Wednesday, February 3, 2010 , 22.07
l’ora del monoscopio

come avrete già intuito, non è il momento nè il luogo.
non lo è proprio per un cazzo.

come avrete già intuito, non è il momento nè il luogo.
non lo è proprio per un cazzo.

magari l’ho già detto ma mi manca stalin. voglio dire, stalin non l’ho ovviamente mai conosciuto. ma come cantava un oggi parlamentare di AN, “il futuro è soltanto il ricordo di uno stupendo passato”. e l’iconografia staliniana. la fisionomia esattamente a metà tra asiatica ed europea, simbolo della sua unione sovietica, lo sguardo da padre severo e pacioso, il piccolo padre di ispirazione zarista. il buon stalin, che ti manda sì nel gulag, ma perchè è un padre, che punisce i suoi figli con la cinghia, per farli crescere migliori. e poi tocca che gli nasca un gorbaciov nel suo futuro, ma questa è un’altra storia.
nella mia biblioteca fa bella mostra di sè, inconsapevolmente preziosa, un’antologia oscar mondadori delle opere di stalin, anno 1970, a cura di tale giuseppe boffa (personaggio che una brevissima ricerca su google ci informa non da poco: senatore, mediatore privilegiato nei rapporti PCI/URSS, autore di una storia dell’Unione Sovietica, eccetera). la mia copia, bancarellata, reca peraltro un incomprensibile autografo datato “Bologna 1980″, con quel che ne consegue. ci piace. in essa antologia, si trova la seguente frase dell’Uomo D’Acciaio:
“Possono queste deficienze venir liquidate? Sì, incontestabilmente. Potremo liquidarle quanto prima? Sì, nel modo più assoluto. Nessun dubbio può esistere a questo proposito.” (Sul lavoro nelle campagne, gennaio 1933, in “Per conoscere Stalin”, Mondadori 1970, p.277)
che bel mondo era quello. “incontestabilmente. nel modo più assoluto. nessun dubbio può esistere.” l’opera di stalin, qualora non si concentri sul ridicolizzare i propri avversari in modo monotonicamente pretestuoso, è meravigliosa nel suo ottimismo muscolare e tetragono. mettici più trattori, e vedrai che funzionerà. e se non funziona, è perchè i kulaki iniettano la meningite ai cavalli (immagine meravigliosa, metafora totale, sebbene forse involontaria: il bieco kulako armato di siringa che infetta il cervello del motore del contadino, così come infetta il cervello del popolo, motore della rivoluzione, con le idee controrivoluzionarie).
la prosa staliniana è altrettanto sublime, greve come le cinghie di un carroarmato, colma di ripetizioni e di afone prolissità. è deliziosa specialmente in quanto la versione italiana -di Togliatti!- è grammaticalmente scadente, dimentica dei congiuntivi, fortificandone la rudezza. un esempio:
“Questa tesi di Zinoviev, come vedete, scaturisce per intero dalle definizione sbagliata che egli dà del leninismo. Perciò essa pure è sbagliata, così come è sbagliata la sua definizione del leninismo.
È giusta la tesi di Lenin che la dittatura del proletariato costituisce il contenuto essenziale della rivoluzione proletaria? Penso che è giusta. E allora che cosa ne risulta? Ne risulta che la questione essenziale del leninismo, il suo punto di partenza, la sua base, è la questione della dittatura del proletariato.” (“Questioni del leninismo”, gennaio 1926, in op.cit. p.84)
leggo che il partito comunista della Nuova Zelanda fu uno dei pochissimi partiti comunisti del mondo capitalista a mantenere fedeltà allo stalinismo dopo la scomparsa di stalin. altra epoca, quella in cui l’idea di un socialismo di lingua inglese in Oceania (…) poteva avere una possibilità.
leggo che Hoxha mandò letteralmente affanculo il mondo intero per mantenere fedeltà a stalin, riuscendo a isolarsi dall’intero mondo conosciuto come neanche la corea del nord:
“But to hell with them! We shall fight against all this trash, because we are Albanian Marxist-Leninists and on our correct course we shall always triumph!”

a londra, in una skyline che tutto sommato ha poco da dire, mi fa sempre piacere vedere la tate modern. un edificio che in quest’epoca di iphones (ed ebbene sì, anche yours truly vi scrive da un macbook) e di grattacieli anali si prende l’arroganza
di essere enorme, monolitico, e supremamente fallico. il mondo, facciamocene una ragione, ha bisogno di cazzo.

