Monday, June 29, 2009 , 02.24

il metodo di esaustione

io sono stanco. no, non è perchè voglio iniziare una lagna su quanto lavoro e mi fanno lavorare i weekend e non funziona un cazzo e qua e là (anche se è vero). no, è che proprio sono stanco. ci sono nato stanco forse, e ora sono più stanco.

sono stanco da anni. mi alzo la mattina e sono già stanco. mi sveglio perchè non riesco più a dormire, ma sono comunque esausto. vado a lavorare e vorrei morire. non perchè mi dispiaccia il lavoro (anzi) ma perchè non sono in grado. non ci riesco. non mi concentro. dovrei riposare. poi verso mezzogiorno riprendo le forze, ma poi si deve mangiare. e ritorno inutile. fino alle cinque. poi riprendo, ma si fa notte, e sono di nuovo stanco.

non ce la fo più. una volta facevo le cose. un sacco di cose. ora non so più che fare. torno a casa e voglio solo sbavare. non ho la forza neanche di scrivere qualcosa. figurarsi imparare quella chitarra là sdraiata, o buttare via i vecchi giornali. figurarsi qualunque cosa. la mia testa non pensa più. la mia testa vuole solo dormire.

io non so cosa sia ma vivo in quest’incubo da 2-3 anni, e mi pare lentamente ma inesorabilmente peggio. sempre peggio.

pertanto non mi sono neanche ancora messo qui a recensirvi l’inghilterra. che boh, alla fine sarebbero sempre le cose che sapete tutti: è tutto batuffolo e pulito, non c’è il bidet, le ragazze inglesi il sabato sera bevono come bestie e si vestono come le peripatetiche italiane, i ragni sono ovunque, e blabla. ma che ve lo racconto a fare? l’ultima puntata di battlestar galactica inoltre mi ha fottutamente deluso, e quindi non posso neanche consolarmi con orgasmi cyloni.

finisce così che mi riascolto will oldham, come undici anni fa, e mi domando se non farei bene a buttar via tutta la baracca e friggere granchio in svezia. ché il granchio è buono, e friggerlo dà soddisfazione, la soddisfazione dell’uomo che vince l’artropode, e non viceversa, come ovunque accade.

Wednesday, June 17, 2009 , 01.11

gli atomi di gasparri

ci pensate mai? a gasparri dico. pensate a gasparri. pensate alle gambe di gasparri, quando si alzano dal letto, o quando fanno il bagno. pensate a gasparri che si toglie i pantaloni per cambiarsi le mutande. pensate alla mano di gasparri, al suo polso che spalma una marmellata sul pane. e i piedi di gasparri? ci pensate che ci sono molti atomi che compongono i piedi di gasparri? il cielo, le sostanze, i tempi hanno cospirato per formare i piedi di gasparri. cosa pensa gasparri? a gasparri piacciono le ciliegie? o i pomeriggi di settembre? quando gasparri si annoia, cosa scarabocchia? preferisce la matita fine o la matita morbida? cosa preoccupa gasparri? che cosa teme? forse il numero otto gli ricorda il colore della ruggine? ripensa al passato e si pente di un amore perduto? per cosa piange gasparri? gli insetti che incontrano gasparri e lo ignorano, lo sanno?

Friday, June 12, 2009 , 10.34

flashes of flashes

logo italia

ho finalmente GLI INTERNETZ a casa

ho avuto il mio primo attacco di panico.

a presentare il meteo della BBC c’è una specie di maghrebino strabico, poi uno dice che diventa razzista

a questo proposito, il BNP non mi ha mandato volantini per le elezioni, avranno capito che sono uno sporco immigrato.

i media inglesi sono letteralmente ossessionati da berlusconi, di cui parlano almeno tanto quanto del loro presidente (probabilmente perchè è molto più divertente).

more news a breve. nel frattempo, visto che se ne parla, vi mostro il mio logo per l’italia.

