Thursday, August 25, 2005 , 00.21

popoli del cazzo

è sorprendente quanto sia diffusa l’ignoranza sull’inquinamento etnico che popola il nostro pianeta. no, non sto parlando di popoli sia pur deplorevoli come gli zingari o i massesi, di cui tutti abbiamo notizia. sto parlando delle più o meno piccole tribù indigene che ancora allignano sul globo terracqueo. il fenomeno è sottovalutato. per esempio, si assuma che io vada in campeggio sugli altipiani della nuova guinea per trovare ispirazione per la mia monumentale sinfonia per lambretta e cinghiale. ora, cosa vorreste trovare voi sull’altopiano della nuova guinea? in mezzo ad insetti immondi ed erbacce? facciamo un rapido elenco:

- una dozzina di puttane ungheresi diciannovenni
- l’ispettore bloch
- gaspare
- un libraio fiorentino
- un pedofilo
- francesca mambro vestita da negra
- zuzzurro
- un viscido ma servile sottoposto gobbo
- allah
- claretta petacci
- il macellaio della “ciccia” del tg5 gusto
- carl barks
- un esercito di furby templari
- daisy dukes
- cornelius codreanu
- sauron
- bobby fischer
- altre 12 (dodici) puttane thailandesi diciannovenni
- mariano rumor

ecco,questa è quella che chiamerei una gioviale compagnia e che sarei contento di incontrare sugli inospitali altopiani della nuova guinea. invece chi mi tocca incontrare, se mai fossi così folle da muovere il mio pesantissimo e sudato culo da questa sedia? potrei per esempio incontrare gli Etoro, un ameno popolo di busoni in cui gli anziani se lo fanno succhiare ritualmente dai ragazzini (e con l’ingoio). capite bene che sarebbe complesso accettare un invito a cena da costoro senza rischiare la mia invitta virilità.

poniamo poi di cambiare posto e di volersi rifugiare in meditazione filosofica in amazzonia. ecco che mi troverei davanti i i Piraha, il principale Popolo del Cazzo che arranchi su questo pianeta. ora, uno va da un popolo primitivo e, il cuore aperto all’amicizia co’negri, si aspetta di imparare comunque delle cose. leggende buffe, lingue misteriose, sapienze antiche, meditazione sciamanica, scopate doggy-style.

se vi aspettate questo dai piraha, picche. chissà che belle le leggende tradizionali dei piraha che questi popoli hanno sempre un sacco di saggezza da insegnarci,eh? eh si, se le avessero le leggende, ‘sti mentecatti: i piraha infatti non hanno leggende nè tradizioni di alcun tipo, se non quella di intossicarsi durante la luna piena con della roba, quindi che vi racconteranno? storielle di caccia dei loro nonni? eh no, pinocchietti, perchè i piraha non hanno memoria di alcunchè vada al di là delle loro esperienze personali. ma dai, divertiamoci allora a insegnare il sudoku ai piraha! bravo te: i piraha sanno a malapena contare fino a tre o quattro, e anche lì non si capisce, perchè la parola identificata come “uno” significa anche “poco”, e quella identificata come due o tre significa anche “un pò più di uno”. dopo di che c’è “tanto”. un giornalista da qualche parte li presentò con questa frase:I Piraha sono poche centinaia, ma non lo sanno. Perché non lo sanno dire. beh, ma se lo sapessero dire lo direbbero con una lingua ricca ed elegante, no? no. i piraha hanno una delle lingue più povere e semplici del mondo. hanno meno suoni di qualsiasi altra lingua, hanno preso i pronomi in prestito da una lingua vicina, non hanno parole per i colori (così come per i numeri) e in generale fanno una fatica puttana ad esprimere concetti astratti di qualsivoglia tipo. controverso è il problema se sappiano disegnare o meno: su un sito si trovano scarabocchi attribuiti ai piraha, ma la leggenda vuole che non sappiano neanche tracciare figure geometriche semplici.

tutto il resto che i piraha sanno fare, a parte cacciare dannatamente bene (come però centinaia di tribù culturalmente avanti anni luce a loro) è: raccontarsi barzellette (idiote, suppongo, vista l’agghiacciante desolazione culturale in cui sono immersi), dormicchiare, intossicarsi e farsi venire fame. già, perchè il piraha si mette a cacciare proprio quando gli viene fame, non ha assolutamente il concetto di “fare provvista”.