la scienza ha anche un po’ rotto il cazzo. farla, la scienza, intendo. tra i vizi e le virtù della più nobile disciplina dell’uomo (ma vedremo fra poco casi di discipline quasi altrettanto nobili) c’è la tragica constatazione che è un mestiere in cui non sei mai competente su quello che stai facendo. suona male, ma se ci pensate è ovvio. fare scienza seriamente di norma significa inventare/fare qualcosa che non hanno mai fatto prima, e quindi è impossibile essere automaticamente competenti al riguardo.
il che significa fare il bagno nel brodo di paranoia e grandinare porcodio come un cumulonembo sulla kamchatka. se a questo aggiungete il fatto che è un lavoro precarissimo per definizione e che vivo in un ambiente di lavoro dal desolante panorama di fighe di legno, la cosa non si fa per nulla rosea. pertanto -visto che probabilmente la mia permanenza a cantabrigia non durerà più di 18 mesi ancora- sto iniziando a considerare ulteriori possibilità. alcune delle quali sono:
recensire forme di vita. benchè si parli un bel po’ delle meraviglie della natura, è estremamente latitante una elegante disamina estetica di codeste bestie del cazzo che esuli dall’eterno dilemma “è meglio il cane/è meglio il gatto”. una roba del tipo: Plasmodio della Malaria: Ciclo vitale tipico dei parassiti ma non per questo meno figo, morfologicamente semplice ma elegante, il plasmodio della malaria è un compagno di vita mai noioso che purtroppo è amico dei negri e disdegna il gin tonic. Voto: 6.
picchiare i minorenni vista la seriamente drammatica mancanza di disciplina delle giovani generazioni, è il caso che si corra ai ripari. spaccare le rotule a chi marina la scuola e tempestare di nocchini gli adolescenti sguaiati sull’autobus sono solo tra i primi provvedimenti che un nuovo, limpido corpo di militi dovrà intraprendere per sostituirsi al deboscio genitoriale.

il creazionista di professione al modico prezzo della perdita di qualsiasi rispetto per sè stessi, sarebbe la carriera perfetta. ai creazionisti non mancano certo i soldi, ma sono disperati del poter vantare tra le loro fila qualsiasi personaggio abbia una vaga familiarità con le scienze biologiche e sia capace di non ridere mentre dichiara che le banane sono la prova dell’esistenza di dio.. potrei quindi tirare a campare facendo conferenze nella Bible Belt, sbucciando banane, contestando l’ovvio, contemplando cosmologie aberranti e facendomi amico un sacco di pazzi malsani. bonus: il supporto di giuliano ferrara.

le seghe. last but not least, signori miei, le seghe. alla fine il mio breve ma intenso pegno alla società l’ho dato, eccheccazzo. trovo, come dire, scandaloso che non si permetta a un personaggio del mio sussiegosissimo calibro, della mia nativa e abbagliante aristocrazia, di non poter essere mantenuto dalla società di voi bovinissime bestie per il solo, nobile scopo di massaggiare la setosa pelle della mia verga e rovesciare il mio preziosissimo sperma sugli infermi e sui peccatori. orsù, preparate il divano. voi altri, forza coi kleenex! adorate il divino augello!
a bocce ferme possiamo finalmente tirare un piccolo, quasi impercettibile sospiro di sollievo per uno degli eventi più attesi dall’autore di questo blog: la scomparsa di alda merini.

