Sunday, August 10, 2008 , 18.25
domine, non sum dignus
odio bologna. non ne posso più di bologna. voglio andarmene da bologna. e dall’italia. il mese scorso sono stato a Cambridge (UK) a vedere il luogo ove spero di passare un paio d’anni nel prossimo futuro. che io ci vada effettivamente è tutto da vedere (cambr1dge mi prenderebbe volentieri e mi sta aiutando ma dipende, tecnicamente, dal vincere o meno dei finanziamenti europei). è ormai acclarato che quando supero il parallelo di Monaco di Baviera io mi sento a casa. io sono sempre vissuto in italia e nato in una città di mare: peccato che non mi piaccia andare al mare, non so praticamente nuotare, soffra il caldo in modo disperante (a marzo sono generalmente in t-shirt) e aborra il piacionesimo italiano. mi sento a posto, nel mio elemento, solo nelle città del nordeuropa: berlino, stoccolma, edinburgo. Cambridge non fa eccezione. alzarsi al mattino a metà luglio e trovare al di fuori dodici gradi, pioggia e vento mi ha fatto stare bene come non mai. immagino che d’inverno possa essere un po’ un orrore, ma ho visto edinburgo nel mese di novembre e mi piacque lo stesso da matti.
la città di Cambridge è deliziosa, harry potter meets miss marple come dev’essere. sorpresa: il cibo inglese fa veramente un po’ tristezza (prima che mi prendiate per un ingenuo: sì, sapevo che la cucina inglese è quella che è, ma io sono famoso per essere capace di apprezzare le peggiori e più bislacche mangerie -ed è meglio che non vi dica cosa ho messo nell’insalata di riso). però nei pub ci si arrangia bene, basta evitare la pork pie (aka pasticcio freddo di cartilagini di abitante di ospizi avvolto in pastasfoglia originale della presidenza Carter) e dimenticarsi di avere la gastrite. la cosa che invece mi ha fatto cadere seriamente le palle è l’orario di chiusura. santocielo, in un paese civile, specialmente in un paese in cui d’estate il sole non tramonta prima delle 22, non mi puoi chiudere i negozi alle 17.30. già io sono incazzato nero col fatto che in italia quasi tutto alle 19-19.30 è chiuso e la domenica è riverita con più deferenza del sabato ebraico in un condominio di ortodossi. e non ditemi che “al nord fanno così”, perchè a stoccolma alle 22 potevi ancora fare la spesa. ma cazzo.
comunque, ho potuto passare tre giorni nel dipartimento di chimica di Cambridge. umanamente, è stata un’esperienza tanto intimidatoria quanto esaltante. faccio ricerca da poco tempo (quattro-cinque anni), e non ho visto molti posti fuori dalla laida bologna. visitare Cambridge è stata la prima volta, per me, a fronte realmente con l’élite.
v’è una naturale dolcezza e semplicità in chi, naturalmente, appartiene a una generazione superiore. ho bevuto, cenato e scherzato con questa gente -postdoc all’incirca della mia età e giovani professori- e non c’era alcuna supponenza o arroganza. c’erano persone limpide e gradevoli, amabili e schiette, e assolutamente generose e accoglienti fino alla mia commozione. ma su questo, in questo, stava quel brillare dell’intelligenza, quella rapidità del pensiero, quella sicura competenza e la chiara cordiale ironia delle persone di razza. ora, io ho la fortuna di conoscere varie di queste persone tra i miei più cari amici. ma trovarsi di colpo in un’intera comunità di persone di questo tipo, mai viste prima eppure immediatamente vicine a sè, in cui immergersi naturalmente e imparare a ogni minuto, mi ha veramente colpito. mi ha fatto capire cosa significa, nel senso più limpido, cos’è una possibile aristocrazia dello spirito.
sono intimidito, poichè dubito di esserne all’altezza. troppo fiacca la mia volontà, troppo provinciale la mia natura, troppo lento il mio pensiero, troppo scarse le mie nozioni (perchè le nozioni contano, ragazzi: le nozioni sono i mattoni con cui costruisci, e cazzo io rivoglio il nozionismo -ma questo è un altro discorso). spero lo stesso comunque di avere il privilegio di vivere in quest’ambiente per un poco, poterlo conoscere dall’interno, e raccontarlo un giorno, immeritevole.
(e no, prima che: non voglio rassicurazioni o “ma dai che ce la fai” di alcun genere, veramente, mi disturberebbero.)