Sunday, May 17, 2009 , 18.31

ciao da celestopoli

re babar, sdraiato alla luce dell’abat-jour nell’ampio ma essenziale rifugio anti-fallout reale, gli occhi che fissavano il vuoto, ripensava agli eventi che portarono alla guerra. alla fine toccò a loro lanciare i missili per primi. le truppe dei rinoceronti avevano passato il confine di sorpresa. l’attacco fu fulmineo. le città degli elefanti più vicine al regno di ratacea vennero rapidamente occupate o distrutte. l’esercito di celestopoli si riorganizzò rapidamente e impedì temporaneamente la capitolazione dell’impero dei pachidermi, ma lo stallo portò i due stati sull’orlo dell’isteria. per settimane pompadour dichiarò con voce incerta alla televisione che “i colloqui col ministero degli esteri dei rinoceronti ispirano un cauto ottimismo” e che “è prossima la firma congiunta di un cessate il fuoco”. e quasi sembrava vero: quando re babar seppe che al nord la popolazione di un’intera città era stata dimezzata da un attacco chimico particolarmente raccapricciante. a questa notizia il consigliere cornelius non potè che scuotere la testa tristemente, arrotolare la proboscide e mormorare alea iacta est. un ultimatum di cessate il fuoco immediato ebbe in risposta l’avanzata delle truppe rinocerontine. babar in persona, tremante, firmò l’ordine di lancio sulla porta del rifugio antiatomico.

ora venticinque metri sopra la sua testa stavano le rovine calcinate della periferia di celestopoli. qualche chilometro a nord una brulla collina bruciata occupava il luogo dove prima stava la reggia. babar non poteva averla vista, ma immaginava lo scempio. nè lo consolava sapere che la reggia di re ratacea era con ogni probabilità nelle stesse identiche condizioni.

poche ore fa cornelius era giunto, muto e pallido, con una smorfia indecifrabile dipinta sulla proboscide, recando un comunicato formale di re ratacea. al di là dell’orgoglio del dittatore e delle perifrasi del linguaggio diplomatico, si trattava di una chiara e spaventata richiesta di tregua. babar la firmò senza quasi guardarla e la posò nelle zampe di cornelius. pompadour avrebbe dovuto ratificarla, ma non poteva. si trovava da più di un giorno in un angolo buio a piangere singhiozzando, senza mangiare. l’intera sua famiglia si trovava poco fuori città durante l’allarme e doveva pregare fosse morta: in caso contrario sua moglie e i suoi figli starebbero agonizzando, divorati dalle radiazioni.

i figli pom, flora e alexander rimanevano incollati alla radio, gli occhi spenti. le rarefatte notizie che giungevano da vari punti della foresta erano all’incirca identiche. i missili della rappresaglia di ratacea avevano colpito l’intero regno. un gigantesco incendio si stava propagando nella zona nord-ovest attorno a celestopoli. la direzione del vento aveva relativamente risparmiato il sud dal fallout, ma si trattava anche della zona meno popolata del regno. la radioattività stava uccidendo l’intera fauna esterna, e quasi nessuna zona della giungla era sicura. flora prendeva in silenzio appunti su un grosso quaderno, commentando ai margini. il cugino arthur, quando non era preso dall’organizzazione della vita nel rifugio, si univa a loro e inviava dei brevi e informali messaggi di incoraggiamento via radio ai rifugiati. tutto sommato arthur era il più ottimista. viveva la guerra nucleare e il rifugio come una tragica ma fiera e onesta avventura, in cui poteva fare appieno la sua parte.

la regina celeste era nell’altra stanza, con la piccola isabel. raramente uscivano di là. celeste formalmente appoggiava babar, ma segretamente non concepiva che il proprio marito avesse permesso tutto questo. ciònonostante non ne parlavano mai. pubblicamente, fingeva di sostenerlo, di incoraggiarlo, ma la freddezza nella voce di celeste, rotta solo dall’ansia, era una finestra sul cuore della regina.

