Thursday, September 27, 2007 , 19.58

keep the aspidistra dying

continuano a rompere i coglioni con le anoressiche. ora, io non voglio dubitare del fatto che le anoressiche abbiano dei problemi seri. ma per quanto ho capito io (se persone competenti mi dicono che sbaglio, pronto a ritirare tutto eh), le anoressiche (1)non sono persone infelici del proprio stato (anzi, la malattia sta nel fatto che ci si infilano sempre di più, in tale stato, e si incoraggiano l’una con l’altra: semmai diventano infelici quando mangiano o ingrassano) e (2)non hanno un grave compotamento antisociale.

in fondo le anoressiche sono persone che decidono scientemente di morire di fame. ora sento qua i peana di chi dice che in realtà non decidono niente, che sono in uno stato alterato, che non possono fare diversamente e quindi non sono veramente libere. secondo questa logica, anche quando ho voglia di fare sesso il mio cervello è impregnato fradicio di neurotrasmettitori che urlano FIGAFIGAFIGA al di là della mia volontà quindi dovrei essere rinchiuso finchè non mi passa. la questione su dove stia il limite tra avere e non avere un libero arbitrio è a dir poco problematica. se ho fame e cerco del cibo, sono libero o no? se ho molta fame? senza contare che tecnicamente, se si assume una visione materialistica, temo sia ben difficile parlare oggettivamente di libero arbitrio (magari i filosofi del quartierino possono introdurmi alla discussione).

il concetto è che, deviato o no, patologico o no, quello delle anoressiche altro non è che il desiderio di essere in un certo modo e di comportarsi in un certo modo. ora, chi siamo noi, di nuovo, per decidere cosa queste persone devono e non devono fare? perchè dobbiamo costringerle? sono d’accordo che alle anoressiche vada offerto supporto e aiuto, ma a loro discrezione: ovvero, se un’anoressica rifiuta categoricamente alcun aiuto psicologico/fisico, affari suoi. non trovo concepibile che venga costretta a mangiare contro la sua volontà.

in questo senso la campagna di oliviero toscani è veramente risibile. non credo che esistano ragazze che si dicono “OMG volevo diventare anoressica ma adesso che ho visto che SI DIVENTA MAGRE UN CASINO non lo divento più”. dall’altro le anoressiche non potranno che ricavarne thinspiration. in entrambi i casi, who cares.



Tuesday, September 11, 2007 , 23.18

la disciplina della libertà

un recente post di r.v. introduce un ragionamento -intelligente, com’è sua abitudine- a favore della limitazione della libertà d’espressione. come quasi tutti i ragionamenti basati sull’analogia, è tanto seducente quanto fallace.

il succo del ragionamento di r.v. è questo: è dato di fatto in gran parte del mondo occidentale (e non solo) che la libertà dell’individuo è tale in quanto sottoposta alla legge: la sottoposizione alla legge consente di non sottostare ad alcun uomo. la legge quindi è utile in quanto pacificatrice, ponendo file alle prevaricazioni degli individui singoli. a questo punto, viene naturale pensare che -se la parola e l’opinione sono dotate di potere e quindi pericolose, perchè possono in effetti portare al conflitto- anch’esse debbano essere pacificate utilizzando lo strumento legislativo.

il ragionamento è seducente e contiene in effetti un evidente fondo di verità. ricordo l’aneddoto di una coinquilina cinese della mia ex-ragazza in erasmus la quale dichiarava di essersi unita a una setta cristiana fondamentalista perchè "lì la pensano tutti allo stesso modo, e la cosa mi tranquillizza molto, perchè nel mondo tutti la pensano in modo diverso e questo porta la gente a litigare". purtuttavia, è questo veramente un buon motivo?

pensiamo al perchè esiste una legge contro l’omicidio. il problema non è che l’omicidio sia una cosa cattiva per se. il problema è che una società in cui l’omicidio è permesso è una società in cui ciascuno vive potenzialmente sotto attacco da parte di tutti gli altri, in cui quindi una parte enorme di risorse personali (mentali, economiche, fisiche) andrebbe dedicata all’autodifesa, e in generale sarebbe un mondo più complicato e peggiore.

ma ciò che è importante è che l’omicidio è un evento, è un’azione. io uccido te, tu muori. il suo effetto sul mondo è immediato e non dipende dall’interpretazione o dall’arbitrio. è un effetto netto, innegabile e irreversibile, e come tale o lo si ferma, o niente. a questo punto scatta immediatamente in piedi chi -forte del proverbio "la penna è più forte della spada" e simile- controbatterà sul fatto che le parole sono effettivamente azioni, che hanno delle conseguenze anche gravi, che una vignetta di troppo può provocare una sommossa, per citare il post di r.v.

il problema (e la fallacia dell’analogia di r.v.) è che le parole (e in generale le opinioni) per provocare una reazione hanno bisogno di essere ascoltate (un discorso in greco non ha effetto su di me che non lo conosco), interpretate (e tutti sappiamo quanto ambigua e mutevole possa essere l’interpretazione) e messe in pratica (e la messa in pratica è un’azione che l’ascoltatore e interpretatore decide di sua volontà). il loro effetto è quindi indiretto, ma soprattutto dipende dall’arbitrio dell’uomo che le ascolta.

