Tuesday, December 29, 2009 , 15.59
mi manca stalin

magari l’ho già detto ma mi manca stalin. voglio dire, stalin non l’ho ovviamente mai conosciuto. ma come cantava un oggi parlamentare di AN, “il futuro è soltanto il ricordo di uno stupendo passato”. e l’iconografia staliniana. la fisionomia esattamente a metà tra asiatica ed europea, simbolo della sua unione sovietica, lo sguardo da padre severo e pacioso, il piccolo padre di ispirazione zarista. il buon stalin, che ti manda sì nel gulag, ma perchè è un padre, che punisce i suoi figli con la cinghia, per farli crescere migliori. e poi tocca che gli nasca un gorbaciov nel suo futuro, ma questa è un’altra storia.
nella mia biblioteca fa bella mostra di sè, inconsapevolmente preziosa, un’antologia oscar mondadori delle opere di stalin, anno 1970, a cura di tale giuseppe boffa (personaggio che una brevissima ricerca su google ci informa non da poco: senatore, mediatore privilegiato nei rapporti PCI/URSS, autore di una storia dell’Unione Sovietica, eccetera). la mia copia, bancarellata, reca peraltro un incomprensibile autografo datato “Bologna 1980″, con quel che ne consegue. ci piace. in essa antologia, si trova la seguente frase dell’Uomo D’Acciaio:
“Possono queste deficienze venir liquidate? Sì, incontestabilmente. Potremo liquidarle quanto prima? Sì, nel modo più assoluto. Nessun dubbio può esistere a questo proposito.” (Sul lavoro nelle campagne, gennaio 1933, in “Per conoscere Stalin”, Mondadori 1970, p.277)
che bel mondo era quello. “incontestabilmente. nel modo più assoluto. nessun dubbio può esistere.” l’opera di stalin, qualora non si concentri sul ridicolizzare i propri avversari in modo monotonicamente pretestuoso, è meravigliosa nel suo ottimismo muscolare e tetragono. mettici più trattori, e vedrai che funzionerà. e se non funziona, è perchè i kulaki iniettano la meningite ai cavalli (immagine meravigliosa, metafora totale, sebbene forse involontaria: il bieco kulako armato di siringa che infetta il cervello del motore del contadino, così come infetta il cervello del popolo, motore della rivoluzione, con le idee controrivoluzionarie).
la prosa staliniana è altrettanto sublime, greve come le cinghie di un carroarmato, colma di ripetizioni e di afone prolissità. è deliziosa specialmente in quanto la versione italiana -di Togliatti!- è grammaticalmente scadente, dimentica dei congiuntivi, fortificandone la rudezza. un esempio:
“Questa tesi di Zinoviev, come vedete, scaturisce per intero dalle definizione sbagliata che egli dà del leninismo. Perciò essa pure è sbagliata, così come è sbagliata la sua definizione del leninismo.
È giusta la tesi di Lenin che la dittatura del proletariato costituisce il contenuto essenziale della rivoluzione proletaria? Penso che è giusta. E allora che cosa ne risulta? Ne risulta che la questione essenziale del leninismo, il suo punto di partenza, la sua base, è la questione della dittatura del proletariato.” (“Questioni del leninismo”, gennaio 1926, in op.cit. p.84)
leggo che il partito comunista della Nuova Zelanda fu uno dei pochissimi partiti comunisti del mondo capitalista a mantenere fedeltà allo stalinismo dopo la scomparsa di stalin. altra epoca, quella in cui l’idea di un socialismo di lingua inglese in Oceania (…) poteva avere una possibilità.
leggo che Hoxha mandò letteralmente affanculo il mondo intero per mantenere fedeltà a stalin, riuscendo a isolarsi dall’intero mondo conosciuto come neanche la corea del nord:
“But to hell with them! We shall fight against all this trash, because we are Albanian Marxist-Leninists and on our correct course we shall always triumph!”

a londra, in una skyline che tutto sommato ha poco da dire, mi fa sempre piacere vedere la tate modern. un edificio che in quest’epoca di iphones (ed ebbene sì, anche yours truly vi scrive da un macbook) e di grattacieli anali si prende l’arroganza
di essere enorme, monolitico, e supremamente fallico. il mondo, facciamocene una ragione, ha bisogno di cazzo.



