Tuesday, March 31, 2009 , 23.58
cambridge, o di come infilarsi il dito nel culo (parte I)
ho festeggiato la mia prima settimana a cambridge con un dito umano nel culo.
ma andiamo con ordine. una settimana fa scendevo da un simpatico aeroplano a Stansted, prendevo un autobus per Cambridge e mi ritrovavo in questo bed and breakfast, pronto all’alba del Radioso Futuro.
cambridge è un posto peculiare, perchè sembra uscito da uno di quei telefilm anni ’60 con i colori pastello, i giardinetti ordinatissimi e un sacco di cose urbanamente bislacchine. all’ingresso del b&b mi accoglie un preoccupante odore di pesce, ma ogni cattiva impressione si dissolve, inspiegabilmente, dinanzi all’estetica di questo posto. la stanza dove attualmente dormo (e dove credo dormirò fino a stanotte) doveva essere evidentemente quella di un preadolescente degli anni ’80, perchè tutta la biblioteca sembra originare da un momento intorno al 1985. scaffali ricolmi di album di fotografie sbiadite di vacanze in grecia, manuali di sopravvivenza, edizioni consunte di Tolkien, libri illustrati su piante e animali anni ’60-70, più cose inclassificabili come “How to bluff your way into occultism” o “A guide to the snickelways of York”. ci sarebbe da divertirsi per settimane, ma per ora mi sono letto “2010″ di Clarke, il libriccino sull’occultismo di cui sopra e ho sfogliato un paio di manuali di sopravvivenza. c’è inoltre un singolare leitmotiv rumeno: un poster dei carpazi, un libro di poesie rumene con testo originale a fronte, altri indizi rumeni che fanno sospettare che l’ex proprietario della stanza -britannicissimo- abbia passato parecchio tempo in romania (il perchè è inesplicato).
il resto del b&b non è da meno. a parte la farraginosa e ricca biblioteca di tomi anni ’70-’80 (pare che dopo il 1990 abbiano di colpo cessato di comprare libri), il salottino sfoggia, insieme a un misterioso osso sottovetro, un vero orologio a cucù. no, lo so che il mio stupore è infantile, ma io non ho mai pensato agli orologi a cucù come a degli oggetti reali. per me erano entità astratte, relegate ai cartoon, un po’ come i marchingegni ACME. e invece eccolo lì, pigne, cucù e molla e tutto. e fa cucù! ogni mezz’ora un cucù piccolo e ogni ora il cucù vero e proprio!
tutto questo si fonde perfettamente con la città. le città italiane spesso danno il senso dell’accrocchiato senza molta attenzione all’estetica. insegne cacofoniche (cacoottiche?), palazzacci grigi, eccetera. cambridge sembra disegnata con il righello di legno da una vecchia zia profumata di lavanda, che sta molto attenta a pettinare i daffodils e a sistemare i micini di terracotta davanti al lezioso cancelletto. anche le peggiori bottegacce pakistane stanno attente a fondersi in modo corretto con l’ambiente circostante. in particolare, cosa meravigliosa, non c’è praticamente mai un edificio più alto di tre piani, il che significa che ovunque tu sia si vede sempre un’enorme parte di cielo. e il cielo inglese spacca culi.
a proposito di estetica, un’ossessione dell’inghilterra moderna è, evidentemente, il font sans serif. ogni supermercato, banca o simili sfoggerà una serie di elegantissimi e rassicurantissimi logo/scritte/etichette rigorosamente in Helvetica, Arial e analoghi. è una scelta che apprezzo, ma fa un po’ strano notare che tutte le compagnie inglesi hanno deciso di adottare contemporanemente la stessa grafica.
della tv inglese ho già parlato precedentemente. ora come ora su bbc1 c’è un ameno programma su un frocio indiano e uno biondo che si vogliono molto bene, si danno i bacini sui capezzoli e vanno in india a benedire la loro unione.
(haydenbookcompany).jpg)
ma passiamo alla blasonatissima università di cambridge, al cui interno posso finalmente vantare di posare il culo la mattina. la situazione è un po’ intermedia. intendiamoci, al dipartimento c’è un’accoglienza e una gentilezza che in italia non esiste. ti danno il Welcome Pack, ti fanno la riunioncina per spiegarti l’organigramma di segreterie eccetera, ti spiegano tutti i servizi eccetera. però non è tutto luccicoso come uno potrebbe pensare. c’è una caffetteria (bene) ma non una mensa (male); il pc ha ancora un monitor a tubi catodici (male, ma credo sia una soluzione temporanea) e non puoi avere l’accesso di root (malissimo!). la cancelleria te la compri tu, oppure devi aspettare chissà quando perchè arrivi. per dire, qui dentro ciascuno si è comprato il mouse, perchè loro fornivano solo i mouse ps2 a rotella.
sciocchezze. il mio vero problema, lì dentro, è il panico.
diciamoci la santa verità: io non sono nessuno. non sono una persona particolarmente brillante o competente. ho sgamato un posto a cambridge perchè ho avuto la faccia tosta di mandare un po’ di application per delle borse di ricerca e perchè ho avuto il culo di pubblicare un articolo su una buona rivista. stop. a questo aggiungete che ho avuto la pazza hybris di cambiare completamente tipo di lavoro, portandomi dritto dritto nel reame dei fisici, quando io di fisica oggettivamente so una sega. ecco, finchè ti dicevi “boh proviamo” e ci provavi era figo. adesso però sono lì, e nel mio ufficio ci sono:
- un simpatico ragazzo fiorentino che, alla mia età, ha il doppio delle mie pubblicazioni.
- un ragazzo napoletano molto gentile che di norma ha la stessa serena quiete del Bianconiglio di Alice
- un tizio statunitense che lavorava con una delle Divinità Chiave del pantheon dei fisici dei polimeri
- un giovanotto giapponese che macina equazioni differenziali su fogli bianchi. e basta.
- nella stanza accanto alla mia c’è l’ufficio del professore Dio Padre del Protein Folding (nonchè baronetto).
ecco, IO CHE CI FACCIO QUI? la situazione si aggrava se consideriamo il fatto che qui ognuno è (giustamente) abbandonato a sè stesso: quindi si arriva lì e ci si dice “oh poffarre, quali avvincenti progetti di ricerca si inventerà il mio capriccione?”, e ognun per sè.
non siamo ancora giunti al dito nel culo, ma il post si sta facendo molto (troppo) lungo. pertanto STAY TUNED, verrete aggiornati presto al riguardo e a mille ce n’è di storie da narrar. forse. ora torno su a leggere il mio libro della buonanotte, ovvero Understanding Molecular Simulations (argh).


