Wednesday, December 9, 2009 , 02.19

andare a lavorare

la scienza ha anche un po’ rotto il cazzo. farla, la scienza, intendo. tra i vizi e le virtù della più nobile disciplina dell’uomo (ma vedremo fra poco casi di discipline quasi altrettanto nobili) c’è la tragica constatazione che è un mestiere in cui non sei mai competente su quello che stai facendo. suona male, ma se ci pensate è ovvio. fare scienza seriamente di norma significa inventare/fare qualcosa che non hanno mai fatto prima, e quindi è impossibile essere automaticamente competenti al riguardo.

il che significa fare il bagno nel brodo di paranoia e grandinare porcodio come un cumulonembo sulla kamchatka. se a questo aggiungete il fatto che è un lavoro precarissimo per definizione e che vivo in un ambiente di lavoro dal desolante panorama di fighe di legno, la cosa non si fa per nulla rosea. pertanto -visto che probabilmente la mia permanenza a cantabrigia non durerà più di 18 mesi ancora- sto iniziando a considerare ulteriori possibilità. alcune delle quali sono:

recensire forme di vita. benchè si parli un bel po’ delle meraviglie della natura, è estremamente latitante una elegante disamina estetica di codeste bestie del cazzo che esuli dall’eterno dilemma “è meglio il cane/è meglio il gatto”. una roba del tipo: Plasmodio della Malaria: Ciclo vitale tipico dei parassiti ma non per questo meno figo, morfologicamente semplice ma elegante, il plasmodio della malaria è un compagno di vita mai noioso che purtroppo è amico dei negri e disdegna il gin tonic. Voto: 6.

picchiare i minorenni vista la seriamente drammatica mancanza di disciplina delle giovani generazioni, è il caso che si corra ai ripari. spaccare le rotule a chi marina la scuola e tempestare di nocchini gli adolescenti sguaiati sull’autobus sono solo tra i primi provvedimenti che un nuovo, limpido corpo di militi dovrà intraprendere per sostituirsi al deboscio genitoriale.

il creazionista di professione al modico prezzo della perdita di qualsiasi rispetto per sè stessi, sarebbe la carriera perfetta. ai creazionisti non mancano certo i soldi, ma sono disperati del poter vantare tra le loro fila qualsiasi personaggio abbia una vaga familiarità con le scienze biologiche e sia capace di non ridere mentre dichiara che le banane sono la prova dell’esistenza di dio.. potrei quindi tirare a campare facendo conferenze nella Bible Belt, sbucciando banane, contestando l’ovvio, contemplando cosmologie aberranti e facendomi amico un sacco di pazzi malsani. bonus: il supporto di giuliano ferrara.

le seghe. last but not least, signori miei, le seghe. alla fine il mio breve ma intenso pegno alla società l’ho dato, eccheccazzo. trovo, come dire, scandaloso che non si permetta a un personaggio del mio sussiegosissimo calibro, della mia nativa e abbagliante aristocrazia, di non poter essere mantenuto dalla società di voi bovinissime bestie per il solo, nobile scopo di massaggiare la setosa pelle della mia verga e rovesciare il mio preziosissimo sperma sugli infermi e sui peccatori. orsù, preparate il divano. voi altri, forza coi kleenex! adorate il divino augello!



Tuesday, September 23, 2008 , 01.32

le mucche, gli incesti, le felci

siamo infine tornati, malconci ma vivi. posterò ancora per un mese anche su splinder, visti i trascorsi, per sicurezza.

adesso che a LHC si sono rotti i magneti posso rendervi partecipi di una delle mie paure più cupe.

m’immagino spesso cosa succederebbe se un equivalente futuro di LHC non trovasse niente. oppure trovasse fenomeni del tutto incomprensibili. ovviamente questo lì per lì sarebbe visto come qualcosa di scientificamente fantastico, di positivo. una nuova fisica, nuove ricerche, nuovi paradigmi. eccetera. dopo di che man mano, lentamente, ci si accorge che ci si sta dibattendo nel vuoto. o meglio, non nel vuoto: si sa dove parare, ma non si sa come. si trova che ci sono buchi fondamentali nei modelli, e gli esperimenti per decidere tali buchi sono impossibili. richiederebbero energie inarrivabili, o condizioni irriproducibili in laboratorio.

una fine umiliante, dovuta non al fatto che in ultimo vi siano eventi non razionalizzabili: ma semplicemente a limiti tecnici, alle leggi stesse del mondo, che ci impediscono di costruire ciò che ci servirebbe a svelarle.

ci si sforza e ci si affretta a riempire gli ultimi buchi, a tirare la corda finchè si può, ma rapidamente ci si accorge che, a livello pratico, la fisica è finita: tutto quanto si poteva umanamente sapere del mondo si sa, e si sa che c’è altro, ma che non è conoscibile. oltre ciò, le montagne sono troppo alte per essere scalate. la fisica teorica, priva di dati sensibili con cui fare i conti, diventa una enorme teologia acefala, una cabala dove si permutano equazioni.

anche la tecnologia incontrerebbe la stessa fine. portati i materiali e le energie ai loro limiti, portata la computazione all’estremo, resterebbero una serie di variazioni sul tema, ma raggiunto il fondo del barile nulla di veramente nuovo romperebbe la monotonia dell’uomo.

a quel punto, restano due strade. la prima è stata proposta altrove, da autori che non rammento, come una delle soluzioni del paradosso di Fermi: l’arricciarsi dell’umanità dentro la realtà virtuale (à la matrix, per intenderci, ma autogestita), acciocchè ci si liberi di qualsiasi vincolo fisico e accidentale e si viva nell’unico paradiso possibile fino alla fine del Sole. la seconda, non necessariamente esclusiva, è che la tendenza già avviata verso la mera sopravvivenza e l’assenza di destino ci porti a un dreidal interminabile, a sgranare nelle mani la nullità. e lentamente riperdere consapevolezza dell’universo, e confondersi in ultimo, lasciandosi andare alle mucche, agli incesti, alle felci.



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