Thursday, December 27, 2007 , 18.33

dio e il signor everett

i fisici non mi crocifiggano, non c’è pretesa di esattezza qua dentro. ma le critiche sono benvenute, ché imparo pure io.

un giorno il signor everett spense una sigaretta, ne accese un’altra, e così concluse la sua tesi di dottorato in fisica. era tutto sommato soddisfatto, il signor everett, poichè aveva trovato una simpatica idea del mondo. un’idea strana eppure coerente. da fisico il signor everett era molto soddisfatto: finalmente era riuscito a togliere quell’assioma del tutto arbitrario e noioso del collasso della funzione d’onda dalla teoria quantistica. aveva tolto una macchia, spremuto un brufolo. quello che ne veniva fuori era assai più semplice ed elegante, ed Occam ne sarebbe stato assai lieto. c’era un unico problema. cioè, problema. non proprio un problema, però ecco, era sicuramente strano. ciò che il signor everett aveva trovato è, semplicemente, che ogni mondo possibile, esiste.

anche il suo relatore, il professor wheeler, era soddisfatto. "una cosa carina" pensava il professor wheeler "non so quanto poi crederci, anche se… anche se…" e lì si fermava, interdetto, ponderando. poi si scrollava quei pensieri, pensieri troppo grandi anche per il professor wheeler, se li scrollava come ci si scrolla una paura grande, e si assopiva.

si assopiva anche il signor everett. ancora una sigaretta e ci assopiamo, signor everett! spense la cicca, e buonanotte.

nella notte, una notte degli anni ’50 a Princeton, dio apparve al signor everett. la presenza di dio non era spaventevole o inquietante. era un uomo di circa cinquanta-cinquantacinque anni, il viso un po’ alla tognazzi. teneva un sigaro dal profumo indefinibile tra i denti, e sotto era parcheggiata una vecchia macchina blu. che fosse venuto con quella?

"signor everett?"

"mmm."

"signor everett, buonasera."

dio sorrideva, il sigaro acceso. ostentava calma. torceva le mani un po’ nervosamente, però.

"oh, buonasera." everett capì subito con chi aveva a che fare, e non ne ebbe paura. cercò gli occhiali e lo vide. si stupiva di riuscire a vederlo. non è che dio brillasse nel buio della notte o simili effettacci. sembrava piuttosto illuminato soffusamente da qualche faretto. un effetto così naturale che ci volle un po’ per comprenderlo.

"ho saputo della sua tesi di dottorato. bel lavoro, decisamente bel lavoro."

"umm. immagino che lei non sia qui per farmi i complimenti."

"non solo, signor everett."

per un attimo everett ebbe un umanissimo smarrimento. "oddio, non è che…"

"no, si rassicuri signor everett. non mi occupo personalmente di queste cose. lei ha ancora, credo, tempo davanti a sè."

il signor everett sospirò. dio tirò una lunga boccata dal suo sigaro, everett sentì un inesplicabile profumo, zuccherino e tropicale, e si tranquillizzò. dio parlò di nuovo. "è che, ecco, vorrei un po’ capire bene di che parla la sua tesi."

"capire… lei?"

"chiariamoci, signor everett. su di me circolano un sacco di storie, e non mi stupisco. però, vede, io sono di formazione una persona pragmatica. io faccio. metto ordine, separo elementi, plasmo argilla e guido popoli. dò regole concrete: fate questo, fate quello. ho da fare. non posso occuparmi di tutte le nuances del mio lavoro. io do’ delle direttive, poi ci pensano altri a mettere a posto. tutti questi miliardi di angeli, serviranno bene a qualcosa."

"uh."

"ecco, però stavolta c’è qualcosa che non mi convince. non vorrei, ecco, aver commesso qualche leggerezza."

"oh."

"ecco."

"e io, come posso aiutarla?"

"mi parli della sua tesi."

"dunque, il problema parte dal quello del collasso della funzione d’onda a seguito di una misurazione. lei saprà che le sottoalgebre abeliane…"

dio lo interruppe scuotendo la testa.