prima di tutto siamo sollevati perchè la merini non scriverà più. la merini è stata uno dei più limpidi esempi della cattiva cultura letteraria in italia. ovviamente di pessima letteratura scoppia tutto il globo terracqueo, e la merini, sebbene al massimo possa aspirare a un’opaca mediocrità, non era peggio o meglio di mille altri anonimi. e allora perchè? ci arriviamo subito.
fa comunque parte della mia stupidità insistere nello stupirmi per il fatto che venga ritenuta una “grande poetessa del novecento” (quindi alla pari con gente come Zanzotto, De Angelis, Sanguineti, Montale) qualcuna che ha avuto il coraggio fino a poco prima di morire di buttare in giro cose completamente grottesche e penose come una poesia in memoria di mike bongiorno. ma per capire il vero seguito della povera alda basta vedere i nomi di chi la voleva premio nobel: Rocco Buttiglione, Paolo Bonolis, Lucio Dalla e Monsignor Brambilla di San Simpliciano.
ma alda merini, questo è il problema, è stata soprattutto una delle icone di quel pozzo caramelloso e disgraziatamente adolescenziale in cui si incista tanta letteratura negli ultimi 50 anni. quel mondo fatto di eterni studenti che non hanno mai letto Dante o Musil ma si sentono colti perchè leggono Palahniuk. quel mondo, figlio del mai troppo maledetto romanticismo, che crede che basti essere un po’ mattacchioni, avere qualche brutta esperienza con la psichiatria old school, buttare giù qualche verso a caso e infine (essenziale) trovare gli amici del circoletto di simpatia giusti perchè si possa essere Grandi Artisti. il risultato tangibile di tale grottesco attention whorismo è penoso più per la povera defunta pseudopoetessa che altro: le testimonianze della merini sono cose come blog-tributo degni del cottolengo, giornali in estasi perchè la merini scriveva sui muri ; la merini nuda fiera del suo essere un’inguardabile vecchia boda sudata (operazione a cui classicamente segue borborigma su la poesia il corpo blablabla).
scrivere, anche scrivere poesie, non è una cosa banale, ma è amaramente banalizzata (del resto è anche colpa mia, io sono qui, scrivo, e non dovrei, probabilmente). la poesia, che fu un tempo la letteratura per eccellenza, è tragicamente diventata nel dopoguerra una subculture non diversa da quella dei rappers o dei collezionisti di piatti del buon ricordo. incapace ormai di dipingere cosmogonie, di fare alcunchè che non sia guardarsi l’ombelico e organizzare senili, vuote, tristi premiazioni reciproche.
è probabile che il problema della poesia siano i poeti. il termine poeta -che giustamente crea brividi e imbarazzo ai più- andrebbe abolito. andrebbe legislato che tutte le poesie debbano essere depositate in forma rigorosamente anonima, pubblicate in sillogi casuali stampate su carta grigia, distribuite gratuitamente su autobus e treni, con minimo 10 anni di ritardo dal deposito. solo allora riacquisterebbe un senso, una preziosità.
“I poeti, che brutte creature / Ogni volta che parlano è una truffa”
(me ne accorgo solo ora: con questo post brullonulla -il blog- compie esattamente sei anni!)

vivere nel regno unito ha i suoi vantaggi; tra questi il risolversi della questione primarie del PD: non ci vado perchè non ci posso andare.
sentendo i miei sodali in italia, però, non posso non pensare alla questione. il pattern ricorrente è che numerose persone che non sono elettori del PD sono andati a votare comunque alle primarie (o ne avevano seriamente l’intenzione). io stesso, che giammai ho votato PD, ci avrei pensato seriamente.
perchè? per l’ovvio motivo che quella fasulla pagliacciata solo formalmente democratica nota come bipolarismo ti costringe, obtorto collo, a simili contorcimenti. se non vuoi votare Di Qua, l’unica tua alternativa è votare Di Là, quale che sia il tuo accordo con Di Là. il voto di molti, moltissimi, non si traduce quindi nel votare con chi sei d’accordo, ma nel votare turandosi il naso il male minore.
e fin qui tutto a posto (se così si può dire). poi leggo questo post, e mi infurio. vi prego di leggere anche voi prima di proseguire (sennò non ci capite un cazzo).
a parte il fatto che io non sarei andato probabilmente alle primarie, io capisco profondamente la donna citata nel post.
personalmente ritengo che andare a votare alle primarie PD sia come mettere lo zucchero sulla merda per renderla più commestibile, ma c’è un ovvio motivo per cui partecipare. se tutto ciò che posso fare per evitare che vinca Di Qua è quella di votare Di Là, l’evoluzione di Di Là è ovviamente di mio primario interesse, perchè visto che devo votare il male minore, vorrei accertarmi che sia veramente minore. ma non solo: quand’anche io non votassi Di Qua, ma neanche Di Là, perchè proprio non me la sento, so che comunque l’evoluzione di Di Là avrà delle profonde e pratiche conseguenze sul futuro politico, e che comunque meglio Di Là che di Di Qua, e quindi non è peregrino dire la propria sul suo svolgimento.
ora, potrebbe sembrare normale che un partito comunque scelga di far votare solo chi sottoscrive il suo programma, e anzi uno dovrebbe ringraziare del fatto che faccia votare anche i non iscritti. il punto è che, se fai votare solo i tuoi iscritti, il problema paradossalmente non si pone: decidi esplicitamente di restringere la decisione solo a chi sottoscrive pienamente un partito al punto da impegnarsi in esso iscrivendosi. è una scelta onesta.
ma il partito cosiddetto democratico sceglie un’altra strada. Tu puoi decidere di questo partito anche se non sei iscritto, anche se non ci hai mai votato: ma devi firmare la tua adesione al Progetto di questo partito. il che avrebbe forse ancora un suo senso se esistessero delle alternative pratiche al PD all’opposizione. ma tali alternative non esistono, a causa anche del PD stesso. a questo punto ti trovi con una parte decisamente significativa dell’elettorato che nient’altro sente di poter fare se non votare PD per evitare il peggio. e che siccome si sente pragmaticamente costretta a votare il PD senza aver potuto scegliere questa situazione, vorrebbe almeno il diritto di deciderne senza necessariamente condividerlo integralmente. tu mi hai messo in questa situazione senza chiedermi nulla: se sei “democratico” mi dai diritto di farmi sentire anche se non sono tua parte, perchè comunque ciò che fai mi tocca direttamente.
ed ecco che il partito “democratico” ti pone il dilemma: o ti pieghi a sottoscrivere il nostro progetto -peraltro consentendogli di gonfiare forzosamente statistiche di consenso-, o non hai diritto di decidere. certo, non mi hai chiesto la mia opinione quando hai deciso di distruggere il senso della parola “sinistra” in Italia. non mi hai chiesto di votare quando hai puttaneggiato creando un cerbero acefalo in cui fai convivere la Binetti e la Bonino. non mi hai chiesto di votare quando hai definitivamente tramutato la sinistra italiana in uno zombie al patetico inseguimento della destra. però ora mi chiedi di votare per decidere i tuoi moti intestini, e quale delle tre teste di Lucifero masticherà inutilmente Giuda incastrata impotente nel Cocito. e se ingoio e decido di farlo, dopo che hai contribuito a disintegrare ogni residuo di reale democrazia in questo paese, mi chiedi anche di firmare il tuo progetto, di inchinarmi e mettere il mio nome e cognome là sotto. come se firmassi definitivamente una resa incondizionata. come se accettassi definitivamente non solo che l’unica possibile opposizione è la tua, ma che io sono tuo.