ora babar pensava, con gli occhi aperti che non guardavano, la proboscide afflosciata da un lato. pensava a incontri diplomatici con rinoceronti cortesi e dalla parlantina sciolta, pensava ai suoi militari che lo consigliavano così ragionevolmente, pensava al discorso del 31 dicembre, dove aveva infiammato il morale della nazione con quell’ultimatum così vibrante, opera della penna di pompadour -senza la quale sarebbe stato un oratore limpido ma infinitamente tedioso. lo stesso pompadour che ora mormorava preghiere davanti alla radio, la bava alla bocca, lo sguardo umido e mobile di represso terrore. pensava alle radiazioni che avvelenavano tutta la città sopra di lui, alle polveri letali che il vento trasportava, all’incendio che forse bruciava ancora.

arthur bussò alla porta. re babar barrì, e i colpi alla porta cessarono. sentì qualcuno dei suoi figli, forse flora, piangere flebile dietro di lui. babar non ci fece caso.

dopo gli interminabili venti minuti del bombardamento -venti minuti di tuoni profondi e remotissimi, come gong dell’altro mondo- ora nel rifugio c’era solo un concerto di suoni acuti, irregolari e sinistri. a volte un bicchiere cadeva, altre volte qualcuno singhiozzava, in generale si bisbigliava ovunque, come in chiesa, salvo poi dover chiudere le porte per attutire le urla di qualcuno del personale i cui nervi cedevano.

poi babar chiuse gli occhi, e gli apparve davanti un muro di fiamma. un enorme muro di fiamma, interminabile, dall’odore acre e profumato. cosa brucia? cosa brucia? mise a fuoco, e vide le sagome dei suoi alberi di mango, nel giardino reale. avrebbe dovuto vedere milioni di elefanti bruciare vivi, e altrettanti milioni di rinoceronti. e invece no, vedeva solo gli alberi di mango profumati e lussureggianti del suo giardino -i più bei alberi di celestopoli!- bruciare in una fiamma infinita, un incendio sferico di cui lui era il centro. l’incendio si solidificò, le lingue di fiamma si fecero di cera rossa e colorata, e re babar si trovò lungo una strada. era una strada che aveva visto da bambino, non ricordava nè dove nè quando, ma era familiare. la percorse infinite volte, perchè si ripeteva, continuamente, e dietro le case bianchissime e pulite stavano le lingue di fiamma, solidificate. capì che era la strada che portava al palazzo reale: non la riconobbe perchè in fondo il palazzo reale non si vedeva mai. ma a quel punto si trovò a cadere in una scatola di cenere, e la scatola di cenere si ingrandì, e affondò nella cenere.

re babar si svegliò. doveva essere già mattina. si trovò davanti i suoi figli, con gli occhi lucidi.

“pompadour.”

“sì.”

“pompadour è uscito.”

celeste passò davanti alla stanza. guardò il marito negli occhi. mosse lentamente la proboscide, silenziosa. passò oltre. re babar la seguì con lo sguardo, poi tornò a letto.

due ore dopo, re babar non fece alcuna colazione. la telescrivente riportava notizie estremamente confuse dal regno dei rinoceronti, che in qualche modo sembravano implicare che ratacea fosse incapacitato o morente. “stronzate” sibilò re babar tra le zanne. “non sappiamo neanche se è giorno o notte”. guardò inebetito i ministri che supplicavano da lui un’idea su cosa fare. una qualunque cosa per fare e non pensare. li congedò senza una parola.

a pranzo arthur, come sempre, guidava la conversazione. più che guidarla, monologava. era l’unico nel rifugio che manifestasse una incrollabile volontà di vivere -se si esclude forse flora e il suo enigmatico quaderno di appunti. questa volta si era convinto che dovessero distrarsi con un piccolo torneo di ping pong, e stava considerando come ricavare racchette da alcune assi di legno nella sua stanza, e se dividere le squadre in maschili e femminili. le donne annuivano. nonostante tutto il suo improbabile ottimismo riscaldava loro il cuore. la maggior parte dei presenti comunque non prestò alcuna attenzione all’effettivo contenuto delle sue parole. re babar, sorprendentemente, cercò invece di mantenere la conversazione e gettò sul piatto anche qualche timida battuta di spirito. verso la fine del pasto un militare gli sussurrò qualcosa all’orecchio. avevano ricevuto alcune foto satellitari. re babar non volle vederle. i militari discussero fra loro perplessi, poi abbandonarono la saletta.