ora cos’è, dovrei avere rispetto per la cultura di ‘sti cazzoni? avessero una cultura! non sanno contare, non hanno una parvenza di arte o letteratura, non sanno niente e io dovrei preoccuparmi di preservare la loro non-cultura? ma cristo, se c’è rimasta un pò di pietà, trasferiamo tutti i loro bimbi in occidente a studiare.

ma non potevamo concludere questa rassegna di Etnie della Minchia senza citare sia pur brevemente questa recente notizia: finalmente in swaziland si tromba di nuovo! si noti che quel furbastro del re locale ha violato la legge che egli stesso ha promulgato, sposando una 17enne ma onestamente automultandosi di una (1) mucca. devo commentare? ma no: fatelo voi.



Monday, August 15, 2005 , 12.43

alcuni amici di brullonulla

ebenezer y. kamchatka

ebenezer y. kamchatka nasce nel 1896 a Boston da padre ingegnere. la madre era pianista e sordomuta. chiuso, presuntuoso e testardo, fin da piccolo mostrò una tanto curiosa quanto grigia predilezione per la geologia delle rocce sedimentarie. portava sempre con sè un piccolo pezzo di arenaria grigia. pezzo che ogni anno sostituiva con un pezzo più grande. i suoi genitori all’inizio opposero resistenza,
confidando un futuro da sacerdote per il giovane e già ingobbito figliolo, ma il piccolo ebenezer polverizzava qualsiasi rosario o crocifisso o bibbia gli venisse regalata dalla famiglia e ne faceva cadere le polveri nell’acqua, osservandone rapito la stratificazione. sconfitti, i kamchatka lo recarono in gita al Burgess Shale recentemente scoperto, convinti di fargli cosa gradita. il cupo e silenzioso ragazzino osservò gli scisti dapprima con interesse, poi notando i bizzarri fossili e comprendendo l’eccezionalità del sito sibilò “non mi interessano queste aberrazioni, voglio le rocce semplici di casa mia”. gli scisti di burgess, colmi di fossili sorprendenti, gli sembravano una oscena hybris, una imbarazzante devianza, un estremismo di presunzione sedimentaria.

ebenezer tornò a casa. completò senza infamia e senza lode gli studi superiori, e i suoi genitori sperarono che potesse diventare un geologo. a differenza di un geologo però collezionava frammenti di rocce grige tutte identiche, prive di un qualsivoglia interesse nella forma e nella composizione. nel frattempo la roccia che portava con sè aveva raggiunto un peso e un ingombro abbastanza considerevoli, e richiedeva un piccolo zaino a sè stante per essere trasportata. ebenezer era magro e pallido e faticava visibilmente, ma non se ne poteva separare. intraprese comunque gli studi di geologia sia pure con scarsa convinzione e rifiutando quasi lo studio essenziale delle rocce vulcaniche e della cristallografia. riuscì a laurearsi a malapena, presentato con stizza e fastidio dallo stesso relatore.

nel 1924 la famiglia kamchatka si trasferì in ohio e aprì un ranch. ebenezer lavorava nello studio di un geologo, facendo più che altro lavori d’ufficio. veniva trovato spesso accarezzare i suoi frammenti di banale arenaria grigia, l’espressione intensamente concentrata. nel 1926 la madre venne sodomizzata da un branco di coltivatori di mais ubriachi di sambuca, e si uccise poco dopo per la vergogna. l’incidente colpì parecchio ebenezer, il quale abbandonò presto il lavoro e tornò al ranch ad aiutare il padre. aiuto che si rivelò ben presto più formale che altro, visto che ebenezer passò sempre più tempo a raccogliere ed osservare le sue arenarie grigie. dormiva circondato da pietre grige, ed esse popolavano i suoi sogni, immobili, illuminate da una luce artificiale.

il 10 aprile 1931 ebenezer si riscosse, acquistò in paese una lente contafili, dei fogli da disegno tecnico, delle squadre, delle matite e delle chine di vari colori. raccolse poi tutte le sue pietre e, come fossero asteroidi o pianeti, ne decise un nord e un sud e ne disegnò con meticolo impareggiabile le mappe.