"no, calma. calma. io le ho detto prima che sono una persona pratica. pratica e un po’ all’antica. mi spieghi come spiegherebbe a sua nonna."
"uhm." il signor everett raccolse i pensieri. "ha presente quando cade una matita? lei metta una matita in piedi sulla punta. questa poi cadrà da qualche parte. da che parte cade la matita?"

dio finse cortesemente ignoranza. "non lo so."

"ecco, non lo sa. non c’è una regola che mi dice dove cadrà la matita. cadrà un po’ di qua, un po’ di là. a seconda. certo, uno può andare a vedere microscopicamente gli atomi come sono messi, quale molecola d’aria spinge più di qua che di là, come vibra il dito che la tiene. ma alla fin fine, sotto, c’è il caso."

"il caso." dio sorrise.

"e da cosa salta fuori il caso?"

"che significa?"

"cioè…" everett si sentiva ingarbugliato. "…quello che succede alla matita, secondo la fisica quantistica, è che essa in qualche senso vuole cadere in tutte le direzioni in cui può cadere. noi non abbiamo alcun modo per prevedere dove va a finire, sappiamo prevedere al limite la distribuzione delle probabilità delle direzioni in cui cade. sappiamo dov’è più probabile che cada e dov’è meno probabile. ma non sappiamo dove cadrà davvero."

"credo di seguirla."

"bene. quello che finora si pensava era che, in qualche modo, a ‘decidere’ dove cade la matita è l’osservatore. chi guarda la matita."

"aspetti, vuol dire che io…vabbè, lei, può decidere con la mente dove far cadere la matita?"

everett sorrise. "certamente no. la matita cade dove le pare, ma in un certo senso ‘non cade’, finchè non la guarda."

"credo di non capire."

"se nessuno guarda la matita (e questo ‘nessuno’ è in senso molto forte, ovvero anche le molecole d’aria che circondano la matita sono ‘qualcuno’ in questo senso), la matita si trova sovrapposta in tutti gli stati in cui può cadere. è come se cadesse in tutte le direzioni. quando vado a guardarla però, solo uno di questi stati diventa reale, e gli altri scompaiono. noi diciamo che ‘collassa la funzione d’onda’."

"molto strano."

"strano ma vero, e lei dovrebbe saperlo."

dio rammentò alcuni discorsi che facevano gli angeli, e credette di vederci più chiaro ora. "capisco. e questo è il contenuto della sua tesi?"

"no. io ho fatto un passo oltre. il fatto che debba esserci qualcuno a guardare la matita è molto imbarazzante ontologicamente. presuppone che non si può scindere lo sperimentatore dall’oggetto sotto sperimentazione. ma questo sarebbe il meno. il fatto è che matematicamente quest’assunzione del collasso della funzione d’onda è, come dire, molto campata in aria. sembra messa lì per caso, per far tornare i conti artificialmente."

"però la funzione d’onda collassa…"

"ecco, è questo il punto. io dico che la funzione d’onda non collassa mai."

dio finì il sigaro. lo lasciò cadere nel vuoto e dal vuoto ne ricavò un altro. lo soppesò, lo tagliò e lo accese. il profumo era diverso, più boscoso.
"ma le matite cadono da una parte sola."

everett si permise un sorrisetto. era un dottorando, fresco di tesi, molto fiero. "ne è sicuro?"

dio stette in silenzio. quegli angeli, con quei discorsoni tecnici, le loro formule. avrebbe avuto di che lamentarsi, sicuramente. riunioni. briefing. e farsi una cultura, sì. everett proseguì. "quello che dico io è: ogni volta che la matita cade, non deve arbitrariamente scegliere dove cadere. essa cade veramente ovunque essa possa cadere."

dio non capiva esattamente. "e come fa una matita a cadere dappertutto?"

"non esiste una sola matita."

dio si guardò intorno. guardò la stanza, fuori dalla finestra. poi con gli occhi fissi nel vuoto, chiese: "in che senso?"