l’odore dei manghi. i suoi manghi bruciati.

babar guardò i suoi figli davanti alla radio, ascoltare un comunicato del ministero degli interni di ratacea, poi i radiogiornali di alcuni paesi confinanti, piagati dal fallout. tutti dichiaravano che non avrebbero inviato alcun aiuto immdiato e sembrava ci fossero discussioni su come occupare e smembrare ciò che rimaneva dei due paesi belligeranti. girò la testa e trovò celeste, immobile, fissarlo. isabel era sulle sue gambe, addormentata. gli altri figli avevano lo sguardo vuoto e tetro. pareva non avessero mai conosciuto una gioia, una volontà.

“pensi di fare qualcosa?” chiese celeste.

re babar non rispose. si alzò con infinita fatica, lisciandosi le zanne con la proboscide e si diresse verso l’ufficio per trovare i militari. chiese loro soltanto se all’esterno l’incendio era finito. pareva di sì. non vorrebbe sapere se… “no.” ma i livelli di radioattività… “no.”

re babar si accorse di un altro odore acre e dolce allo stesso tempo, ma assai sgradevole. era sè stesso. aveva bisogno di una doccia, ma l’acqua era razionata e lavarsi compiutamente non era possibile. oh beh, tanto peggio. scovò una boccia di dopobarba e se la spalmò sul corpo. rise, pensando che altri re, in altri paesi, secoli fa, erano usi fare lo stesso per coprire gli odori del corpo. “stile Luigi XVI!” -e sorrise. poi si spogliò dell’uniforme militare e cercò gli abiti regali. un mantello, un ermellino, lo scettro. ecco i pantaloni blu con le righe rosse, la giacca verde. si ingioiellò le zanne come non aveva fatto mai dal giorno del matrimonio. le scarpe nuove, appena velate di polvere, scricchiolavano.

si chiuse accuratamente la porta dietro le spalle. con incedere lento e cauto percorse il corridoio. non lo vide nessuno. giunto alla grande porta blindata, si trovò davanti flora, il volto senza emozioni.

“esco.”

il viso di re babar era una maschera maestosa, il suo corpo era alto come mai, le sue zanne erano lucide e possenti, la sua proboscide formava una curva elegante e simmetrica. il viso di flora, così giovane, era già una maschera di stanchezza. non c’era astio nella sua voce o nella sua espressione: solo un’infinita stanchezza.

“và”

re babar schiuse la porta blindata, passò, se la richiuse alle spalle. una folata di caldo soffocante lo accolse all’esterno. il sole era accecante. poco lontano poteva vedere il cadavere di pompadour, sdraiato a faccia in giù, bianco di polvere e cenere. pareva dormire. c’erano lunghe colonne di fumo all’orizzonte.

il cielo era azzurro. tutto andava bene dunque. trascinando il mantello nella cenere, re babar si avviò verso la piantagione dei manghi.

Monday, April 13, 2009 , 19.55

i won’t go without a fight

la mancanza di connessione internet e il culo da farsi qui in dipartimento rendono difficile postare. in attesa del resoconto del secondo round, vi invito a unirvi a me in memoria di donald joyce, eroe di cambridge del 2009.

chiamato dai giornali locali the neighbour from hell, donald joyce era la quintessenza del vicino pazzoide e rompicoglioni. parzialmente cieco e semiparalizzato, nonostante cio` si onorava di filmare ossessivamente i vicini, attaccare ai muri esterni poster imbarazzanti e offensivi, innaffiare i vicini dal giardino e piazzarsi con la sedia a rotelle davanti agli autobus in mezzo alla strada.