ebenezer restò chiuso nella sua stanza per tracciare l’inutile cartografia delle sue centinaia di sassi grigi fino al 1939. conclusa l’opera, sembrava aver perso qualsiasi energia vitale. rimaneva immobile per ore, circondato da pietre che osservava e toccava con un misto di amore fraterno e venerazione. il padre lo nascondeva. morì nel 1944, sorridendo, per una polmonite.

hans gehrig

nato nel 1964 a copenhagen, amante della vita marina, hans gehrig era un violentatore di polli. tale passione continuò nonostante dal 1986 conducesse una duplice e soddisfacente relazione con due giovani donne di più che gradevole aspetto, che convivevano con lui a travemunde, vicino a lubecca. colto in flagrante nel 1992 dalla più anziana delle sue amanti, venne ucciso a bastonate.

eamon de valera

protagonista della liberazione irlandese e successivamente tra i principali politici della repubblica irlandese, eamon de valera era anche un matematico. si laureò e insegnò matematica per vario periodo, ma comprese solo durante la carneficina dell’Easter Rising la sua vera vocazione. in quel momento, tra le pallottole e le bombe, nell’esaltazione della battaglia, de valera comprese una certa verità formidabile sulle serie convergenti. ma ovviamente non ebbe nè il tempo nè il modo di metterla su carta, e quando venne imprigionato l’aveva già dimenticata.

successivamente, nei vari assalti che seguirono, nel tumulto della guerra civile, de valera continuò ad avere la stessa rivelazione. notò che non era indispensabile che si trovasse al centro del combattimento, bastava che guidasse le operazioni e che avvertisse su di sè il brivido della storia. allora, rapida e tumultuosa come un orgasmo, gli si rivelava la stessa verità, in forma di simboli cangianti. ogni suo tentativo di riportarlo su carta però falliva, la formula sembrava sbriciolarsi, l’intuizione svaniva.

de valera viaggiò quindi negli stati uniti per rilassarsi, cercare di fuggire da questa follia. al suo ritorno ne ridivenne preda. mandò michael collins a patteggiare con la corona inglese per evitare di distruggere la sua salute mentale nelle trattative. ma il suo subconscio non resse, e riprese la guerra civile, sperando che il destino dell’irlanda e della sua rivelazione matematica combaciassero finalmente. non fu così. aiutato dalla moglie, con il pacificarsi della situazione irlandese capì che seguire il suo istinto numerico avrebbe condotto il paese alla distruzione. decise dunque per la neutralità irlandese durante la seconda guerra mondiale.

de valera morì senza mai conoscere lucidamente la verità che la battaglia gli portava.



Wednesday, August 10, 2005 , 19.48

beffo la morte e ghigno

sicchè facevo bene a lagnarmi, pare. e a temere l’Occhio di Murphy. innanzitutto grazie a quelli che hanno avuto il buon cuore di farmi ciao via sms o telefono, o che avrebbero voluto farlo.

so che volete i fatti, e so che devo riempire ‘sto blog. uscito dal pronto soccorso con un “si si ma lei non ha niente, stia sicuro, sicuramente non è niente di urgente (ha insistito un pò su questo dettaglio), mangi in bianco e stia tranquillo”, torno a casa, con i dolori calmati da un litro di antidolorifico per endovena.

torno a casa, scrivo il micropost precedente, cazzeggio e vado a nanna. alle cinque, dopo una curiosa serie di sogni a sfondo fascista (non scherzo), mi sveglio con di nuovo dei dolori allucinanti e stavolta decisamente spostati verso il basso a destra. un minuto di google mi conferma che ho l’appendicite. chiamo l’ambulanza e mi riportano al pronto soccorso, ove ritrovo la dottoressa barbuta. la quale mi rivisita e mi fa “ah,eh si, sembra appendicite”. riguardando il referto del pomeriggio e confrontandolo con quello che avevo letto su google mi accorgo che avrebbe dovuto sospettarlo otto ore fa, ma transeat.

