Wednesday, February 3, 2010 , 22.07
l’ora del monoscopio

come avrete già intuito, non è il momento nè il luogo.
non lo è proprio per un cazzo.

come avrete già intuito, non è il momento nè il luogo.
non lo è proprio per un cazzo.

magari l’ho già detto ma mi manca stalin. voglio dire, stalin non l’ho ovviamente mai conosciuto. ma come cantava un oggi parlamentare di AN, “il futuro è soltanto il ricordo di uno stupendo passato”. e l’iconografia staliniana. la fisionomia esattamente a metà tra asiatica ed europea, simbolo della sua unione sovietica, lo sguardo da padre severo e pacioso, il piccolo padre di ispirazione zarista. il buon stalin, che ti manda sì nel gulag, ma perchè è un padre, che punisce i suoi figli con la cinghia, per farli crescere migliori. e poi tocca che gli nasca un gorbaciov nel suo futuro, ma questa è un’altra storia.
nella mia biblioteca fa bella mostra di sè, inconsapevolmente preziosa, un’antologia oscar mondadori delle opere di stalin, anno 1970, a cura di tale giuseppe boffa (personaggio che una brevissima ricerca su google ci informa non da poco: senatore, mediatore privilegiato nei rapporti PCI/URSS, autore di una storia dell’Unione Sovietica, eccetera). la mia copia, bancarellata, reca peraltro un incomprensibile autografo datato “Bologna 1980″, con quel che ne consegue. ci piace. in essa antologia, si trova la seguente frase dell’Uomo D’Acciaio:
“Possono queste deficienze venir liquidate? Sì, incontestabilmente. Potremo liquidarle quanto prima? Sì, nel modo più assoluto. Nessun dubbio può esistere a questo proposito.” (Sul lavoro nelle campagne, gennaio 1933, in “Per conoscere Stalin”, Mondadori 1970, p.277)
che bel mondo era quello. “incontestabilmente. nel modo più assoluto. nessun dubbio può esistere.” l’opera di stalin, qualora non si concentri sul ridicolizzare i propri avversari in modo monotonicamente pretestuoso, è meravigliosa nel suo ottimismo muscolare e tetragono. mettici più trattori, e vedrai che funzionerà. e se non funziona, è perchè i kulaki iniettano la meningite ai cavalli (immagine meravigliosa, metafora totale, sebbene forse involontaria: il bieco kulako armato di siringa che infetta il cervello del motore del contadino, così come infetta il cervello del popolo, motore della rivoluzione, con le idee controrivoluzionarie).
la prosa staliniana è altrettanto sublime, greve come le cinghie di un carroarmato, colma di ripetizioni e di afone prolissità. è deliziosa specialmente in quanto la versione italiana -di Togliatti!- è grammaticalmente scadente, dimentica dei congiuntivi, fortificandone la rudezza. un esempio:
“Questa tesi di Zinoviev, come vedete, scaturisce per intero dalle definizione sbagliata che egli dà del leninismo. Perciò essa pure è sbagliata, così come è sbagliata la sua definizione del leninismo.
È giusta la tesi di Lenin che la dittatura del proletariato costituisce il contenuto essenziale della rivoluzione proletaria? Penso che è giusta. E allora che cosa ne risulta? Ne risulta che la questione essenziale del leninismo, il suo punto di partenza, la sua base, è la questione della dittatura del proletariato.” (“Questioni del leninismo”, gennaio 1926, in op.cit. p.84)
leggo che il partito comunista della Nuova Zelanda fu uno dei pochissimi partiti comunisti del mondo capitalista a mantenere fedeltà allo stalinismo dopo la scomparsa di stalin. altra epoca, quella in cui l’idea di un socialismo di lingua inglese in Oceania (…) poteva avere una possibilità.
leggo che Hoxha mandò letteralmente affanculo il mondo intero per mantenere fedeltà a stalin, riuscendo a isolarsi dall’intero mondo conosciuto come neanche la corea del nord:
“But to hell with them! We shall fight against all this trash, because we are Albanian Marxist-Leninists and on our correct course we shall always triumph!”

a londra, in una skyline che tutto sommato ha poco da dire, mi fa sempre piacere vedere la tate modern. un edificio che in quest’epoca di iphones (ed ebbene sì, anche yours truly vi scrive da un macbook) e di grattacieli anali si prende l’arroganza
di essere enorme, monolitico, e supremamente fallico. il mondo, facciamocene una ragione, ha bisogno di cazzo.