degno erede del peggiore degli Anacleto Mitraglia, invitato dal comune a mollare la casa popolare in cui risiedeva a causa delle continue rimostranze dei vicini, sibilo` a un conoscente “non me ne andro` senza lottare”.

pochi giorni dopo, donald joyce, martire della suprema causa del rompere il cazzo al prossimo, si fa saltare in aria riducendo la casa in cenere e macerie. l’hanno identificato dai reperti dentali, per dire com’era conciato.

donald joyce e` morto da eroe, rivelando col suo estremo sacrificio che dietro i pettinatissimi giardinetti, i negozi di frullatini biologici e gli studenti sulle biciclettine anche in questa umida pleasantville del te` coi biscottini ci sono i mostri, l’abisso, la solitudine e la morte. donald joyce, hai portato la spezia a cambridge, la tua morte non e` stata vana.

Tuesday, March 31, 2009 , 23.58

cambridge, o di come infilarsi il dito nel culo (parte I)

ho festeggiato la mia prima settimana a cambridge con un dito umano nel culo.

ma andiamo con ordine. una settimana fa scendevo da un simpatico aeroplano a Stansted, prendevo un autobus per Cambridge e mi ritrovavo in questo bed and breakfast, pronto all’alba del Radioso Futuro.

cambridge è un posto peculiare, perchè sembra uscito da uno di quei telefilm anni ‘60 con i colori pastello, i giardinetti ordinatissimi e un sacco di cose urbanamente bislacchine. all’ingresso del b&b mi accoglie un preoccupante odore di pesce, ma ogni cattiva impressione si dissolve, inspiegabilmente, dinanzi all’estetica di questo posto. la stanza dove attualmente dormo (e dove credo dormirò fino a stanotte) doveva essere evidentemente quella di un preadolescente degli anni ‘80, perchè tutta la biblioteca sembra originare da un momento intorno al 1985. scaffali ricolmi di album di fotografie sbiadite di vacanze in grecia, manuali di sopravvivenza, edizioni consunte di Tolkien, libri illustrati su piante e animali anni ‘60-70, più cose inclassificabili come “How to bluff your way into occultism” o “A guide to the snickelways of York”. ci sarebbe da divertirsi per settimane, ma per ora mi sono letto “2010″ di Clarke, il libriccino sull’occultismo di cui sopra e ho sfogliato un paio di manuali di sopravvivenza. c’è inoltre un singolare leitmotiv rumeno: un poster dei carpazi, un libro di poesie rumene con testo originale a fronte, altri indizi rumeni che fanno sospettare che l’ex proprietario della stanza -britannicissimo- abbia passato parecchio tempo in romania (il perchè è inesplicato).

il resto del b&b non è da meno. a parte la farraginosa e ricca biblioteca di tomi anni ‘70-’80 (pare che dopo il 1990 abbiano di colpo cessato di comprare libri), il salottino sfoggia, insieme a un misterioso osso sottovetro, un vero orologio a cucù. no, lo so che il mio stupore è infantile, ma io non ho mai pensato agli orologi a cucù come a degli oggetti reali. per me erano entità astratte, relegate ai cartoon, un po’ come i marchingegni ACME. e invece eccolo lì, pigne, cucù e molla e tutto. e fa cucù! ogni mezz’ora un cucù piccolo e ogni ora il cucù vero e proprio!

tutto questo si fonde perfettamente con la città. le città italiane spesso danno il senso dell’accrocchiato senza molta attenzione all’estetica. insegne cacofoniche (cacoottiche?), palazzacci grigi, eccetera. cambridge sembra disegnata con il righello di legno da una vecchia zia profumata di lavanda, che sta molto attenta a pettinare i daffodils e a sistemare i micini di terracotta davanti al lezioso cancelletto. anche le peggiori bottegacce pakistane stanno attente a fondersi in modo corretto con l’ambiente circostante. in particolare, cosa meravigliosa, non c’è praticamente mai un edificio più alto di tre piani, il che significa che ovunque tu sia si vede sempre un’enorme parte di cielo. e il cielo inglese spacca culi.

