Saturday, September 19, 2009 , 14.39
dereferenziami stocazzo
nella mia vita da pensionato, oggi le mie gioie sono state:
- trovare che Sainsbury’s in centro rimane aperto fino a mezzanotte
- osservare i ragnetti nuovi in cucina crescere timidamente
mi sono reso conto che non ho più continuato a recensire la mia vita a cambridge dopo questo post. vediamo dunque di venire incontro alle masse incolte e bovine che vanamente brancolano sul globo terracqueo con tre piccoli aggiornamenti.

sicko.
come accennavo, festeggiai la mia prima settimana a cambridge con un dito nel culo. venni accolto con inusitata cortesia dal mio medico curante, un omino asiatico giovane e forbitissimo dall’accento alla miss marple che qua è ubiquitario. la prima cosa che fa è puntarmi contro una telecamera e domandarmi se può riprendere la visita. “perchè?” mi risponde che il servizio sanitario nazionale si riguarda le cassette per valutare la qualità dei medici. menzogna. il mellifluo dottore, quando gli accenno a disavventure anali di scarsissima rilevanza, di colpo si fa interessatissimo e mi chiede di “dare un’occhiata”. “ma no” “ma sì” “ma no” “ma sì” e alla fine vabbè, tanto vorrà guardare. un cazzo. si infila surrettiziamente un guanto e TRRRAAAAAK: l’antico gioco del dito dritto. poi con voce calmissima: “fa male?” “CAZZO SÌ”. evidente dunque che egli registra tutto ciò per masturbarsi di fronte al mio culo peloso appena sverginato.
il mio secondo rendezvous con la sanità inglese è stato a causa di una simpatica e recente intossicazione alimentare. ceno e dopo un paio d’ore inizia la nausea. dopo quattro ore la nausea non è più nausea, bensì una congestione da incubo, con brividi di freddo, sensazione di morte, incapacità di respirare e di vomitare. la tipa dell’ambulanza da me chiamata quando ormai ero in agonia rimane estremamente perplessa dal fatto che io stia malissimo ma che non provi un dolore acuto in un punto ben definito (evidentemente non concepisce che uno possa star male anche senza dolore). dopo una corsa in ambulanza arrivo appena in tempo per vomitare due litri e mezzo di roba (misurati: le bacinelle avevano le tacche) e farmi fare le analisi del sangue dall’infermiere più negro del mondo, nonchè sorridere ai tentativi grotteschi del caposala di parlare italiano. tutto risolto in nottata comunque.
nothing’s gonna change my world. la chiave di lettura per capire cambridge (e con essa buona parte del regno unito) è che a cambridge non succede mai niente, con l’esclusione del nostro eroe donald joyce, la prima pagina del giornale locale (settimanale) di cambridge è occupata da notizie come “vecchietto abbandonato in ospedale”, “cigno molesta i canoisti”, “proteste all’apertura del nuovo supermercato”. un giorno incontro degli indigeni a un concerto, a cui chiedo quello che chiedono tutti gli italiani pivelli: come mai avete i rubinetti separati, eccetera. la risposta è: “a noi piace che le nostre case siano come quelle dei nostri nonni, e dei nonni dei nostri nonni”. l’ideale di vita degli inglesi è una terra senza tempo, in cui non accade assolutamente niente, e che si ripete identica nello spazio: prova ne sono i paesini inglesi, identici tra loro a livelli impressionanti.

la questione endogamica. a demolire lo stereotipo del nerd, lo scienziato di cambridge è sì un po’ alienato, ma di norma è accompagnato da una partner, che è spesso del tutto gradevole se non decisamente gnocca. la cosa inquietante è che si accoppiano tutti, inevitabilmente tutti tra di loro. spesso anche intra-disciplinarmente: biologi con biologi, chimici con chimici, fisici con fisici.
il motivo base è che esiste un diaframma insuperabile tra l’università e il Resto del Mondo. la cosa mi inquieta, perchè in realtà nell’ambiente accademico, con le debite eccezioni, non mi sono trovato perfettamente a mio agio: di norma i tuoi colleghi sono come i colleghi d’ufficio del resto del mondo, persone tranquille e occhei ma con cui non c’è un feeling particolare. il problema è che anche i locali tendono a sentire questo diaframma, e quindi gli abitanti di cambridge vivono l’università e gli universitari come una cosa estranea. i timidi tentativi d’integrazione finora hanno avuto uno scarso successo (sicuramente dovuto anche al fatto che non ci ho provato molto: uscire dall’ufficio a mezzanotte in un paese in cui a mezzanotte i locali chiudono non aiuta). stasera comunque i miei colleghi mi trascinano alla festa brasileira all’Anglia Ruskin. non posso dirgli per la millesima volta di no, quindi brace for lulz.
ora vi lascio, che ho da smadonnare con i miei primi passi nel C. a tal proposito, vi lascio con un ormai famoso esempio di cosa può fare vivere da nerd troppo a lungo.