come si dice da queste parti, shit has hit the fan.
lavoro in una gabbia di malati di mente, e non voglio diventare il prossimo paziente dell’arkham asylum. per questo motivo, c’è un bel po’ da ricostruire.
nella mia vita da pensionato, oggi le mie gioie sono state:
- trovare che Sainsbury’s in centro rimane aperto fino a mezzanotte
- osservare i ragnetti nuovi in cucina crescere timidamente
mi sono reso conto che non ho più continuato a recensire la mia vita a cambridge dopo questo post. vediamo dunque di venire incontro alle masse incolte e bovine che vanamente brancolano sul globo terracqueo con tre piccoli aggiornamenti.

sicko.
come accennavo, festeggiai la mia prima settimana a cambridge con un dito nel culo. venni accolto con inusitata cortesia dal mio medico curante, un omino asiatico giovane e forbitissimo dall’accento alla miss marple che qua è ubiquitario. la prima cosa che fa è puntarmi contro una telecamera e domandarmi se può riprendere la visita. “perchè?” mi risponde che il servizio sanitario nazionale si riguarda le cassette per valutare la qualità dei medici. menzogna. il mellifluo dottore, quando gli accenno a disavventure anali di scarsissima rilevanza, di colpo si fa interessatissimo e mi chiede di “dare un’occhiata”. “ma no” “ma sì” “ma no” “ma sì” e alla fine vabbè, tanto vorrà guardare. un cazzo. si infila surrettiziamente un guanto e TRRRAAAAAK: l’antico gioco del dito dritto. poi con voce calmissima: “fa male?” “CAZZO SÌ”. evidente dunque che egli registra tutto ciò per masturbarsi di fronte al mio culo peloso appena sverginato.
il mio secondo rendezvous con la sanità inglese è stato a causa di una simpatica e recente intossicazione alimentare. ceno e dopo un paio d’ore inizia la nausea. dopo quattro ore la nausea non è più nausea, bensì una congestione da incubo, con brividi di freddo, sensazione di morte, incapacità di respirare e di vomitare. la tipa dell’ambulanza da me chiamata quando ormai ero in agonia rimane estremamente perplessa dal fatto che io stia malissimo ma che non provi un dolore acuto in un punto ben definito (evidentemente non concepisce che uno possa star male anche senza dolore). dopo una corsa in ambulanza arrivo appena in tempo per vomitare due litri e mezzo di roba (misurati: le bacinelle avevano le tacche) e farmi fare le analisi del sangue dall’infermiere più negro del mondo, nonchè sorridere ai tentativi grotteschi del caposala di parlare italiano. tutto risolto in nottata comunque.
nothing’s gonna change my world. la chiave di lettura per capire cambridge (e con essa buona parte del regno unito) è che a cambridge non succede mai niente, con l’esclusione del nostro eroe donald joyce, la prima pagina del giornale locale (settimanale) di cambridge è occupata da notizie come “vecchietto abbandonato in ospedale”, “cigno molesta i canoisti”, “proteste all’apertura del nuovo supermercato”. un giorno incontro degli indigeni a un concerto, a cui chiedo quello che chiedono tutti gli italiani pivelli: come mai avete i rubinetti separati, eccetera. la risposta è: “a noi piace che le nostre case siano come quelle dei nostri nonni, e dei nonni dei nostri nonni”. l’ideale di vita degli inglesi è una terra senza tempo, in cui non accade assolutamente niente, e che si ripete identica nello spazio: prova ne sono i paesini inglesi, identici tra loro a livelli impressionanti.

la questione endogamica. a demolire lo stereotipo del nerd, lo scienziato di cambridge è sì un po’ alienato, ma di norma è accompagnato da una partner, che è spesso del tutto gradevole se non decisamente gnocca. la cosa inquietante è che si accoppiano tutti, inevitabilmente tutti tra di loro. spesso anche intra-disciplinarmente: biologi con biologi, chimici con chimici, fisici con fisici.
il motivo base è che esiste un diaframma insuperabile tra l’università e il Resto del Mondo. la cosa mi inquieta, perchè in realtà nell’ambiente accademico, con le debite eccezioni, non mi sono trovato perfettamente a mio agio: di norma i tuoi colleghi sono come i colleghi d’ufficio del resto del mondo, persone tranquille e occhei ma con cui non c’è un feeling particolare. il problema è che anche i locali tendono a sentire questo diaframma, e quindi gli abitanti di cambridge vivono l’università e gli universitari come una cosa estranea. i timidi tentativi d’integrazione finora hanno avuto uno scarso successo (sicuramente dovuto anche al fatto che non ci ho provato molto: uscire dall’ufficio a mezzanotte in un paese in cui a mezzanotte i locali chiudono non aiuta). stasera comunque i miei colleghi mi trascinano alla festa brasileira all’Anglia Ruskin. non posso dirgli per la millesima volta di no, quindi brace for lulz.
ora vi lascio, che ho da smadonnare con i miei primi passi nel C. a tal proposito, vi lascio con un ormai famoso esempio di cosa può fare vivere da nerd troppo a lungo.