a proposito di estetica, un’ossessione dell’inghilterra moderna è, evidentemente, il font sans serif. ogni supermercato, banca o simili sfoggerà una serie di elegantissimi e rassicurantissimi logo/scritte/etichette rigorosamente in Helvetica, Arial e analoghi. è una scelta che apprezzo, ma fa un po’ strano notare che tutte le compagnie inglesi hanno deciso di adottare contemporanemente la stessa grafica.

della tv inglese ho già parlato precedentemente. ora come ora su bbc1 c’è un ameno programma su un frocio indiano e uno biondo che si vogliono molto bene, si danno i bacini sui capezzoli e vanno in india a benedire la loro unione.

ma passiamo alla blasonatissima università di cambridge, al cui interno posso finalmente vantare di posare il culo la mattina. la situazione è un po’ intermedia. intendiamoci, al dipartimento c’è un’accoglienza e una gentilezza che in italia non esiste. ti danno il Welcome Pack, ti fanno la riunioncina per spiegarti l’organigramma di segreterie eccetera, ti spiegano tutti i servizi eccetera. però non è tutto luccicoso come uno potrebbe pensare. c’è una caffetteria (bene) ma non una mensa (male); il pc ha ancora un monitor a tubi catodici (male, ma credo sia una soluzione temporanea) e non puoi avere l’accesso di root (malissimo!). la cancelleria te la compri tu, oppure devi aspettare chissà quando perchè arrivi. per dire, qui dentro ciascuno si è comprato il mouse, perchè loro fornivano solo i mouse ps2 a rotella.

sciocchezze. il mio vero problema, lì dentro, è il panico.

diciamoci la santa verità: io non sono nessuno. non sono una persona particolarmente brillante o competente. ho sgamato un posto a cambridge perchè ho avuto la faccia tosta di mandare un po’ di application per delle borse di ricerca e perchè ho avuto il culo di pubblicare un articolo su una buona rivista. stop. a questo aggiungete che ho avuto la pazza hybris di cambiare completamente tipo di lavoro, portandomi dritto dritto nel reame dei fisici, quando io di fisica oggettivamente so una sega. ecco, finchè ti dicevi “boh proviamo” e ci provavi era figo. adesso però sono lì, e nel mio ufficio ci sono:
- un simpatico ragazzo fiorentino che, alla mia età, ha il doppio delle mie pubblicazioni.
- un ragazzo napoletano molto gentile che di norma ha la stessa serena quiete del Bianconiglio di Alice
- un tizio statunitense che lavorava con una delle Divinità Chiave del pantheon dei fisici dei polimeri
- un giovanotto giapponese che macina equazioni differenziali su fogli bianchi. e basta.
- nella stanza accanto alla mia c’è l’ufficio del professore Dio Padre del Protein Folding (nonchè baronetto).
ecco, IO CHE CI FACCIO QUI? la situazione si aggrava se consideriamo il fatto che qui ognuno è (giustamente) abbandonato a sè stesso: quindi si arriva lì e ci si dice “oh poffarre, quali avvincenti progetti di ricerca si inventerà il mio capriccione?”, e ognun per sè.

non siamo ancora giunti al dito nel culo, ma il post si sta facendo molto (troppo) lungo. pertanto STAY TUNED, verrete aggiornati presto al riguardo e a mille ce n’è di storie da narrar. forse. ora torno su a leggere il mio libro della buonanotte, ovvero Understanding Molecular Simulations (argh).

Monday, March 23, 2009 , 00.52

goodbye tricolore

Cominciò uno a lagnarsi degli alberghi, un altro delle strade ferrate, e poi tutti insieme, infervorandosi, presero a dir male d’ogni cosa. Uno avrebbe preferito di viaggiare in Lapponia; un altro diceva di non aver trovato in Italia che truffatori e briganti; il terzo, che gl’impiegati italiani non sanno leggere.

