaramente banalizzata (del resto è anche colpa mia, io sono qui, scrivo, e non dovrei, probabilmente). la poesia, che fu un tempo la letteratura per eccellenza, è tragicamente diventata nel dopoguerra una subculture non diversa da quella dei rappers o dei collezionisti di piatti del buon ricordo. incapace ormai di dipingere cosmogonie, di fare alcunchè che non sia guardarsi l’ombelico e organizzare senili, vuote, tristi premiazioni reciproche.

è probabile che il problema della poesia siano i poeti. il termine poeta -che giustamente crea brividi e imbarazzo ai più- andrebbe abolito. andrebbe legislato che tutte le poesie debbano essere depositate in forma rigorosamente anonima, pubblicate in sillogi casuali stampate su carta grigia, distribuite gratuitamente su autobus e treni, con minimo 10 anni di ritardo dal deposito. solo allora riacquisterebbe un senso, una preziosità.

“I poeti, che brutte creature / Ogni volta che parlano è una truffa”



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