ora ne avete da leggere
benchè il vostro amico brullonulla viva da anni in questa città di merda, egli è ancora
il rustico e ingenuo ragazzo di un tempo. nato e cresciuto nell’arida, industriale e depressa
la spezia, condotti i suoi studi superiori nella triviale e campagnola sarzana ,
brullonulla è migrato nella metropoli privo di un vero bagaglio di conoscenze nei confronti delle nequizie
della vita moderna.
senza mezzi termini: brullonulla ha sempre ascoltato indie rock.
anche quando ebbe la sua parentesi punk in cui
faceva girare vinili di teengenerate e screeching weasel, anche quando
per un paio d’anni andò in ritiro spirituale e ascoltò soltanto musica classica e avanguardia,
egli non cessò mai di essere legato a doppio filo a ciò che la plebaglia chiama indie rock. i primi dischi
con cui crebbe brullonulla erano di sonic youth, pavement, slint.

ora, cosa significava ascoltare indie rock a la spezia? a la spezia, negli anni dell’adolescenza,
c’erano varie categorie di
disadattati. c’era una discreta e balzana scena punk/hc, che brullonulla si pregiava di frequentare. notevole
del periodo era che nella scena punk tutti chiavavano con tutti, tranne me, che facevo da perno immobile
intorno a tutto ciò (tuttora non mi sono mai scopato nessuna nella ex-scena punk di spezia. neanche
limonato,temo). attorno a questa ronzavano alcuni supposti dark. inoltre c’era il rigoglioso giro dei punk
rockers, tenuti in piedi da persone più o meno rispettabili.

in tutto questo giro, colmo di orgogli e scazzi, non c’era posto per l’indie rock. quando facevo sentire
alla gente gli allora notevoli trumans water la risposta base che mi sentivo dare era “ma
chi sono ‘sti cretini”. quando parlavo dei guided by voices l’unico che capiva era l’edicolante
dei jumping cherries e ONQ, il quale è sempre stato il punto di riferimento spezzino per tutto ciò.
perchè a la spezia non c’era una scena intorno all’indie rock. a la spezia se ascoltavi indie rock non
eri un indie rocker: non eri nessuno, perchè il termine indie rock era sconosciuto al
vocabolario degli umani.
cosa significava dunque ascoltare i palace o i june of 44 a spezia? essenzialmente significava che eri
disadattato tra i disadattati, paria tra i paria. ai tempi della mia adolescenza ero pessimista e triste
(non che adesso sia una caramella d’allegria), e quindi ascoltavo musica pessimista e triste. il punk non era certo
pessimista e triste, con tutta ‘sta voglia di cambiare il sistema e di fare cose. il dark era troppo romantico e pacchiano,
e adatto solo a quelli che giocano a esser tristi ma che in realtà si fanno succhiare il cazzo da diecimila sedicenni
tanto gotiche.
sicchè ai tempi giravo
con una tascapane color verde militare con scritto gigantesco “PALACE” e sotto i can’t offer you anything better
than dying, so take it (la citazione ve la cercate da voi). più avanti una tascapane analoga recò la scritta
“solo ciò che è TRISTE può essere bello”, dove la parola ‘triste’ era a lettere cubitali. gli altri indie rockers di
spezia non erano messi meglio. c’è uno che ora ha un’etichetta in giappone che ai tempi era perfino
più nerd di me, e mi parlava dei red red meat e dello scopo nell’evoluzione biologica. ora purtroppo costui è diventato
baggiano e felice -e filogiapponese- , e quindi tendo a ignorarlo. ci sono anche gloriosi autistici
che tuttora non emergono dall’abisso, e che quindi stimo, o ci sono i pazzi con cui andavo a leggere trattati sulle
malformazioni in biblioteca e che ora mi fanno vedere le foto del sangue d’imene delle loro tipe mentre in macchina
pompa (se così si può dire) gli autechre. in fin della fiera, chi ascoltava indie rock (1)non sapeva di essere
un “indie rocker” e (2)era isolato e triste e ignorato da tutti (dai punk perchè non punk,dai dark perchè
non dark,dal resto del mondo perchè,beh,ci siamo capiti). il punk era una scena, tanto più che ad
alessandria c’è gente che si ricorda di italo. gli indie rockers,no.

sicchè un bel giorno il vostro brullonulla, forte del suo background, va a bologna. a bologna sa che c’è tanta gente
che ascolta indie rock, e così si aspetta quello che si aspetta dal suo vissuto. ovvero tanta gente isolata e triste
che casualmente si ritrova, ed è felice di giocare a scacchi, parlare di astrofisica o di avere crisi isteriche isolate
in un angolo buio, mentre gli Hood spalmano un vento glaciale.
inutile dire che brullonulla rimane parecchio stupito quando si ritrova ad andare ai concerti a bologna. si trova immerso
in luoghi colmi di bravi ragazzi ben vestiti e dotati di macchina digitale, accompagnati da una marea di fichette
sorridenti e spocchiose. i bravi ragazzi con sorriso bianco a 64 denti dicono ad amici e fichette:
“hey,martedì vengono i Black Heart Procession!” – essi, i bravi ragazzi,
sorridono parlando di black heart procession. essi sono tutti amici, tutti allegri, tutti assolutamente a loro
agio. non v’è traccia di un passato cupo e di perversioni logiche nei loro occhi. v’è traccia solo di una sana carriera
universitaria, di serate passate tra un daiquiri e una performance teatrale scadente, di playlist a radio
città del capo e via dicendo. essi sono felici, essi stanno bene, essi non sono niente.