- Un popolo ignorante, – ripete il primo.

- Sudicio, – aggiunse il secondo.

- La… – esclamò il terzo; e voleva dir ladro

Edoardo De Amicis (Fratello del più noto Edmondo, a cui copiavano sempre i racconti)

e così, dopo dieci anni, molliamo la laida bologna. è domani a quest’ora sarò emigrante in albione.

non so cosa pensare. mi sento una boa, galleggio su decisioni che sono mie soltanto in apparenza: in sostanza, non so se ho veramente deciso cosa sto facendo. o forse l’ho deciso io davvero, ma questo io è inaccessibile alla parte superficiale della mia coscienza.

sono felice di lasciare bologna, che non è mai stata veramente casa mia. benchè non ostile, bologna è estranea, è una città fottutamente superficiale, dove galleggia un’enorme schiuma sotto la quale non c’è mai sostanza. e dove chi sostanza è, sta bene attento a non sbucare il naso. non sono mai riuscito a trovarmi a mio agio a bologna, nella chiassaja di feste studentesche, identitarismi radical chic e ridicola spocchia del farsi seghe al dams.

sarà che sono animale di provincia. mi sono fatto più amici in cittadine da me visitate per tre-quattro volte come rimini o alessandria che in tutta bologna, e gli amici di bologna tutt’erano tranne che bolognesi. cambridge ha dal suo, in effetti, ch’è piccina. ma è città di studenti, cosmopolita, e in questo è sinistramente bolognese. senza contare che accanto c’è londra. ho già i brividi.

sarà anche che ho rotto il cazzo a menarmela con queste storie, ché devo piantarla col mio malinconismo di merda (gettare via metà di ciò che stava in casa mia è stato catartico, ma non ancora abbastanza. dovete sapere che io sono la tipica persona compulsiva che conserva TUTTO, compresi gli scontrini del bar). quindi domani scenderò dall’aereo, poi dal bus, e al primo passante che becco a cambridge urlerò il più spezzino dei miei COSTEVÈ, perchè le radici profonde non gelano.

Saturday, March 14, 2009 , 12.23

the obligatory watchmen post

tempo fa tuonai e fulminai contro l’avvento del film di watchmen, il cui trailer faceva veramente temere tutto il peggio immaginabile. avendo già avuto occasione di vedere quella merda invereconda di 300, ero prevenutissimo.

sorprendentemente, invece, il film non mi è dispiaciuto. seguono impressioni in formato punti-di-powerpoint, ché ormai si ragiona così. spoilers following.

  1. il film non rimarrà nella storia come capolavoro
  2. nonostante ciò alla fine l’ho pure visto due volte nel giro di quattro giorni
  3. se non si è letto e riletto il fumetto, del film non si capisce un cazzo e vi farà cagarone
  4. se siete troppo addentro alla fumettologia per vederlo come un film e non come fumetto-su-schermo, il film vi farà cagarone (*wink* *wink* :) )
  5. in sostanza, il film è una sorta di companion del fumetto per titillare il vostro immaginario
  6. titoli di testa fighi, questo l’han detto quasi tutti. molto bello il fatto che citino i personaggi dei Minutemen come Dollar Bill o Mothman.
  7. scelte musicali a volte pacchiane, ma proprio per questo in my humble opinion ok come ironia. “hallelujah” quando chiavano è del tutto ok, così come “first we take manhattan” nei titoli di coda.
  8. finale modificato abbastanza decente, ma doveva fermarsi con la morte di kovacs.
  9. avrei preferito un film lungo il doppio e più 1:1 con la storia
  10. trovato vergognoso ridurre il flashback della nascita di Rorschach senza il particolare della sega. semplificato così rovina tutto e non serve a niente.
  11. trovato vergognoso eliminare la crisi dello psichiatra -che così com’è non si capisce cosa c’entri- e il “New Frontiersman”
  12. trovato carente nella spiegazione del keene act
  13. scelti tutto sommato bene gli attori, tranne ozymandias che continua a far cagarone e nixon che sembra un pagliaccetto.
  14. Rorschach/Kovacs perfetto.
  15. solo a me il comico sembrava un po’ Gomez della Famiglia Addams?
  16. ridisegno costumi non perfetto, orribile per ozymandias
  17. doppiaggio e traduzioni fatti palesemente in frettissima e quindi scadenti. peccato.
  18. alla fin fine però film godibile, visivamente piacevole, e che ti tiene incollato non foss’altro perchè ti piace il mondo e la storia di watchmen, e vederla sullo schermo in modo non completamente stuprato fa piacere. si poteva fare di meglio, ma si poteva fare di moooolto peggio, quindi alla fine ok. il senso c’è quasi tutto.
  19. ho la fava, quindi silk spectre II piaciuta per forza
  20. dispiace solo pensare che c’è una generazione che scoprirà watchmen con questo film, che è male
  21. in ogni caso, la miglior trasposizione di watchmen è questo genialissimo trailer che avrò visto 10 volte e continua a farmi riderissimo.

