Sunday, May 17, 2009 , 18.31

ciao da celestopoli

re babar, sdraiato alla luce dell’abat-jour nell’ampio ma essenziale rifugio anti-fallout reale, gli occhi che fissavano il vuoto, ripensava agli eventi che portarono alla guerra. alla fine toccò a loro lanciare i missili per primi. le truppe dei rinoceronti avevano passato il confine di sorpresa. l’attacco fu fulmineo. le città degli elefanti più vicine al regno di ratacea vennero rapidamente occupate o distrutte. l’esercito di celestopoli si riorganizzò rapidamente e impedì temporaneamente la capitolazione dell’impero dei pachidermi, ma lo stallo portò i due stati sull’orlo dell’isteria. per settimane pompadour dichiarò con voce incerta alla televisione che “i colloqui col ministero degli esteri dei rinoceronti ispirano un cauto ottimismo” e che “è prossima la firma congiunta di un cessate il fuoco”. e quasi sembrava vero: quando re babar seppe che al nord la popolazione di un’intera città era stata dimezzata da un attacco chimico particolarmente raccapricciante. a questa notizia il consigliere cornelius non potè che scuotere la testa tristemente, arrotolare la proboscide e mormorare alea iacta est. un ultimatum di cessate il fuoco immediato ebbe in risposta l’avanzata delle truppe rinocerontine. babar in persona, tremante, firmò l’ordine di lancio sulla porta del rifugio antiatomico.

ora venticinque metri sopra la sua testa stavano le rovine calcinate della periferia di celestopoli. qualche chilometro a nord una brulla collina bruciata occupava il luogo dove prima stava la reggia. babar non poteva averla vista, ma immaginava lo scempio. nè lo consolava sapere che la reggia di re ratacea era con ogni probabilità nelle stesse identiche condizioni.

poche ore fa cornelius era giunto, muto e pallido, con una smorfia indecifrabile dipinta sulla proboscide, recando un comunicato formale di re ratacea. al di là dell’orgoglio del dittatore e delle perifrasi del linguaggio diplomatico, si trattava di una chiara e spaventata richiesta di tregua. babar la firmò senza quasi guardarla e la posò nelle zampe di cornelius. pompadour avrebbe dovuto ratificarla, ma non poteva. si trovava da più di un giorno in un angolo buio a piangere singhiozzando, senza mangiare. l’intera sua famiglia si trovava poco fuori città durante l’allarme e doveva pregare fosse morta: in caso contrario sua moglie e i suoi figli starebbero agonizzando, divorati dalle radiazioni.

i figli pom, flora e alexander rimanevano incollati alla radio, gli occhi spenti. le rarefatte notizie che giungevano da vari punti della foresta erano all’incirca identiche. i missili della rappresaglia di ratacea avevano colpito l’intero regno. un gigantesco incendio si stava propagando nella zona nord-ovest attorno a celestopoli. la direzione del vento aveva relativamente risparmiato il sud dal fallout, ma si trattava anche della zona meno popolata del regno. la radioattività stava uccidendo l’intera fauna esterna, e quasi nessuna zona della giungla era sicura. flora prendeva in silenzio appunti su un grosso quaderno, commentando ai margini. il cugino arthur, quando non era preso dall’organizzazione della vita nel rifugio, si univa a loro e inviava dei brevi e informali messaggi di incoraggiamento via radio ai rifugiati. tutto sommato arthur era il più ottimista. viveva la guerra nucleare e il rifugio come una tragica ma fiera e onesta avventura, in cui poteva fare appieno la sua parte.

la regina celeste era nell’altra stanza, con la piccola isabel. raramente uscivano di là. celeste formalmente appoggiava babar, ma segretamente non concepiva che il proprio marito avesse permesso tutto questo. ciònonostante non ne parlavano mai. pubblicamente, fingeva di sostenerlo, di incoraggiarlo, ma la freddezza nella voce di celeste, rotta solo dall’ansia, era una finestra sul cuore della regina.

ora babar pensava, con gli occhi aperti che non guardavano, la proboscide afflosciata da un lato. pensava a incontri diplomatici con rinoceronti cortesi e dalla parlantina sciolta, pensava ai suoi militari che lo consigliavano così ragionevolmente, pensava al discorso del 31 dicembre, dove aveva infiammato il morale della nazione con quell’ultimatum così vibrante, opera della penna di pompadour -senza la quale sarebbe stato un oratore limpido ma infinitamente tedioso. lo stesso pompadour che ora mormorava preghiere davanti alla radio, la bava alla bocca, lo sguardo umido e mobile di represso terrore. pensava alle radiazioni che avvelenavano tutta la città sopra di lui, alle polveri letali che il vento trasportava, all’incendio che forse bruciava ancora.

arthur bussò alla porta. re babar barrì, e i colpi alla porta cessarono. sentì qualcuno dei suoi figli, forse flora, piangere flebile dietro di lui. babar non ci fece caso.

dopo gli interminabili venti minuti del bombardamento -venti minuti di tuoni profondi e remotissimi, come gong dell’altro mondo- ora nel rifugio c’era solo un concerto di suoni acuti, irregolari e sinistri. a volte un bicchiere cadeva, altre volte qualcuno singhiozzava, in generale si bisbigliava ovunque, come in chiesa, salvo poi dover chiudere le porte per attutire le urla di qualcuno del personale i cui nervi cedevano.