il partito democratico è l’esempio definitivo di quanto sia schifosa la politica in italia (e non solo). che la destra sia schifosa lo sappiamo -ma almeno lo è in modo palese, onesto nella sua disonestà, sincero nella sua falsità. se il PDL decide dall’alto e ti mette chiaramente di fronte a “prendere o lasciare”, il PD, questo niente su cui si può mettere la crocetta, è ulteriormente preoccupante in quanto invece, attraverso l’apparente libertà del voto, chiede esplicitamente la tua sottomissione. sotto l’apparenza del processo democratico, si legittima l’annientamento di qualsiasi forma di opposizione non approvata dall’alto e non incapsulata nell’Ordine. il partito democratico, più del PDL, è la forza che ha distrutto la democrazia in Italia. perchè in una battaglia, se una cosa sono le forze del male, una cosa ben peggiore è l’assenza delle forze del bene.
concludo citando un cantautore dalle idee e militanze politiche polarmente opposte a quelle del sottoscritto, ma i cui versi mi suonano adatti e, cosa che una volta tanto non guasta, disperatamente ottimisti.
“Noi non contiamo i nostri soldi e i vestiti
Noi non prestiamo il nostro corpo ai fautori di nessuna democrazia
Noi non strilliamo lo sfogo di tutti
Noi vi doniamo la nostra sconfitta
Per un vincere più grande.”
(Massimo Morsello – “Noi non siamo uomini d’oggi”)

