Thursday, January 19, 2006 , 15.25

nessun titolo

cosa si vuole veramente dalla vita? difficile questione. si crede di saperlo, poi si capisce che era solo illusione, vanità, cul-de-sac. si cambia, si cresce, si crede di vedere la vetta e troppe volte, troppo tardi si osserva solo l’abisso al suo interno. e c’è chi muore (e anzi, sono la maggioranza) senza mai realmente desiderare.

anch’io ho spesso pensato che mi avrebbero baciato freddo senza non solo aver raggiunto, ma aver visto il mio obiettivo. poi ieri, ho visto. ho capito. so cosa cercare, e dove. e ora so che comunque tenue sarà la falce del mietitore.

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adolescenti giapponesine nazi! diomorto, ma c’è qualcosa di meglio? certo che non c’è! giapponesine nazi! se solo avessi visto, se avessi saputo! tre! tre nel mio letto! tre giapponesine conciate da SS subito, qui da me! a me! per me! con me! in me! o geova, o allah, o zoroastro, la luce, io ho visto la luce! a me giapponesine nazi! a me! aaaargh!



Friday, January 13, 2006 , 15.31

sarai mondo se monderai lo mondo

sparito. certo che sono sparito. sono tornato al lavoro e sono sparito eccome. ho la voglia di vivere di un deportato in siberia che ha perso i figli. ho in me il frizzante dinamismo dell’immoto mistero delle piane abissali. ogni mattina mi alzo e il sole brillante che scintilla sul gasometro di san donato è un chiaro catafalco di luce che prelude a otto ore di morte cerebrale intervallate da borborigmi di programmazione.

in tutto questo, ho imparato delle lezioni. per esempio, nutrirsi di cozze all’una di notte per sopperire all’assenza di popcorn durante la visione de "l’armata brancaleone" non è, ripeto non è una buona idea.

nel mentre che io soffro, il mio coinquilino (ormai laureato, wannabe dj dark e nei fatti abominio del tutto disutile) e la sua morosa sono arrivati al troiaio definitivo. l’altro giorno ho trovato un profilattico usato sul pavimento. così, in scioltezza.

segnalo infine (a)l’esistenza di libri in pelle umana nelle università americane, (b)questo fumetto (courtesy of savicevic, e (c)si, mi rimetterò e scriverò un post decente. abbiate pietà di me prima.

ah, le immagini nude di voi lettori con i genitali umidi potrebbero, come sempre, aiutare allo scopo.



Monday, January 2, 2006 , 17.40

tre versioni di omar

se siete affezionati lettori di federico maria sardelli, autore del Vernacoliere, non potete ignorare l’esistenza della striscia a fumetti OMAR (generalmente titolata "Evviva OMAR" o "Tutto OMAR"). se la ignorate, a parte potervi far pisciare in culo dagli zingari, è presto detto. omar è un personaggio abulico, di età incerta, obeso, muto, microcefalo, apparentemente ritardato, indifferente all’universo. come rimarcato regolarmente nelle strisce, omar sta. quando omar non sta, la sua scelta di azione è duplice: movimenta i poponi o strizza i micini (o i pappagallini). omar condivide l’appartamento con una donna, udibile ma mai visibile, presumibilmente sua madre o altra parente stretta, che lo nutre.

abbiamo già detto, lo ripetiamo: in primis, omar sta. lo stare di omar è tanto sereno quanto tetragono a ogni mutare dell’universo. carico di fissità ottusa, omar ad esempio occupa una panchina ai giardini per giornate senza mai porre l’attenzione al vortice di eventi che lo circonda. omar viene caricato dalla madre per una gita in macchina, e all’esortazione della madre "guarda,guarda le porcilaie!" omar replica con assoluta indifferenza, come se fosse altrove, ignorando qualsiasi concitazione o indice puntato. omar ha un amico -evento di per sè inspiegabile- con cui condivide tale atteggiamento, e infatti il loro rapporto si compie in telefonate mute o nel reciproco e immobile fissarsi reciprocamente.