"se noi rimuoviamo quell’assioma arbitrario del collasso, ne deriva che ogni volta che nell’Universo qualcosa deve ‘scegliere’, ogni volta che c’è una scelta casuale possibile, tutto quello che può accadere accade, e l’Universo si ‘scinde’ in tutte le versioni possibili. quando cade la matita, l’Universo si divide in innumerevoli mondi, in ciascuno dei quali la matita cade in una direzione leggermente diversa."

dio stava per scoppiare a ridere. "e di grazia, signor everett, dove va a finire questo brulicare di mondi?"

"sono qui e ora."

"io non li vedo."

"non li vede perchè decoerizzano."

"si spieghi meglio."

"questa è una cosa che devo ancora approfondire. ma in parole povere si può dimostrare che, normalmente, l’interazione del sistema microscopico col suo ambiente esterno fa sì che esso non possa più interagire con gli altri sistemi, gli altri ‘mondi’, diciamo, che lo accompagnavano prima. se si potesse evitare con gran cura l’interazione con l’esterno, allora effettivamente lei vedrebbe tutte le matite contemporaneamente, assieme."

dio si prese una pausa. everett era parecchio frastornato a questo punto. non si aspettava certo di difendere la propria tesi di dottorato davanti a costui. non era convinto di cavarsela granchè bene. però ormai era fatta, e la discussione era interessante.
"e, signor everett, questo vale solo per le matite?"

"direi di no. vale per tutto."

"cioè?"

"in parole povere, la conseguenza naturale della mia tesi è che tutto quanto può accadere, accade."

"tutto?"

"tutto. purchè non violi le leggi della fisica. tutto quanto può accadere è successo, succede e succederà. non c’è un unico universo, ma ce ne sono innumerevoli, ciascuno dei quali è una possibilità. c’è un universo (anzi, un insieme immenso di universi) in cui le mie ciabatte sono blu e non marroni. in cui io ho foglie al posto dei capelli, in cui mi chiamo Donald Duck e non Hugh Everett. c’è un numero immane di universi in cui io non sono mai esistito, e ancora altri in cui nessuno è mai esistito."

"e questo non viola il rasoio di occam? voglio dire, questa barocca mostruosità di mondi sovrapposti…"

"beh, no. la teoria fisicamente è più semplice. e anche il contenuto di informazione. descrivere una partita a scacchi richiede di sapere dove stava ogni pezzo in ogni momento. descrivere tutte le possibili partite a scacchi richiede solo le regole degli scacchi."

dio capì. capì fin troppo bene. ogni mondo possibile! a questo punto si lasciò cadere sulla poltrona, con la mano tremante. "e questo si può dimostrare?"

"bella domanda. diciamo che per ora è solo l’ipotesi matematicamente più elegante. però credo si possa dimostrare, in laboratorio, un giorno. con molta cura, penso un esperimento si possa fare. se i mondi ci sono, in qualche modo essi possono ancora interferire con noi."

dio si passò una mano tra i capelli, l’odore del sigaro che diventava sempre più acre. restò in silenzio un bel po’. poi iniziò a parlare, con tono decisamente più umile.
"vede, signor everett. questo mi conferma dei dubbi che avevo da tempo. i miei angeli, ecco, io ho lasciato fare a quegli angeli. gli ho detto "fate, fate, voi siete bravi, vi ho fatto apposta per queste cose". e loro mi conoscono, voglio dire, lavorano tutti i giorni con me. sanno quali sono i miei piani, e sanno in cosa sono bravo e in cosa no. io sono bravo in quelle cose, tipo, il Bene e il Male. sono bravo nel prendere decisioni, nel capire un po’ come devono andare gli affari etici. ma ecco, in cosmologia, no. mi pareva roba noiosa e complicata. quindi ho lasciato fare."

"e quindi?"