ciao simpatico lettore in cerca di una terapia che ti liberi dal dolore della vita moderna!
sono qua, in qualità di autorevole scienziato, per ricordarti che curare i minorenni con la medicina ayurvedica no buono, non si fa, e alla fine muoiono e tu vai in galera. ma questo è perchè, ovviamente, la medicina ayurvedica (come l’omeopatia, i fiori di Bach, l’urinoterapia e i massaggi vaginali) sono troppo potenti per un giovane organismo come quello di un ragazzino e a volte applicate male.
quindi attenzione coi minorenni, ma se si tratta di te stesso, non aver paura! non temere! non vorrai certo avvelenarti con orrendi ritrovati della medicina ufficiale quali i vaccini e gli antibiotici, vero? voglio dire, i vaccini fanno malissimo, lo dice anche una persona di solida reputazione scientifica come Jenny McCarthy: vogliamo non credere a Jenny McCarthy? e poi te lo dico IO, che faccio lo scienziato in una tostissima università inglese. siamo già in due!
e allora, qui io ti invito, ti esorto dall’alto della mia scienza, caro lettore: fidati di me, abbandona tutte le tossiche pastiglie, le bieche iniezioni vaccinali, i liquamosi sciroppi, che diciamoci la verità, non si sa mai cosa ci cacciano dentro e poi è tutta roba chimica: e quando mai la chimica ha fatto qualcosa di buono per l’umanità? ti pare che la vita si basi sulla chimica? ecco. getta tutte quelle pastiglie nel cesso, che avvelenano la tua energia interiore e mi raccomando: non mettere mai più piede in uno studio cosiddetto medico. vai invece con fiducia dal naturopata, acquista carriole di infusi di piede dalla tua parafarmacista, dedica le tue serate a discipline di sicura efficacia come yoga e pilates, scopri il potere naturale dei cristalli e dei tachioni.
ricorda inoltre che l’AIDS è una truffa, non esiste, sono solo malvage e abiette finzioni delle maledette compagnie farmaceutiche. quindi vai sereno a farti sodomizzare senza gondone in stazione: ravviva la circolazione, stimola la regolarità del tuo intestino, migliora la tua consapevolezza sessuale ed è un sano esercizio di sesso all’aria aperta (la civiltà moderna ci costringe a fare sesso in casa, in un ambiente chiuso e cupo, e questo è un male), oltre ad avvantaggiare dei tossicodipendenti ingiustamente discriminati dalla società borghese.
a volte potrebbero presentarsi alcuni sintomi di apparente “malattia”. non cedere! non farti analisi con macchine come TAC, raggi X o altre cosacce le quali non danno alcuna informazione utile e ti avvelenano con radiazioni tossiche. in realtà è solo una reazione psicosomatica, quindi insisti con: meditazione, omeopatia, fiori di bach, agopuntura, esercizi di meditazione e sodomia in stazione. non smettere soprattutto se inizi a perdere rapidamente peso o a vomitare sangue!! questi sono segni positivi, nonostante ciò che ti dice la medicina ufficiale, perchè vuol dire che ti stai liberando dalle tossine.
in ogni caso MAI MAI MAI ascoltare chi ti dice “dovresti farti visitare” o “le servirebbe una seria chemio/radioterapia”: sono agenti prezzolati delle case farmaceutiche, ignora il loro karma negativo e continua con lo yoga. se proprio non sei sicura, vai a farti fare i tarocchi (il cui potere è purtroppo troppo sottovalutato) e segui pedissequamente i loro consigli.
vedrai che così facendo in breve tempo ogni cosiddetto “medico” si rivelerà del tutto inutile. ai miei conoscenti che si domandano se io sia impazzito, risponderò in seguito: ora devo leggere dei trattati sulla selezione naturale.

come si dice da queste parti, shit has hit the fan.
lavoro in una gabbia di malati di mente, e non voglio diventare il prossimo paziente dell’arkham asylum. per questo motivo, c’è un bel po’ da ricostruire.
nella mia vita da pensionato, oggi le mie gioie sono state:
- trovare che Sainsbury’s in centro rimane aperto fino a mezzanotte
- osservare i ragnetti nuovi in cucina crescere timidamente
mi sono reso conto che non ho più continuato a recensire la mia vita a cambridge dopo questo post. vediamo dunque di venire incontro alle masse incolte e bovine che vanamente brancolano sul globo terracqueo con tre piccoli aggiornamenti.