quando omar non sta, ovvero quando (come rimarcato graficamente), egli va, la sua principale attività (e quella per cui è più famoso) è movimentare i poponi. lo spazio vitale di omar è infatti occupato da un numero considerevole di poponi, la cui posizione spaziale viene modificata con continuità e perseveranza. la fatica che richiede questo compito singolare -sottolineata da frequenti ansimi- contrasta singolarmente con l’abulia che manifesta nei confronti del resto del mondo. in questi casi si ha una larvata espressione verbale, concretizzata nella sporadica ripetizione della parola "poponi", sotto forma di un ansimare tronco ed ebete: "p..p..n..i", "p…p…n", quando lo sforzo è più grave.

ultima occupazione è danneggiare fisicamente gli animali di casa, un micino e un pappagallino. l’atteggiamento che omar ha in questi casi tende a essere diverso dall’assoluta dedizione e serietà che egli dedica alla movimentazione dei poponi. esso infatti è sottilmente ludico e quasi casuale. se spesso la violenza di omar è elementare, non mancano esempi di rudimentali trappole preparate all’uopo (spesso basate su leve e poponi).

figura di pellegrina complessità, impregnata di metafore, omar si presta a varie interpretazioni. la prima e più banale vorrebbe omar simbolo di un’umanità autistica e ormai incapace di relazionarsi con l’altro e la natura. in questo senso le trappole per micini e i poponi di omar rappresentano una metafora della tecnologia, la quale violenta la natura e migliora esclusivamente lo spazio interno dell’uomo occidentale, che rifiuta un confronto con il resto del mondo. in questo senso l’andare di omar (metafora del progresso) non è che una fase della stasi (lo stare) spirituale dell’uomo.

una seconda interpretazione espande la prima, portandola da un livello sociopolitico ad esistenziale. omar è il simbolo del fallimento dell’uomo di rapportarsi con l’essere. continuando la metafora poponi+trappole=tecnologie, è evidente in omar la concretizzazione del celebre assunto heideggeriano "la scienza non pensa". omar subisce l’essere delle cose, ignorandolo quando può e distruggendolo quando non può. i poponi, sferici e identici (e presumibilmente diacci marmati) sono lo specchio delle idee della scienza. la loro eterna permutazione (ribaltamento di paradigmi?) rispecchia il tentativo stolido e senza pace dell’uomo di comprendere il mondo, tentativo che in realtà diventa onfalologico, in quanto i poponi non possono descrivere se non se stessi, e il quadro del mondo che rappresentano non è che uno specchio di noi stessi (cfr.Feyerabend).

ma è dal punto di vista teosofico e orientale che, ribaltando la prospettiva, troviamo forse il vero significato di omar. chi non conosce l’aneddoto, riportato da Oliver Sacks, in cui un hippie affetto da un tumore cerebrale a lentissima crescita che lo rendeva apparentemente istupidito, immoto ed obeso veniva adorato da una comunità di hare krishna quale novello Buddha? il nome stesso e le forme di omar richiamano immediatamente l’oriente. la fissità di omar e la sua incomunicabilità appaiono stolide al nostro occhio occidentale: la nostra stessa critica dell’occidente è occidentale e autoreferenziale, in quanto con l’ansia di voler continuamente guardare oltre noi stessi, pensiamo comunque a noi stessi, ma stiamo divagando. dunque, omar scavalca tutto ciò. omar sta e va, senza nulla fare, tra gli alberi come in casa, perchè ormai egli è parte dell’universo e del mondo, in pace, simile al larice o al ciottolo sul fondo del fiume. i suoi conflitti con gli animali di casa vanno letti allegoricamente. nella casa (simbolo, questa si, del tentativo dell’uomo di estraniarsi dal cosmo) vivono non a caso il gatto (allegoria dell’intelligenza distruttrice e subdola) e il pappagallino (allegoria del vaniloquio e della menzogna, contrapposto al silenzio e alla verità della meditazione), i quali vengono distrutti con le loro stesse arti. come in un tempio orientale omar eternamente permuta i poponi allo scopo di avvicinarsi al Dio. il faticoso sillabare "p…p…n" è una versione dell’ "om". come i monaci spostano i loro anelli sulle tre torri di Brahma, così omar movimenta i suoi poponi nella stanza, ed entrambi i compiti presagiscono con serenità la fine dei tempi.



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