"avevo bisogno di un popolo che fosse il mio regno. il perchè di tutto ciò è cosa complicata, e dubito di poterglielo spiegare. comunque, si fidi. mi serve un popolo, mi serve un campo per la battaglia del Bene contro il Male. dei corpi dove mettere le anime, eccetera. beh, ho dato direttive ai miei angeli. direttive molto generali. voglio una cosa così e cosà, dev’esserci questo e quello, deve funzionare in questo modo. libero arbitrio, bla bla. voglio un mondo regolare, non voglio che la gente impazzisca ogni giorno, e così via.
ho lasciato detto. ricordo che all’inizio, in fase progettuale, gli angeli andavano e venivano. ricordo Raphael in particolare, era preoccupato per la questione del libero arbitrio. mi sembrava fosse saltato fuori che in un universo regolare e retto da leggi fisiche definire il libero arbitrio era perlomeno capzioso, se non impossibile. pareva che di libero ci fosse ben poco, e quel che c’era non era certo volontario. gli ho detto che le anime ci sono per quello. hanno iniziato un fottio di obiezioni filosofiche, guardi, peggio che alla Scolastica."

everett si accese una sigaretta. era estremamente sorpreso, ma non l’aveva ancora fatto. eppure non faceva altro che fumare, da sveglio. do proseguì.

"a un certo punto stavo ammattendo. gli davo linee generali su come far funzionare le cose, e loro se ne uscivano con matematica varia, litigavano su cose come ‘la costante di struttura fine’, ‘l’energia di unificazione’ o il diavolo sa cosa. si dannavano per creare un cavolo di cosmo coerente, armonico eppure abbastanza ricco da far saltare fuori un popolo plausibile. un giorno mi uscirono fuori con della roba bidimensionale, una cosa ridicola, non le dico, puntini bianchi e neri che cambiavano di continuo secondo regolette buffe. ma la sentirono la mia ira, oh se la sentirono.
finchè un bel giorno si zittirono, tutti quanti. lavoravano, riga compasso e regolo calcolatore, ma zitti zitti e con il sorriso sulle labbra. ‘avranno trovato finalmente’, e io mi misi il cuore in pace, coltivando le mie anime.
c’era per dire quel problema del Padre e del Figlio. no, non è esattamente come ve la spacciano, ma più o meno c’è. insomma, quest’emissario nel mondo, questa emanazione di me. non mi faccia entrare nei dettagli, che è roba fine. comunque, chiesi come doveva funzionare, le istruzioni insomma, come fare questa cosa in modo armonico col mondo creato. ‘tutto già fatto! tutto previsto, Signore’ mi rispondono. ah! ma dai! che bello. e la Redenzione? e la Resurrezione? che poi se non vedono non credono, i bifolchi. ‘tutto fatto, tutto come dev’essere, già incluso nel Modello’ ‘ma come, non devo fare niente?’ ‘no, no, è tutto incluso. automatico.’ "

everett iniziava a capire.

"insomma, ero e sono un tipo piuttosto irascibile. ora mi vede sereno e calmo, ma sa, lassù, con tutti quegli angeli, pignoli e brillantoni che però non ne azzeccano una, c’è da spazientirsi. e questi lo sanno, oh se lo sanno. e, lo ammetto, accontentarmi è difficile.
ma io ora ho capito. lei mi ha solo dato una conferma, signor everett, in realtà sospettavo da tempo. guardi, glielo dico subito, lei ha ragione. ci vorrà del bello e del buono per dimostrarlo, almeno nella maggior parte dei mondi, e alcuni dettagli sono ingenui, ma lei ha indovinato il concetto. quegli angeli, quegl’infami, mi hanno ingannato. mi hanno ingannato!" la voce di dio si alterò, divenne profondissima e sembrò provenire da un foro nero nello spazio e nel tempo.
"mi hanno ingannato, maledetti. ah ma lo Sheol è profondo! pensavano di fregare, me!. è facile darmi quello che voglio, se ogni mondo possibile esiste, e loro devono solo scegliere quale mostrarmi. loro indovinano le mie intenzioni, e mi srotolano davanti l’universo che piace a me. tanto ci sono tutti, gli universi, maledetti loro! maledetti!"
"certo, a loro non importa che esistano intere infinità di mondi in cui il Figlio non si è mai visto, o si è incarnato in Adolf Hitler, o in Johann Enzsebet (quest’ultimo, um, forse lei non lo conosce). non importa loro se esistono interi universi in cui il Popolo Eletto sono gli Yanomamo, o gli isolani dell’isola di Pasqua. senza contare l’enorme numero di universi in cui di Figli se ne sono visti due o tre, magari insieme. in cui tutti gli abitanti della Terra sono Figli di Dio. che importa? basta suddividere le anime secondo lo stesso perverso meccanismo quantistico, e siamo tutti contenti! e senza violare le leggi di conservazione! ché due più due lo so fare anche io, e loro hanno trovato come fottermi!"

a quel punto la stanza brillava di un rosso acceso. everett era sinceramente terrorizzato. ora il suono della voce di dio rimbombava nella stanza assordante.