Monday, March 9, 2009 , 02.38

conosco un sacco di artisti fighi anche se io non so fare un cazzo

è, questa, una delle cose di cui mi rallegro. nonostante la mia totale insipienza e incapacità dislocata nelle più disparate discipline, conosco gente che fa delle cose fighissime, che spesso stimo molto e alle quali mi aggancio a mò di parassita.

questo weekend infatti ero a bighellonare a bilbolbul, dove ho potuto salutare quel geniaccio di tuono pettinato (che conosco poco, MA LO CONOSCO! e quindi VANTO) ma soprattutto ho fatto la conoscenza di uno dei miei più profondi miti, emiliano mattioli. la cosa sorprendente e di cui farò insopportabile vanto, vaniloquio e spocchiosissima boria è il fatto che anch’egli conosceva me quale lettore di questo posto (ciao emiliano ti vu ti bi). è stato un incontro molto bello dal quale ho guadagnato saggezza e artistici gadgets di sicuro impatto sulle fighe.

mezza internet di mia conoscena peraltro si trovava lì e quindi ha reso il weekend decisamente più interessante del previsto. ho fatto cose innocenti ma per me inconcepibili come ballare come uno scemo fino alle 5 del mattino, scontrando regolarmente il culo dell’artista-del-momento gipi (impegnato a fare il gagarone con le groupies).

ecco, gipi, bisogna capire. a me non dispiace gipi, affatto, davvero. però non capisco la hype immane che gli sta intorno. un po’ come pazienza, che peraltro non riesco veramente a leggere o sopportare, e pazienza (ahaha, LOLLONE) se questo mi rende un ignorante incapace di capire il fumetto. è bravo gipi, ma diamine, ha fatto un reading che c’era più gente che a un concerto di vasco (bisogna anche dire che era gratis).

quanto al “non so fare un cazzo”, ho sempre sofferto questa cosa per cui mia nonna mi diceva “non sai fare niente!” e quindi da bambino pensavo di non saper fare niente, a parte leggere libroni con i pianeti/i dinosauri e scrivere i raccontini di fantascienza, e quando ho capito che forse potevo imparare a fare le cose, era troppo tardi (mi era passata l’adolescenza).

è per questo che ora ho un blog.

non ho molto altro da raccontare, se non che fra quindici giorni andrò a vivere a cambridge, e la cosa è un bene, sì. ma fino a un certo punto. però devo andare sicuramente a chiedere un autografo a quest’uomo, i cui libri mi hanno cambiato la vita. almeno questo.

Sunday, February 8, 2009 , 15.53

il caso eluana in un mondo razionale

- dottore, vogliono togliere l’idratazione a eluana.
- ok.
- eh ma c’è anche gente che no.
- senta, infermiere, tutto ’sto casino per annaffiare o meno la pianta?

Next Page »
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-Noncommercial-Share Alike 3.0 Unported License.
(c) 2009 brullonulla | powered by WordPress with Barecity