facciamo un esempio -che incidentalmente spiega perchè io trovo un’aberrazione il concetto legale di "istigazione a delinquere". io dico che sarebbe cosa buona e giusta uccidere un uomo. il giorno dopo qualcuno che mi ha ascoltato, ma che non sono io e sul quale non ho alcun potere (se non quello della mia parola), uccide quest’uomo. verrebbe da pensare che in qualche modo io sia corresponsabile di quell’omicidio. ma è veramente così?

chi ha ucciso quell’uomo innanzitutto mi ha ascoltato e interpretato. ha udito le mie argomentazioni sul fatto che uccidere quell’uomo fosse cosa buona e giusta, e riflettendoci su (quanto, non importa) si è convinto che sì, la pensa come me: uccidere quell’uomo è cosa buona e giusta. a questo punto la convinzione diventa cosa sua. è stata da egli elaborata (di nuovo, non importa quanto), indagata, accettata. a questo punto è un’opinione tanto sua quanto mia. è ora lui che vuole uccidere quell’uomo, a prescindere da quanto ne pensi io (che potrei mentire o aver cambiato idea). dopo di che, l’assassino, convinto della necessità di uccidere, riflette anche sul da farsi e decide scientemente di uccidere. tutto questo avviene solo ed esclusivamente di sua volontà (non mi riferisco a situazioni in cui vi siano costrizioni morali o ricatti di qualsivoglia genere). la responsabilità di quell’omicidio è quindi, inevitabilmente, personale: è l’assassino e lui solo che ha deciso di uccidere e che ha ucciso.

qual è il problema della società, quindi? che esista chi dice di uccidere o che esista chi, effettivamente, convinto di queste parole passa alle vie di fatto e uccide? per me il problema è evidentemente il secondo: dire "vorrei vedere morto brullonulla" non ha alcun effetto fattuale sul mondo di per sè. uccidere brullonulla ne ha uno (la rimozione irrevocabile di brullonulla dal novero dei viventi). non oso certo negare che esista una correlazione causa-effetto tra le due cose, ma è una correlazione totalmente mediata dal pensiero e dalla volontà di chi commette l’atto, cosa su cui chi esprime l’opinione è del tutto impotente. r.v. dice: "Le parole possono colpire, ferire, cambiare, trasformare". questa è una bella e utile metafora, ma è sbagliata: sono gli individui che colpiscono, feriscono, cambiano, trasformano. individui che hanno coscientemente e volontariamente deciso di tradurre le parole in fatti.

esiste poi un’argomentazione più generale e filosofica per rigettare la limitazione della libertà di opinione ed espressione. la pacificazione delle opinioni per l’eliminazione chirurgica dei conflitti. l’opinione X è pericolosa: va quindi rimossa, repressa, cancellata. questa soluzione presenta due problemi. innanzitutto difficilmente si può sopprimere un’opinione in sè: se ne può al limite sopprimere -per quanto possibile- la diffusione. questo significa che il "pericolo" dell’opinione X è inevitabilmente costantemente presente, e quindi lo sforzo di repressione è teoricamente infinito nel tempo. il secondo problema è: che diritto abbiamo noi di dire che l’opinione X è pericolosa? nel senso, su quali basi noi poniamo il fatto che l’opinione X sia il male da estirpare e la nostra, Y, il bene da perseguire? intendiamoci: ognuno di noi sicuramente, se sostiene un’opinione, ha forti basi personali e magari ben solide per sostenere X o Y. ma o vi sono esclusivamente basi oggettive al riguardo (e quindi stiamo parlando di opinioni scientifiche o matematiche, sulle quali alla fin fine vince la forza dei fatti e di rado sono interessanti ai fini della discussione), o parliamo di basi perlomeno parzialmente assiomatiche e soggettive. di confronti tra visioni e desideri del mondo. ci troviamo quindi, a conti fatti, in una situazione xenofoba (nel senso tecnico del termine), di identitarismo: noi non vogliamo l’opinione X perchè e solo perchè noi vogliamo conservare intatto il mondo basato su Y, a qualunque costo

si noti che in questo senso, come struttura di ragionamento, i giovani di sinistra fautori della Legge Mancino non sono diversi da Julius Evola. tutte le culture finora tendono più o meno a prendere la strada della pacificazione interna quale elisione del differente, compresa quella cosiddetta democratica (è notoria la persecuzione ed emarginazione politica di chi pone alternative a tale cultura, principalmente gli anarchici e i fascisti). la democrazia attuale non è che un morbido totalitarismo, in cui tutte le opinioni sono tollerabili purchè democratiche. il che, se ne converrà, non è diverso dal dire tutte le opinioni sono tollerabili purchè fasciste/comuniste/islamiche/cristiane etc. (che è esattamente quello che accade nei regimi cosiddetti totalitari).