sicko.
come accennavo, festeggiai la mia prima settimana a cambridge con un dito nel culo. venni accolto con inusitata cortesia dal mio medico curante, un omino asiatico giovane e forbitissimo dall’accento alla miss marple che qua è ubiquitario. la prima cosa che fa è puntarmi contro una telecamera e domandarmi se può riprendere la visita. “perchè?” mi risponde che il servizio sanitario nazionale si riguarda le cassette per valutare la qualità dei medici. menzogna. il mellifluo dottore, quando gli accenno a disavventure anali di scarsissima rilevanza, di colpo si fa interessatissimo e mi chiede di “dare un’occhiata”. “ma no” “ma sì” “ma no” “ma sì” e alla fine vabbè, tanto vorrà guardare. un cazzo. si infila surrettiziamente un guanto e TRRRAAAAAK: l’antico gioco del dito dritto. poi con voce calmissima: “fa male?” “CAZZO SÌ”. evidente dunque che egli registra tutto ciò per masturbarsi di fronte al mio culo peloso appena sverginato.
il mio secondo rendezvous con la sanità inglese è stato a causa di una simpatica e recente intossicazione alimentare. ceno e dopo un paio d’ore inizia la nausea. dopo quattro ore la nausea non è più nausea, bensì una congestione da incubo, con brividi di freddo, sensazione di morte, incapacità di respirare e di vomitare. la tipa dell’ambulanza da me chiamata quando ormai ero in agonia rimane estremamente perplessa dal fatto che io stia malissimo ma che non provi un dolore acuto in un punto ben definito (evidentemente non concepisce che uno possa star male anche senza dolore). dopo una corsa in ambulanza arrivo appena in tempo per vomitare due litri e mezzo di roba (misurati: le bacinelle avevano le tacche) e farmi fare le analisi del sangue dall’infermiere più negro del mondo, nonchè sorridere ai tentativi grotteschi del caposala di parlare italiano. tutto risolto in nottata comunque.
nothing’s gonna change my world. la chiave di lettura per capire cambridge (e con essa buona parte del regno unito) è che a cambridge non succede mai niente, con l’esclusione del nostro eroe donald joyce, la prima pagina del giornale locale (settimanale) di cambridge è occupata da notizie come “vecchietto abbandonato in ospedale”, “cigno molesta i canoisti”, “proteste all’apertura del nuovo supermercato”. un giorno incontro degli indigeni a un concerto, a cui chiedo quello che chiedono tutti gli italiani pivelli: come mai avete i rubinetti separati, eccetera. la risposta è: “a noi piace che le nostre case siano come quelle dei nostri nonni, e dei nonni dei nostri nonni”. l’ideale di vita degli inglesi è una terra senza tempo, in cui non accade assolutamente niente, e che si ripete identica nello spazio: prova ne sono i paesini inglesi, identici tra loro a livelli impressionanti.

la questione endogamica. a demolire lo stereotipo del nerd, lo scienziato di cambridge è sì un po’ alienato, ma di norma è accompagnato da una partner, che è spesso del tutto gradevole se non decisamente gnocca. la cosa inquietante è che si accoppiano tutti, inevitabilmente tutti tra di loro. spesso anche intra-disciplinarmente: biologi con biologi, chimici con chimici, fisici con fisici.
il motivo base è che esiste un diaframma insuperabile tra l’università e il Resto del Mondo. la cosa mi inquieta, perchè in realtà nell’ambiente accademico, con le debite eccezioni, non mi sono trovato perfettamente a mio agio: di norma i tuoi colleghi sono come i colleghi d’ufficio del resto del mondo, persone tranquille e occhei ma con cui non c’è un feeling particolare. il problema è che anche i locali tendono a sentire questo diaframma, e quindi gli abitanti di cambridge vivono l’università e gli universitari come una cosa estranea. i timidi tentativi d’integrazione finora hanno avuto uno scarso successo (sicuramente dovuto anche al fatto che non ci ho provato molto: uscire dall’ufficio a mezzanotte in un paese in cui a mezzanotte i locali chiudono non aiuta). stasera comunque i miei colleghi mi trascinano alla festa brasileira all’Anglia Ruskin. non posso dirgli per la millesima volta di no, quindi brace for lulz.
ora vi lascio, che ho da smadonnare con i miei primi passi nel C. a tal proposito, vi lascio con un ormai famoso esempio di cosa può fare vivere da nerd troppo a lungo.