il resto è storia. trasferito a chirurgia d’urgenza, altra visitina, rasatura pubico-addominale. alle 18 di venerdì mi squartano. estraggono una roba colma di pus e in procinto di cancrena. in altre parole, in meno di 12 ore mi beccavo la peritonite. chissà se me la beccavo durante le famose 16 ore di treno,eh. “stia sicuro niente di urgente”.

non c’è molto altro da dire. ho imparato che con con la settimana enigmistica si passa davvero il tempo e che terry pratchett fa cagare. le flebo sono una figata, finchè non ti si infiamma la vena. le infermiere erano orrende ma la chirurga e la specializzanda che anatroccolava sempre dietro ai medici erano delle strafighe. la specializzanda in particolare me la sarei bombata con gioia. accanto a me c’è stato prima un greco di sessant’anni che usciva da un’ulcera perforante con peritonite. non capiva un cazzo nè di italiano nè di inglese, ma masticava uno strano tedesco. tutto quello che diceva di comprensibile è “quando io RAUS?” e ogni tanto diceva ai medici “voi italiani KAPUT”. poi ogni tanto, immemore dei 20 centimetri di squarcio che gli andavano dallo sterno in giù, si alzava e passeggiava qua e là, tenendosi in mano una mezza dozzina di flebo,drenaggi e cateteri vari. andandosene ha regalato ai medici una bottiglia di uzo. grandissimo. ah, il dimagrimento forzoso ha giovato alla mia già sorprendente beltà.

durante la degenza ho iniziato a leggere risvegli di sacks. niente di peggio di leggere libri di argomento medico in un ospedale, a proposito. comunque io ho un culto totale per i libri di oliver sacks. risvegli poi è una storia d’amplissimo respiro e di inquietante portata. il film è carino ma non rende affatto. lo sto riguardando adesso, e a parte le ovvie semplificazioni cinematografiche, devo capire cos’ha portato il dottor sacks a lasciarsi dipingere come un mentecatto disadattato e bamboccione. anche se io fossi così davvero, farei sporgere querela dalla mafia a un regista che mi ritrae in quel modo (a proposito di mafia, hanno riacciuffato john gotti jr. ma sob. ma che fine ha fatto la bella mafia di una volta?).

dicevamo, il sacks. c’è questa cosa favolosa dei pazienti di risvegli che quando sono catatonici dicono di fissarsi su un oggetto, su un millimetro quadrato di cosa, di qualunque cosa. che sono rapiti e costretti da un pezzettino di matita, da un angolo di tavolo, da una mosca. e questo microdettaglio si amplia e ingloba il loro intero universo mentale e si sentono immersi e affascinati in esso.

secondo me è una figata. ho sempre avuto questa sensazione per cui ogni granello di questo mondo dovrebbe essere osservato per l’eternità. non è una cosa messianica od olistica per cui penso che ogni granello di questo mondo è santo,bello o che. semplicemente vorrei potermi concentrare per settimane su un millimetro quadrato di mattone bianco, vorrei che ci fosse una gigantesca enciclopedia su ogni millimetro quadrato del mondo. semplicemente perchè c’è, e giustizia divina imporrebbe che ogni informazione su di lui sia preservata per l’eternità. solo così la mia fottuta sete di conoscenza e di tassonomia sarebbe vagamente placa.

invece perdo tempo a scaricare emulatori di commodore 64. ma diogatto.



Friday, August 5, 2005 , 01.42

dare un significato concreto all’espressione “agonia prolungata”

avrei voluto fare un post bello, interessante o quantomeno divertente. invece mi lagno, perchè ho passato la serata al pronto soccorso. e stavolta neanche a causa di sbronze. in realtà non so a causa di che. so solo che per sei ore lo stomaco è stato come se avessi mangiato cento lamette. elegante sensazione, sconfitta solo da una flebo di antidolorifici. vorreste che vi dica che ho la peritonite, ma pare di no.

ciònonostante il medico (una tipa che sarebe stata una bella donna, se non avesse avuto baffi e pizzetto) mi ha imposto di nutrirmi in bianco per una settimana (come se l’albedo del cibo contasse qualcosa). e domani devo farmi 16 ore di treno verso palermo. mi auguro senza lamette virtuali in corpo. ma si sa, l’Occhio di Murphy non cessa mai di guardare.



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