rivelazioni
“se fossi stato più intelligente,avrei studiato matematica o fisica” è quello che dico sempre
a chiunque mi parli di codesti argomenti. siccome sono ritardato, invece,
mi trovo a pulire il culo alle proteine. epperò fin da piccolo ho un malsano nonchè secchionissimo
interesse verso codesti argomenti, che mi porta a petulare siccome l’ultimo linotipista di
focus su cosmologia e dintorni.

mi trovavo ordunque a leggere un pò di cose sulla notoria
teoria a molti mondi. tale teoria è stata inventata -per quanto ne so- da tale
hugh everett III.
la teoria è una versione totale del concetto di universi paralleli.
tenterò qui un’orrida esposizione. in fisica quantistica
le particelle non sono rappresentate come punti, bensì come funzioni di probabilità. in
pratica la particella (es.l’ elettrone intorno a un atomo) non è in un determinato punto,
ma è “sparpagliato” come un’onda attraverso lo spazio. quando noi andiamo a misurare dov’è
l’elettrone, la funzione d’onda dell’elettrone si dice che “collassa” , ovvero da una
funzione sparpagliata nello spazio diventa una funzione che ha probabilità 1 in un punto e 0
in tutti gli altri.

il che equivale a dire che una volta misurato dov’è l’elettrone,so che
l’elettrone “è lì”, quindi la probabilità che sia nel punto misurato è 1 ed è 0 in tutti gli altri.
perchè quel punto e non altri? e perchè osservare un elettrone modifica le sue proprietà fisiche?

si noti che spesso c’è equivoco parlando di tutto ciò. ovvero, il fatto che la funzione di probabilità
dell’elettrone cambi non deriva dal fatto che io interagisco
più o meno direttamente con l’elettrone. è
dimostrato che si ha tale collasso anche se la mia misura non interferisce assolutamente in modo
fisico con l’elettrone stesso.
e quindi,cosa dice il signor everett? dice che in realtà la funzione d’onda non collassa mai. in
realtà quando noi andiamo a misurare dov’è l’elettrone l’universo si scinde in un’infinità di altri
universi. in ognuno di questi universi, l’elettrone viene misurato in uno dei punti in cui poteva
trovarsi. c’è un universo per ciascuno di questi punti,dai più probabili ai più improbabili.

se ho ben capito,la funzione d’onda rimane tale e quale, suddivisa tra i vari universi.
(in realtà leggendo su “il principio antropico” mi pareva d’aver capito che non è proprio
l’universo a scindersi, bensì l’apparato di misura,ma non riuscivo a capire molto i dettagli tecnici.
any help?)
pertanto,per everett, ogni volta che nell’universo accade qualcosa in realtà accadono tutte le
potenziali varianti di tutto ciò. per “accadere” si intende qualsiasi infinitesimo evento. l’atomo
d’acqua nella polla d’acqua in che direzione andrà ora? ci sarà un universo per ciascuna delle
direzioni. per ciascun atomo della polla d’acqua. per ciascuna polla d’acqua.
il che ci porta alla conclusione che tutto ciò che può succedere, succede e/o è già
successo. tutto,anche le cose più improbabili,purchè fisicamente possibili. questo implica
ad esempio che esiste un universo (per la precisione: infiniti universi, ciascuno
con infinitesime varianti) in cui noi non moriamo mai. una versione della
biblioteca di babele di borges, su scala fisica. esistono anche universi in cui non
leggerete mai questo post, ma se siete qui non siete tra quei fortunati.
quello su cui speculavo (ma che in realtà mi pareva di aver già letto da qualche parte: il
sottoscritto non inventa nulla) è che potrebbe anche non esserci bisogno di questa continua
e parossistica scissione di universi (la domanda più ovvia è : “dove vanno
questi altri universi?”). ogni momento del tempo di questi universi in realtà non è che una data
disposizione spaziale di particelle e di altre quantità fisiche (assumendo che il tempo sia
in unità discrete).

tempo? ecco qua che se questo fosse vero si risolverebbe magicamente il
quesito della natura del tempo. se immaginiamo che il cosmo sia composto da tutte le possibilità
dell’universo (tutte le possibili configurazioni di particelle, energia, curvatura etc.),
prese staticamente, il tempo
non è che un percorso attraverso queste configurazioni. quando io lascio cadere la palla che ho
in mano e la palla

tocca il pavimento, ciò che esiste è un percorso attraverso un numero enorme
(ma finito,se assumiamo che tutte queste combinazioni siano discrete) di sezioni statiche di
universo, scelto a caso tra le pressochè infinite che esistono. una passeggiata nello spazio
combinatorio.
percorso? cosa vuol dire percorso? se immaginiamo che tutto questo esista in un qualche
tipo di spazio astratto,è difficile da immaginare. ma andiamo oltre. ancor prima delle teorie
di everett, si sapeva già che se l’universo è spazialmente infinito (non l’universo
osservabile : l’universo) , allora nell’universo è successo e succede qualsiasi cosa. a prescindere
dai molti mondi, in un universo infinito qualsiasi configurazione spaziale di atomi,particelle
etc. deve essere realizzata (in realtà,deve essere realizzata infinite volte in ogni istante). in
termini pratici un universo infinito deve contenere,per esempio,
infinite copie di me stesso. e infinite copie di me stesso che sto scrivendo questa frase,

in questo esatto momento così come in tutti gli altri momenti. (qualcuno aveva anche calcolato quanto,
statisticamente, sono distanti tra loro in media queste copie in anni luce).
ma allora – hey! che bisogno ho dei molti mondi? che bisogno ho di uno spazio astratto in cui
far convivere sezioni atemporali dell’universo? basta che esista un solo universo, spazialmente
infinito, atemporale, in cui tutte le combinazioni spaziali e fisiche di particelle siano realizzate.
e basta muoversi attraverso questo spazio per definire qualsiasi istante del tempo. ogni
istante del tempo è un posto (anzi : una collezione infinita di posti) in questo spazio. un posto
nello spazio tridimensionale semplice, al limite.
già. ma muoversi in che senso? qui sta il busillis. non sono certamente io a muovermi, visto
che “io” sono una configurazione di particelle e ogni potenziale stato di me è localizzato,in questo
modello, in una zona differente dell’universo. in che senso si ha la relazione causa-effetto? in
che senso da uno stato in cui la palla è nella mia mano si passa ad uno stato in cui la palla è sul
pavimento,visto che entrambi gli stati coesistono in zone differenti dello spazio tridimensionale? in
che modo sono connesse queste zone spaziali?
e qui si vede come un modello apparentemente semplice e parecchio elegante crolla a malpartito
di fronte alle nebulosità linguistiche umane. ce n’è da pensare ragazzi,ce n’è! epperò la sega
mentale è finita,e ora mi serve un grosso fazzoletto di carta.