sdraiarsi su un materasso. guardare un soffitto altissimo. sdraiarsi su un materasso, in due. in tre. in molti. ridere. ipotesi. desiderare la pace. non la morte, non la fine. desiderare la pace di una passeggiata. di un pomeriggio in bicicletta lungo un fiume. stazioni della metropolitana. una sequenza di confessioni seduti su un pavimento. ridere. un insieme interminabile di cose indicibili. cose semplici fatte di pelle e frumento. altre epoche in cui saresti morto.
sentire una chiave che tende i nervi ulteriormente. sentire i tendini dei propri piedi, i muscoli dei propri occhi, il diaframma che tiene botta. altri desideri: stritolare il cranio di un cane. prevaricare deboli. esercitare violenza come purificazione. spegnersi. guardare una ragazza al mattino che prepara un caffè. guardare i suoi piedi. guardare i propri organi al mattino che si logorano. osservare località irraggiungibili. passare lungo una via sapendo che non ci si passerà mai più. fare confronti tra metropoli.
disgustarsi delle proprie parole. le stesse cose infinite volte. desiderare la dolcezza. sfinirsi per qualcosa di inutile. prestigio per cose che non ti interessano. rovina in ciò a cui tieni. quieto vivere. arrampicarsi sugli specchi. desideri: piccioni, bastone, pantaloni grigi, routine di cornetto al bar, nessuna vita a cui rendere conto. ansia notturna. amici distanti. orbite che si allargano. sogni di sè stessi nel letto in cui si sta dormendo. dormire senza dormire. tubi che rovesciano in mezzo alla stanza. dita dei piedi. un nome che ti martella ogni notte. troppi anni. incapacità di pensare. incapacità di esistere. incapacità di finire. di finire. di finire.
muore com’è vissuto, sul campo di battaglia, Michael “Mike” Alcampaolo Ku-Klux D’Arcy Bongiorno. nasce nel 1924 a bordo di una mongolfiera a vapore che sorvolava l’Atlantico, opera di suo padre, il visconte Galeazzo Ku-Klux Bongiorno. il padre prevedeva che la mongolfiera a vapore sarebbe stata un agile complemento dell’allora di moda dirigibile. il destino cinico e baro lo smentirà, ma questa è un’altra storia.

a bordo dell’aeromobile la madre, dopo l’estenuante parto che si concluse poche centinaia di metri sopra la foce dell’Hudson, capì subito che il figlio era un individuo eccezionale. le memorie vogliono che il neonato Mike (così nominato in onore di San Michele Arcangelo) si strappò da solo il cordone ombelicale con un potente strattone, se lo mise al collo a mò di sciarpa e, preso in braccio dalla madre, guidò con le proprie tenere manine il pallone fino all’atterraggio.
da bambino Bongiorno eccellette in due discipline: le lingue e lo sport. Mike a 2 anni parlava fluentemente non solo un ottimo italiano (ornato di curiose affettazioni secentesche, un vezzo forse acquisito dallo zio Oreste Blenheim Bongiorno, poeta e italianista di scarse fortune, forse a causa di un’ostinata dislessia) e un buon inglese, ma si esprimeva con disinvoltura il tedesco, il rumeno, il coreano e il francese: tutti ricordano lo squillante “putaine, putaine” con cui apostrofava la balia qualora tentasse di portargli via i profiteroles di cui era goloso. quanto allo sport, Mike iniziò giovanissimo a giuocare il polo. a questo univa però una fortissima idiosincrasia verso i cavalli: si recava quindi al campo di gioco a cavallo del domestico, singolarità che gli venne perdonata immediatamente dai compagni di gioco.
si perdonava tutto infatti a Mike, che alla precocità univa una deliziosa dolcezza d’animo. a 8 anni, quando suo fratello minore Robert si ammalò di difterite, Mike rimase in piedi giorno e notte per settimane al suo capezzale leggendogli senza sosta un lunghissimo poema composto per l’occasione, i Canti al patè d’oca (pubbl.1957, 6 vol.): solo alcune malelingue mormorarono che così facendo ne affrettò il decesso. a 15 anni, nel 1939, Mike organizzò un’entusiastica raccolta fondi per la salvezza del piccione migratore americano; con rammarico apprese in seguito che era già estinto. in quell’anno che la sua famiglia si trasferì nuovamente in Italia, a Tortona, dove i genitori speravano di trovare un’oasi protetta dai tumulti internazionali (erano infatti ossessionati da un possibile attacco canadese agli USA).
con l’inizio della guerra, Mike per la prima volta in vita sua faticò a prendere una posizione. si comportò come un buon balilla, ma nottetempo leggeva gli articoli di Gramsci. si persuase infine, influenzato dalla madre, che la contrapposizione tra i fronti fosse un sotterfugio, un gioco delle parti dietro il quale si trovavano forti potenze straniere (Australia, Svizzera ma in particolare il Canada) che avrebbero approfittato del caos seguente. al 1942 risale un noto, controverso episodio: dirottò un aereo postale a Zurigo, dove cercò di occupare, solo, armato di giavellotto, il palazzo del governo svizzero. arrestato dovo una breve colluttazione, solo l’intervento diplomatico di Ciano, amico d’infanzia del padre, evitò ulteriori incidenti e ne permise il rimpatrio.
con l’8 settembre, Mike si arruolò nei partigiani, i quali lo candidarono ad infiltrarsi nella X MAS. Mike accettò con entusiasmo l’incarico, e la X MAS lo accolse con orgoglio, memori dell’ardito exploit svizzero. a loro volta gli ordinarono di infiltrarsi nelle brigate partigiane. Mike, confuso, abbandonò entrambi i fronti al loro destino e attraversò rocambolescamente la Linea Gotica, e si nascose in Sicilia sotto l’anonimo pseudonimo di Archimedes Monoplacophoros. in quel periodo, a Catania, conobbe la giovane e molto bella Crocifissa Camusi, una pasionaria dell’anarchismo reduce dall’esperienza spagnola. la femmina sanguigna lo convinse a riattraversare la Linea Gotica nella metà del 1944. si trovò dunque a essere fraternamente salutato da entrambi gli schieramenti durante uno scontro a fuoco. dopo un alterco decisero che Mike avrebbe combattuto con repubblichini e partigiani, un mese alla volta. fortunatamente il 25 Aprile si trovò dalla parte giusta, e Mike potè riguadagnare immacolato la libertà.