vi poi un’altra strada. si accetta il fatto che esiste la pluralità e a volte l’incommensurabilità dei punti di vista -ovvero delle assunzioni su cui si fondano. si accetta il fatto che ogni punto di vista è, a tutti gli effetti, un mondo possibile. la reificazione dei mondi possibili è ovviamente di conflitto e di attrito, visto che esiste un unico universo realizzabile. ma in termini di discussione, in termini di giudizio, ciascun mondo possibile ha lo stesso spazio di tutti gli altri ed ha quindi lo stesso diritto di esistere di tutti gli altri. ciascuno di essi è un sistema di valori ed assiomi indipendente. ognuno di essi è allo stesso tempo discutibile e indiscutibile allo stesso modo. quello che propongo è la fine dello scandalo.

si pensa spesso che propagandare la libertà d’espressione ad ogni costo sia un segno di mollezza, di sbraco. tutt’altro. eliminare lo scandalo -ovvero riconoscere anche a ciò che mi è orribile, che mi è inconcepibile, che mi è spaventoso il diritto di essere espresso (che è ben diverso dal diritto di essere in sè)- richiede una forte dose di umiltà e disciplina interiore. richiede ogni volta di essere presenti a sè e di ricordare che i miei principi -sui quali io non transigo e che in me sono saldi- sono tali esclusivamente in me e nei miei casuali sodali. richiede a chi ascolta la presenza della distinzione tra la ovvia convivenza dei mondi possibili e l’altrettanto ovvia incompenetrabilità dei mondi reali. richiede di riconoscere ove possibile la dignità dell’avversario. richiede lo sforzo di tener presente che l’avversario ha i miei stessi diritti e, in un certo senso, è specchio di me stesso.

si noti infine che tale concezione non implica un "volemosebbene" o un ipotetico rapporto di simpatica amicizia tra opinioni e culture. al contrario, in un mondo in cui lo spazio delle opinioni non è represso in alcun angolo, qualsivoglia attacco verbale/concettuale, anche il più violento e inaudito, non porta alla cancellazione di un’opinione, ma si somma a quanto detto precedentemente. non vi è mai distruzione, vi è invece uno scontro che è inevitabilmente costruttivo, perchè ogni volta aggiunge. X e anti-X non si elidono nello spazio delle opinioni, ma coesistono, e ogni volta, quindi, v’è un arricchimento intellettuale.

riguardo al rapporto col mondo reale, il mantenimento dello spazio dei mondi possibili permette infine il miglioramento complessivo. ogni società è generalmente convinta di vivere in uno stato ottimale locale: stiamo bene così, quindi non potremmo stare meglio di così. di nuovo, questo non è diverso dal villano che pensa che il suo paesello sia il migliore del mondo, semplicemente perchè non ne ha visti di altri. l’esplorazione e il confronto totale dello spazio delle possibilità è l’unica cosa che ci consente di evolvere. ogni repressione delle opinioni e delle possibilità implica la recisione di una strada possibile, di un percorso futuro. significa arrendersi al presente, rifugiarsi nel temporaneo. la libertà d’espressione senza condizioni implica, richiede, forgia il coraggio. di sé stessi, delle proprie idee, del futuro.



Sunday, September 9, 2007 , 15.26

contro il pantofolismo timpanico: olio di ricino, manganél!

inevitabile la conclusione che la musica di qualsiasi genere, oggi, sia in ogni caso roba da froci. ciò che il vero Uomo dovrebbe ascoltare sarebbero field recordings di macchinari meccanici.

però almeno c’è Valerio Zecchini. tra l’altro mi chiedo: a quando un duo del post-contemporaneo Zekkini con Lodovico Ellena?



Friday, September 7, 2007 , 14.28

si disperderà e perderassi

spesso i taliban della scienza -tra i quali credo potrei collocarmi- sono accusati di positivismo. questa cosa mi lascia sempre perplesso, perchè la scienza nulla ha di ottimista:

(…) Viviamo su un’isola di beata ignoranza posta al centro di neri oceani di infinito, e non era scritto che dovessimo attraversarli. Le scienze, tese come sono ciascuna in una direzione particolare, finora non ci hanno arrecato troppo danno; ma un giorno la sintesi di queste distinte conoscenze ci svelera’ prospettive talmente terrificanti della realta’, e del posto che in essa occupiamo, da renderci pazzi di terrore (…)
[H.P.Lovecraft, "Il richiamo di Cthulhu"]

la cosa buffa è che tali prospettive terrificanti ci sono già eccome. e non mi riferisco affatto a clonazione e compagnia (che trovo personalmente cose assai positive o perlomeno neutre), ma appunto alla prospettiva che la scienza da’ sul mondo. ovvero l’assenza di dio, di creatori, di magnifiche sorti e progressive, etc. e la descrizione di un universo tanto maestoso quanto atro e ingiustificabile. la perdita di centro dell’uomo e del senso, e l’arrendersi al fatto che le nostre categorie di pensiero, nate per sfuggire alle jene nella savana africana, sono disperatamente sguarnite di fronte all’universo.

ricordatemi che devo rispondere a un post altrui, e ricordatevi dei miei fottuti gadget.



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