poi babar chiuse gli occhi, e gli apparve davanti un muro di fiamma. un enorme muro di fiamma, interminabile, dall’odore acre e profumato. cosa brucia? cosa brucia? mise a fuoco, e vide le sagome dei suoi alberi di mango, nel giardino reale. avrebbe dovuto vedere milioni di elefanti bruciare vivi, e altrettanti milioni di rinoceronti. e invece no, vedeva solo gli alberi di mango profumati e lussureggianti del suo giardino -i più bei alberi di celestopoli!- bruciare in una fiamma infinita, un incendio sferico di cui lui era il centro. l’incendio si solidificò, le lingue di fiamma si fecero di cera rossa e colorata, e re babar si trovò lungo una strada. era una strada che aveva visto da bambino, non ricordava nè dove nè quando, ma era familiare. la percorse infinite volte, perchè si ripeteva, continuamente, e dietro le case bianchissime e pulite stavano le lingue di fiamma, solidificate. capì che era la strada che portava al palazzo reale: non la riconobbe perchè in fondo il palazzo reale non si vedeva mai. ma a quel punto si trovò a cadere in una scatola di cenere, e la scatola di cenere si ingrandì, e affondò nella cenere.

re babar si svegliò. doveva essere già mattina. si trovò davanti i suoi figli, con gli occhi lucidi.

“pompadour.”

“sì.”

“pompadour è uscito.”

celeste passò davanti alla stanza. guardò il marito negli occhi. mosse lentamente la proboscide, silenziosa. passò oltre. re babar la seguì con lo sguardo, poi tornò a letto.

due ore dopo, re babar non fece alcuna colazione. la telescrivente riportava notizie estremamente confuse dal regno dei rinoceronti, che in qualche modo sembravano implicare che ratacea fosse incapacitato o morente. “stronzate” sibilò re babar tra le zanne. “non sappiamo neanche se è giorno o notte”. guardò inebetito i ministri che supplicavano da lui un’idea su cosa fare. una qualunque cosa per fare e non pensare. li congedò senza una parola.

a pranzo arthur, come sempre, guidava la conversazione. più che guidarla, monologava. era l’unico nel rifugio che manifestasse una incrollabile volontà di vivere -se si esclude forse flora e il suo enigmatico quaderno di appunti. questa volta si era convinto che dovessero distrarsi con un piccolo torneo di ping pong, e stava considerando come ricavare racchette da alcune assi di legno nella sua stanza, e se dividere le squadre in maschili e femminili. le donne annuivano. nonostante tutto il suo improbabile ottimismo riscaldava loro il cuore. la maggior parte dei presenti comunque non prestò alcuna attenzione all’effettivo contenuto delle sue parole. re babar, sorprendentemente, cercò invece di mantenere la conversazione e gettò sul piatto anche qualche timida battuta di spirito. verso la fine del pasto un militare gli sussurrò qualcosa all’orecchio. avevano ricevuto alcune foto satellitari. re babar non volle vederle. i militari discussero fra loro perplessi, poi abbandonarono la saletta.

l’odore dei manghi. i suoi manghi bruciati.

babar guardò i suoi figli davanti alla radio, ascoltare un comunicato del ministero degli interni di ratacea, poi i radiogiornali di alcuni paesi confinanti, piagati dal fallout. tutti dichiaravano che non avrebbero inviato alcun aiuto immdiato e sembrava ci fossero discussioni su come occupare e smembrare ciò che rimaneva dei due paesi belligeranti. girò la testa e trovò celeste, immobile, fissarlo. isabel era sulle sue gambe, addormentata. gli altri figli avevano lo sguardo vuoto e tetro. pareva non avessero mai conosciuto una gioia, una volontà.

“pensi di fare qualcosa?” chiese celeste.

re babar non rispose. si alzò con infinita fatica, lisciandosi le zanne con la proboscide e si diresse verso l’ufficio per trovare i militari. chiese loro soltanto se all’esterno l’incendio era finito. pareva di sì. non vorrebbe sapere se… “no.” ma i livelli di radioattività… “no.”

re babar si accorse di un altro odore acre e dolce allo stesso tempo, ma assai sgradevole. era sè stesso. aveva bisogno di una doccia, ma l’acqua era razionata e lavarsi compiutamente non era possibile. oh beh, tanto peggio. scovò una boccia di dopobarba e se la spalmò sul corpo. rise, pensando che altri re, in altri paesi, secoli fa, erano usi fare lo stesso per coprire gli odori del corpo. “stile Luigi XVI!” -e sorrise. poi si spogliò dell’uniforme militare e cercò gli abiti regali. un mantello, un ermellino, lo scettro. ecco i pantaloni blu con le righe rosse, la giacca verde. si ingioiellò le zanne come non aveva fatto mai dal giorno del matrimonio. le scarpe nuove, appena velate di polvere, scricchiolavano.

si chiuse accuratamente la porta dietro le spalle. con incedere lento e cauto percorse il corridoio. non lo vide nessuno. giunto alla grande porta blindata, si trovò davanti flora, il volto senza emozioni.

“esco.”

il viso di re babar era una maschera maestosa, il suo corpo era alto come mai, le sue zanne erano lucide e possenti, la sua proboscide formava una curva elegante e simmetrica. il viso di flora, così giovane, era già una maschera di stanchezza. non c’era astio nella sua voce o nella sua espressione: solo un’infinita stanchezza.

“và”

re babar schiuse la porta blindata, passò, se la richiuse alle spalle. una folata di caldo soffocante lo accolse all’esterno. il sole era accecante. poco lontano poteva vedere il cadavere di pompadour, sdraiato a faccia in giù, bianco di polvere e cenere. pareva dormire. c’erano lunghe colonne di fumo all’orizzonte.

il cielo era azzurro. tutto andava bene dunque. trascinando il mantello nella cenere, re babar si avviò verso la piantagione dei manghi.



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