accompagnato dalla fedele Crocifissa (nel frattempo convertitasi al cristianesimo valdese), Mike entrò nel mondo della radio e in seguito della televisione. furono anni oscuri. commentatore di trasmissioni educative, in cui rientrava come esperto di lingue e di sport. ma Mike fece il colpo della sua vita nell’ottobre 1965, quando ospitò in studio l’allora presidente canadese Lester B. Pearson per una trasmissione sull’hockey. come ognuno sa, Mike attaccò virulentemente e lucidamente il primo ministro canadese, mostrò le oggi ben note inoppugnabili prove del complotto australo-canadese contro la pace mondiale, e scatenò la sollevazione popolare che portò l’Italia, prima tra tutte le nazioni, a rompere i rapporti diplomatici con il bieco stato dei castori.
Mike non si ritagliò mai un ruolo politico, limitandosi a guidare la rivolta dell’Occidente dallo schermo televisivo, tramite i suoi taglienti monologhi e le sue interviste. arrivò a condurre il famoso programma ControEuropa e tutti ricordano la sua entusiastica diretta commentata del voto in cui il Canada e l’Australia vennero finalmente escluse dall’ONU.

dello smembramento dello stato canadese hanno detto abbastanza i libri di storia: ma se l’Italia ora può vantare una florida colonia nel Sascacevanno è grazie prima di tutto all’opera di Mike. ma qui il passionale e controverso oratore inizia la sua china oscura. la passione della moglie per i tarocchi senegalesi lo portò alla creazione di una delle prime televisioni private italiane, la dimenticata TeleMbeke: purtroppo Mike era un seguace delle teorie linguistiche del Dr.Ramagazzi, conosciuto sul fronte partigiano, secondo cui coreano e senegalese erano dialetti di un’unica lingua originaria. i programmi in coreano di Mike sui riti magici senegalesi ebbero un immeritatamente scarso successo, e TeleMbeke chiuse i programmi dopo pochi anni.
a quel periodo risale la precoce e assai sospetta morte di Crocifissa, schiacciata dal monumento a Dolores Ibarruri che lo stesso Mike le stava costruendo, fu il colpo di grazia. Mike a lungo non si riprese dal colpo personale e mediatico. furono anni bui, in cui quasi scomparve dal teleschermo. dopo un breve incidente con la droga, ritornò ad alcune delle sue sopite e oscure passioni: le lingue (inventò una lingua artificiale composta unicamente dalla lettera Z, oggi correntemente utilizzata in ambito brevettuale), lo sport (fu campione di cricket subacqueo nel 1989,1990 e 1991) e, perchè no, le donne. si risposò infatti nel 1984 con Nilde Iotti, che aveva abbandonato la carriera politica all’indomani della colonizzazione canadese.
il resto lo sappiamo tutti. il trionfale ritorno sul palco, la partecipazione al festival di San Remo con Asciuga questa lacrima: non quella, questa, l’apertura della sartoria Bongiorno in cui diffuse l’utilizzo del raffinato pantalone di Moebius, e una presenza costante in prima serata come commentatore dei lavori in corso sulle autostrade. pochi giorni prima di morire stava finendo le note della sua opera postuma, No cioè io però: so una sega. il presidente del Consiglio Paolo Limiti sta affastellando un solenne sacrificio umano per onorarne la memoria (pare che sceglieranno le alunne delle scuole medie torinesi, a Mike sempre care, come vittime), e l’intero Sascacevanno ha deciso uno sciopero della sete mensile per commemorare il lutto. questo Mike Bongiorno, e non altri, noi vogliamo ricordare.