Tuesday, April 6, 2010 , 00.43

una recensione del vangelo secondo matteo

il monoscopio aveva molteplici ragioni. vi basti sapere che ho scoperto i magici mondi degli psicofarmaci emo e della polmonite bilaterale. durante quest’ultima ordalia ho passato un weekend in ospedale (a proposito, l’ospedale di cambridge spacca culi, perfino il cibo era buono) avendo a disposizione per 36 ore come unico testo un’edizione dei vangeli fino a quando un caritatevole collega non mi ha portato più amene letture (i consigli di giardinaggio del supplemento del Times).

era però dai tempi del santo catechismo che non leggevo il vangelo, e rileggere con occhi freschi il vangelo secondo matteo mi ha decisamente illuminato, e mi pare giusto recensirlo a beneficio del pubblico bove.

l’inizio è dei migliori: un peculiare elenco di nomi propri. a me piacciono gli elenchi (una deformazione di stampo borgesiano) e piace leggere nomi propri bislacchi: Esrom, Aminadab, Naasson, Booz (il migliore credo), Acaz, Zorobabele (no, il migliore è questo), etc. l’elenco sarebbe invero la genealogia di gesù, e qui domande su domande su chi cazzo abbia tenuto il registro di tale genealogia per quasi 1000 anni. ma transeat.

dopo di che, una prima incongruenza, decisamente imperdonabile:

22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

23 “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio
che sarà chiamato Emmanuele,”

che significa Dio con noi. [...] la sua sposa, 25 la quale, [...] partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.

non so: a casa mia Gesù non è Emmanuele, magari sbaglierò.

abbiamo poi una confusa e malscritta storia su magi, re e stelle che è del tutto priva di interesse e causa solo sbadigli. andiamo avanti fino a 3:7 e notiamo apparire una caratteristica ossessiva di questa novella: il bashing di farisei e sadducei.

metà del libro è infatti occupata da insulti variegati contro queste due categorie. è da notare che, a parte gli sbraiti dei personaggi principali (prima Giovanni Battista, poi Gesù) i farisei e sadducei recitano di norma la parte dei personaggi ragionevoli, ponendo domande del tutto sensate e comportandosi regolarmente con la massima educazione. ciò nonostante vengono ripetutamente insultati, apostrofati come “vipere” e ridicolizzati. le motivazioni di tale comportamento sono sempre confuse e oblique, il gergo è quello tipico dei pamphlet diffamatori. considerando che i farisei sembrano essere i progenitori dell’odierno giudaismo rabbinico, sembra sensato considerare il vangelo secondo matteo un pamphlet antisemita ante litteram.

dopo di che, inizia anche (da 4:1) una serie di reticenze di gesù che ricordano un po’ le giustificazioni di qualunque cialtronesco santone. arriva Satana che, giustamente, gli dice “se sei il figlio di dio, fammi un po’ vedere”. e lui risponde con frasette ad effetto da smart alec di stocazzo, ma intanto nicchia. satana giustamente si rompe il cazzo di tanta buffoneria e se ne va. dopo di che, inizia l’opera da santone: gironzola per villaggi guarendo un po’ di gente qua e là. resta il mistero sul perchè il Figlio di Dio non potesse guarire tutta la Galilea contemporaneamente, senza arrivare fisicamente lì a imporre mani, o perchè non potesse generare una fornitura inesauribile di vaccini, ma il nostro amico è un po’ fricchettone, che ci volete fare.

segue lungo monologo, colmo di consigli più o meno buoni, dove spicca un’altra ossessione del nostro: i fichi.

gesù è infatti goloso di fichi, e sembra invece detestare le more, che infatti ignora nel seguente versetto (7:16-17): “Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi”: no caro gesù, non si raccolgono fichi dai rovi, ma i rovi producono ottime more, non si capisce perchè debbano essere considerati frutti cattivi.

l’ossessione dei fichi ricorre altre volte (e.g.24:32) ma in particolare in un episodio, ben più avanti ma che riporto subito perchè completamente sconcertante. 21:18-19: “La mattina dopo, mentre rientrava in città, [Gesù] ebbe fame. Vedendo un fico sulla strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: “Non nasca mai più frutto da te”. E subito quel fico si seccò.” – il vangelo di Marco specifica anche che non era stagione di fichi. il gesto sembra dettato da puro rancore: non è mica colpa del fico se non ci sono fichi, e in ogni caso poteva usare i suoi poteri magici per far sbucare un tot di fichi. invece no, vendetta e morte sulla malapianta, così, perchè siamo incazzosi e golosi di fico.

mi rendo conto che la stiamo facendo lunga -dovrei scrivere un fascicolo dettagliato sull’argomento- quindi velocizziamo. si va avanti tra guarigioni/resurrezioni a capriccione e invettive varie. gesù in generale fa la figura di un santone paranoico e permalosissimo, che non ci mette nè uno nè due a sfanculare interi villaggi perchè magari l’hanno guardato un po’ storto: (13:58): E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.. di fronte ai soliti farisei, posto davanti a corrette ed ovvie richieste di prove, di nuovo gesù fa lo gnorri sgusciando come un’anguilla in nome di una supposta superiorità morale (12:38-39; ma anche 16:1-4): “Allora alcuni scribi e farisei lo interrogarono: “Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno”. Ed egli rispose: “Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato” – bravo stronzo, son buoni tutti così.