"quei bastardi, quegli esseri. li ho fatti troppo astuti, troppo bravi. oh, è anche colpa mia. avrei dovuto ragionare di più, comprendere meglio i problemi filosofici in essere. ma questa soluzione è mostruosa. ma questa soluzione, infami maledetti. mi mostravano che il Male alla fine conduceva al Bene. tante grazie, bastava mostrarmi la combinazione giusta, l’universo corretto. di tutti gli universi in cui è accaduto di tutto, in cui quasi nessun Bene esiste, puff, via, sotto il tappeto.
non è colpa sua, signor everett. anzi, grazie, e lei, così come le sue innumerevoli copie e i suoi innumerevoli colleghi che hanno scoperto la stessa cosa e con cui sto parlando in questo momento, avrà un trattamento di tutto riguardo. certo, poi non se la prenderà con me se in Cielo lei dovrà sopportare la compagnia di qualche miliardo di miliardi di suoi uguali, nevvero?"

everett ebbe un brivido.

"la ringrazio signor everett. le auguro ogni cosa buona dalla sua tesi di dottorato. sicuramente, da qualche parte la sua vita sarà felice. certo, sarà anche infelice da qualche altra parte, ma non penso di poterci fare molto. non più. cioè, tecnicamente, potrei, ma non sarebbe deontologicamente corretto."

everett deglutì. gli girava molto la testa, e non capiva più bene cosa stava accadendo.

"guardi, signor everett. le lascio i sigari. le lascerei anche il consiglio di godersi la vita: ma tanto, da qualche parte, qualcuno di voi everett si godrebbe assai la vita comunque." mormorò fra i denti "il libero arbitrio, gli avevo chiesto, a quei bastardi, ed ecco cosa…" poi proseguì "dicevo, si goda la vita. qui finirà presto questa cosa. il tempo di parlare con gli angeli, di chiarirsi, di buttare due o tre infami nello Sheol e poi questo posto chiude. capirà, come posso proseguire così."

il faretto virtuale che illuminava dio nell’angolo si spense. dio si alzò, si spolverò la giacca e scomparve. ricomparve di sotto, a bordo della macchina blu, che andò via. il rumore era quello di un motore un po’ imbolsito. dio lasciò una scatola di sigari, ognuno dal profumo inconfondibile, sul comodino di everett.



Tuesday, December 25, 2007 , 14.11

buon natale

io e l’etologo nikolaas tinbergen vi auguriamo il buon natale. sì, ottusi bovini: proprio il buon natale. non perchè sia il compleanno del cristo, ma perchè sì, natale è una cosa buona e positiva. si sta in vacanza, si scambiano i regali e si mangia. la gente che odia il natale è ipocrita e falsa. se non ti piacciono feste e pacchetti (e lo capisco) stai a casa e goditi le ferie.

quindi buon natale, specie dopo che leggo deliziose notizie come questa, che mi rimettono di limpido buon umore.



Wednesday, December 5, 2007 , 10.23

la disciplina della libertà II

mi rifaccio vivo brevemente per segnalare questo post di Kelebek, al secolo Miguel Martinez (personaggio la cui lettura è spesso fonte di riflessione, anche se ho delle divergenze su alcuni presupposti base della sua visione del mondo).

per il resto: non mi faccio vivo perchè sono colmo di lavoro dalla cima dei capelli all’ultimo dito dei piedi. e anche perchè non è che il (mio) mondo pulluli di argomenti da eviscerare, ultimamente. i miei ultimi aggiornamenti sono: ho installato gentoo linux sul portatile e non so cosa fare a capodanno.

pax vobiscum.



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