la cosa raggiunge il colmo quando, qualche anno fa, brullonulla si dirige al concerto che sognava da una vita:
will oldham, ex Palace, ora Bonnie Prince Billy, il cantautore più cupo, straziante e disperato partorito dagli
stati uniti se non dall’emisfero occidentale. l’uomo che ha composto Arise,Therefore e I See A Darkness.
l’uomo dalla testa bombata che nel suo primo disco con totale semplicità e disperazione ha dichiarato
di volersi scopare la sorella.
l’uomo che ha disossato il country e ne ha fatto lo scheletro con cui mettere in ridicolo se stesso. l’uomo,ecco.
allora, che succede al concerto di will oldham? succede che ci sono le ragazzine che strillano,come a TRL.
non vi è chiaro? c’erano le ragazzine che strillano, come a total request live in piazza duomo a milano
,quello di mtv col maccarini di merda. ci
stiamo solo vagamente rendendo conto? ci stiamo rendendo conto che queste ragazzine scalpitavano di gioia e sorrisoni
davanti a canzoni come You will miss me when I burn ? e che i piccoli massimo coppola che li accompagnano, invece
di stordirle a ceffoni come si converrebbe, riducendole ad un imposto silenzio di rispetto,
annuiscono fieri delle loro piccole alunne? vi è chiaro il concetto? vi è chiaro che sarebbe stato meno insensato e
fuori posto mettersi a ridere davanti ai forni di dachau?
brullonulla non capisce, e rimane stordito e perplesso di fronte a tutto ciò. per un certo periodo pensa che sia una
ignobile ma locale devianza bolognese, anche se il tenore degli articoli su blow up e l’esistenza di
sodapop
dovrebbe farlo riflettere seriamente. nel frattempo brullonulla mette su il blog che state leggendo, e
inizia a venire a contatto col resto del mondo. egli scopre così un mondo che felicemente
finora ignorava.

l’orrore cresce nel 2004, anno di merda sotto quasi tutti i punti di vista. cresce vedendo che l’abominevole
blasi (sulla quale attendiamo un daw-fumetto -ma non subito,o mi si intasa la banda di altervista)
si ritiene orgogliosamente indie. cresce leggendo su blow up il grottesco articolo riservato agli
uochi toki. cresce ascoltando radio città 103 a bologna e sentendosi in imbarazzo. cresce quando scarica
i dischi di questo qui e si accorge che -oltre ad avere il una imbarazzante
faccia di cazzo, e a dire stronzate artistoidi nelle interviste- fa cagare.

fino a quando si arriva a questo post di delio, il quale riassume mirabilmente il concetto che
per il resto del mondo l’indie rock non è quello che pensavo io. per delio l’indie rock è fatto di grafiche
pastello, affetto, positività, “senso di far parte di una scena ampia”. ma di che cazzo sta parlando? dov’è la grafica pastello nei dischi degli
slint? dov’è la positività nei dischi di smog? quale scena ampia si ritrova ascoltando gli hood? la musica
dei red house painters è priva di cupio dissolvi? di quale farneticazione stanno parlando? cos’è,ascoltano solo i jimmy eat world, i franz
ferdinand e i figurine? ma neanche il banhart mi sembra questo pagliaccio. è forse l’ennesimo scherzo per farmi
uscire fuori di testa?
e ora cosa devo fare? non posso certo fare come il coinquilino, il quale si rende ridicolo ai miei occhi ascoltando ogni
dì radio gotiche e scaricando immondizia pseudo-dark. nè posso sostenere di ascoltare
crust ed harsh noise da mane a sera, visto che di mostri nella mia testa ce ne sono abbastanza,
ed è roba di cui non mi frega un cazzo se non per interesse entomologico. sicchè che mi rimane? mi rimane che rimango
ad ascoltare indie rock. mi rimane che in questo, ancora una volta, ridivento disadattato fra i disadattati,
paria tra i paria. mi rimane quindi che non mi smuovo dalla mia condizione di polo isolato e isolazionista. resta
solo un problema. cosa dico alla gente quando mi chiede “che cosa ascolti”? di solito le mie risposte erano due:
(1)ascolto musica lenta e tristissima e (2)ho buttato via tutti i miei dischi di luciano berio e ora ascolto solo
fargetta. in entrambi i casi mi vengono chieste delucidazioni che mi vergogno a dare (tipo: perchè prima ascoltavo
luciano berio?). io non lo so,e lo chiedo umilmente a voi.

post scriptum: se volete divertirvi, rubate l’ultimo numero di blow up e leggete la figura di merda che fa
l’anima indie rock di stefano isidoro bianchi di fronte all’imponenza atemporale di Yamatsuka Eye. giusto un passaggio:
SIB: “Sei mai stato interessato alla politica? Ti senti coinvolto dai fatti dell’Irak?”
EYE: “Non ho alcun interesse nella politica. Fare musica è già dare messaggi a chi ti ascolta.”
SIB: “E il tuo messaggio qual è?”
EYE: “Dovresti capirlo dalla musica. Per esempio che non mi sono mai interessato nè dell’Imperatore del Giappone nè del
governo del Giappone. Loro non significano nulla per me. E le guerre che fanno non significano nulla per me. Quindi non
so cosa dire dell’Irak perchè non significa nulla per me, non esiste nella mia esistenza.