ulteriori gesti berlusconiani (pani e pesci così per tutti, camminata sulle acque per bullarsi) e ulteriori monologhi, stavolta sotto forma di raccontini metaforici. tali raccontini sono generalmente, con rare eccezioni, piuttosto scialbi e in almeno metà dei casi ripetono monotonamente quanto è figo quanto è bello il regno di dio.

uno dei sadducei un bel giorno pone a gesù una domanda abbastanza capziosa su che fine fanno mogli e mariti in cielo: si scopre così che il regno di dio è una tediosa castissima merda (22:30): “Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo.”

in 26:6-11 gesù mostra di essere tanto vanesio quanto presuntuoso: “gli si avvicinò [a Gesù] una donna con un vaso di alabastro di olio profumato molto prezioso, e glielo versò sul capo mentre stava a mensa. 8 I discepoli vedendo ciò si sdegnarono e dissero: “Perché questo spreco? 9 Lo si poteva vendere a caro prezzo per darlo ai poveri!”. 10 Ma Gesù, accortosene, disse loro: “Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. 11 I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete.” – come dire “certo certo, i poveri piccini sì, però intanto avere le troje che mi profumano è una figata quindi non rompetemi i coglioni, che son figo io e me lo merito”.

la conclusione è abbastanza inevitabile. uno dei discepoli giustamente si è gonfiato i coglioni e lo rivende per trenta denari; un altro non lo rivende però si guarda bene dal dire di conoscerlo quando interrogato: evidentemente c’è da vergognarsi di frequentare costui, e non li biasimo. la folla intera piuttosto che tenersi in casa codesto rompicoglioni saccente e millantatore decide di farlo crocifiggere, a costo di liberare un noto criminale al suo posto. l’inverosimile storia di resurrezione for teh lulz è storia nota.

in parole povere: un testo decisamente malscritto (piattissimo, colmo di ripetizioni, scarno) che descrive brevemente le avventure di un cialtronesco e permalosissimo santone salvato -e poi condannato- dalla sua parlantina. francamente evitabile: se si vuole una guida spirituale, consiglio di gran lunga un testo di ben più alta saggezza.



Saturday, November 14, 2009 , 20.11

ce ne siamo liberati

a bocce ferme possiamo finalmente tirare un piccolo, quasi impercettibile sospiro di sollievo per uno degli eventi più attesi dall’autore di questo blog: la scomparsa di alda merini.

prima di tutto siamo sollevati perchè la merini non scriverà più. la merini è stata uno dei più limpidi esempi della cattiva cultura letteraria in italia. ovviamente di pessima letteratura scoppia tutto il globo terracqueo, e la merini, sebbene al massimo possa aspirare a un’opaca mediocrità, non era peggio o meglio di mille altri anonimi. e allora perchè? ci arriviamo subito.

fa comunque parte della mia stupidità insistere nello stupirmi per il fatto che venga ritenuta una “grande poetessa del novecento” (quindi alla pari con gente come Zanzotto, De Angelis, Sanguineti, Montale) qualcuna che ha avuto il coraggio fino a poco prima di morire di buttare in giro cose completamente grottesche e penose come una poesia in memoria di mike bongiorno. ma per capire il vero seguito della povera alda basta vedere i nomi di chi la voleva premio nobel: Rocco Buttiglione, Paolo Bonolis, Lucio Dalla e Monsignor Brambilla di San Simpliciano.

ma alda merini, questo è il problema, è stata soprattutto una delle icone di quel pozzo caramelloso e disgraziatamente adolescenziale in cui si incista tanta letteratura negli ultimi 50 anni. quel mondo fatto di eterni studenti che non hanno mai letto Dante o Musil ma si sentono colti perchè leggono Palahniuk. quel mondo, figlio del mai troppo maledetto romanticismo, che crede che basti essere un po’ mattacchioni, avere qualche brutta esperienza con la psichiatria old school, buttare giù qualche verso a caso e infine (essenziale) trovare gli amici del circoletto di simpatia giusti perchè si possa essere Grandi Artisti. il risultato tangibile di tale grottesco attention whorismo è penoso più per la povera defunta pseudopoetessa che altro: le testimonianze della merini sono cose come blog-tributo degni del cottolengo, giornali in estasi perchè la merini scriveva sui muri ; la merini nuda fiera del suo essere un’inguardabile vecchia boda sudata (operazione a cui classicamente segue borborigma su la poesia il corpo blablabla).

scrivere, anche scrivere poesie, non è una cosa banale, ma è amaramente banalizzata (del resto è anche colpa mia, io sono qui, scrivo, e non dovrei, probabilmente). la poesia, che fu un tempo la letteratura per eccellenza, è tragicamente diventata nel dopoguerra una subculture non diversa da quella dei rappers o dei collezionisti di piatti del buon ricordo. incapace ormai di dipingere cosmogonie, di fare alcunchè che non sia guardarsi l’ombelico e organizzare senili, vuote, tristi premiazioni reciproche.

è probabile che il problema della poesia siano i poeti. il termine poeta -che giustamente crea brividi e imbarazzo ai più- andrebbe abolito. andrebbe legislato che tutte le poesie debbano essere depositate in forma rigorosamente anonima, pubblicate in sillogi casuali stampate su carta grigia, distribuite gratuitamente su autobus e treni, con minimo 10 anni di ritardo dal deposito. solo allora riacquisterebbe un senso, una preziosità.

“I poeti, che brutte creature / Ogni volta che parlano è una truffa”



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