LICHENI n.1 "CORPO" luglio 2021

Nel buio bagno di mutanda

di Gianluigi Concas

Un piccolo corpo

Sono nato morto. La prima esperienza della mia vita non è stato lo schiaffo dell’ostetrica, ma la stretta del cordone ombelicale attorno al collo. Ero soffocato, silenzioso, inerme e violaceo. Non sono nato alla vita, sono resuscitato da una non morte. Vita e morte sono complicate, intrecciate e mischiate, si alternano una sull’altra e vibrano insieme formando esistenze mistiche dimenticate nei secoli, come il fango ai bordi di uno stagno. Si annodano insieme e diviene difficile provare a descrivere questo semplice fatto che è accaduto a quel me deceduto che sono stato 45 anni fa, quando ancora non ero un me, ero solo un piccolo corpo, carne che non respirava. E chissà se ho pianto quando finalmente ho potuto avere la mia prima razione di ossigeno. Anzi, sicuramente ho pianto come tutti, e chissà che strano e doloroso sollievo possa essere stato quel primo respiro soffocato, talmente doloroso da essere dimenticato, talmente doloroso da non poter essere memorizzato. Non c’era ancora spazio nella mia memoria, ero solo un corpo, un corpo uscito da un altro corpo, e non avevo nessuna illusione sotto cui ripararmi, nessun valore da dare alla vita se non me stesso.

Convulsioni

E chissà se a causa di questa strana resurrezione fu che verso gli 11 anni ebbi una crisi epilettica. Poi ne ebbi un’altra sul letto dell’ospedale, in piena notte. Poi un’altra la settimana successiva appena dimesso dall’ospedale, dentro un market dove i miei genitori stavano facendo la spesa. Ma quella fu in verità una mezza crisi, un accenno di crisi. In tutto ne ebbi cinque o sei, di cui l’ultima a distanza di tre o quattro anni dalla prima. Non sono tante, ma la paura di avere una crisi era costante in me giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto. Era un cane che ringhiava nel mio cervello. Le zampe rigide sulla corteccia cerebrale, non si spostava per nessun motivo. Per fortuna avevo le paranoie a tenermi compagnia, la mia culla mentale, la mia stalla puzzolente in mezzo alla campagna deserta. E allora continuai a nutrirle tenendo impegnato il mio cervello, per non sentire quel cane. Divenni il re delle paranoie, l’imperatore della rimuginazione, ma tutto si svolgeva dentro me, la mia follia era al sicuro.
La prima volta che mi è venuta una crisi epilettica ero a casa. Era una domenica mattina e mi ero appena alzato dal letto e stavo giocando con una di quelle palline di gomma colorata che rimbalzano come se fossero dotate di vita propria, lanciandola e rilanciandola contro il muro. Mia madre era in cucina a far le faccende di casa. I miei fratelli ancora dormivano a letto. Ogni tanto smettevo di lanciare la pallina e mi sedevo sulla sedia a guardare la televisione. L’E-Team, Stursky and Hutch o Magnum PI, che mi piaceva tantissimo guardarli la mattina quando non andavo a scuola. Ma quella era una domenica e chissà quale noiosa trasmissione veniva trasmessa. E proprio mentre stavo seduto a meno di mezzo metro a fissare la TV succede che sento una specie di formicolio magnetico al piede destro, quel formicolio che già da diverse settimane avevo notato senza dargli troppa importanza; durava qualche secondo e poi passava. Ma quella domenica non fu altrettanto; iniziò a diffondersi su tutta la gamba, poi si prese il torace, e come uno sciame di api lo sentii invadere lentamente il braccio destro e poi monopolizzare tutto il corpo e assediare il cervello, e a quel punto comincio a urlare.
In quei momenti tu non sei più il tuo corpo, o meglio, preferiresti non essere nel tuo corpo. Ti sembra di essere fatto di gomma elettrificata, di essere preda di una metamorfosi corporea. Forse mi stavano crescendo 20 braccia e dieci gambe, e probabilmente la testa stava girando su se stessa. Ero indemoniato: le paranoie ossessive che stavo nutrendo erano diventate reali, Dio aveva perso e il diavolo era venuto a prendersi il mio corpo. Naturalmente, dopo quei primi 10 secondi in cui ti senti peggio di un polipo impazzito sparato su un missile a 1000 km all’ora, il dolore, lo spavento e la tensione sono tali che per fortuna perdi i sensi, per rinvenire solo quando la crisi sta esaurendosi. E a quel punto non è tanto meglio, perché tu acquisisci coscienza, ma non puoi utilizzare il tuo corpo, spossato dalla scarica energetica della crisi che lo ha reso completamente inerme e fiacco. Sei solo una specie di poltiglia di coscienza, provi a spostare il braccio ma quello ti ricade in faccia, finché a poco a poco non riprendi le forze e puoi cominciare a riprendere il controllo del tuo corpo, mentre speri che non si sia smaterializzato.
A ripensarci adesso non so come ho fatto ad attraversare quei momenti senza uscire abbastanza fuori di testa, senza diventare più matto di quello che sono, senza diventare un maniaco compulsivo ossessivo.

Per tenere sotto controllo le crisi inizialmente prendevo dei farmaci molto potenti che mi facevano dormire parecchio. Poi visto che questi farmaci avevano questo effetto soporifero, i medici hanno deciso di cambiare terapia e mi hanno dato una medicina che si chiamava Depakin, che poi è diventato anche il nome di una fanzine di fumetti e arte che ho prodotto per qualche anno. Questo Depakin l’ho preso per circa trenta anni. All’inizio lo prendevo liquido. La scatoletta, che aveva un bel packaging lisergico, era mossa su ciascun lato da una spessa onda di colore fucsia e verde acido. Al suo interno era contenuta una boccetta con dentro il medicinale liquido e una stretta siringa senza ago. Con la siringa dovevo prendere una certa quantità di Depakin e scioglierlo nell’acqua per poterlo bere, perché era molto amaro. Questa operazione la ripetevo due volte al giorno, mattina e sera. Forse il Depakin è stato la mia salvezza per anni, come per alcuni la salvezza è l’eroina, l’alcool o gli spinelli. Non è un caso che dovessi usare la siringa per preparare la mia dose quotidiana. Difatti quando il rituale della siringa è sparito per cedere il passo alle più funzionali e veloci pastiglie mi è dispiaciuto. E quando la grafica della confezione è cambiata e le onde lisergiche sono state sostituite con due sobrie linee rette verdi e blu, ho cominciato a sentirmi come uno che si sta curando da qualcosa e non come uno che ha il suo semplice rituale giornaliero. E non vi dico cosa è successo dopo che ho smesso di prenderlo, cosa che è accaduta circa cinque anni fa, perché questa è davvero un’altra storia.

La mia mente mi ha sempre creato turbamenti: la prima volta che ho scoperto, da bambino, che potevo pensare due parole contemporaneamente (per intenderci: pensare “Sedia” e “Barattolo” come se due persone si stessero parlando una sopra l’altra), mi sono sentito come un marziano, un sub-umano, un bambino che ha una malattia grave. Non sono uno che si fa le paranoie perché ha avuto un trauma epilettico a undici anni. Le paranoie me le facevo anche prima di avere crisi epilettiche, anzi, direi che le paranoie e le crisi epilettiche sono le due facce di una stessa medaglia; la crisi epilettica è lo sfogo fisico di una energia, e la paranoia è uno sfogo mentale di una energia inespressa che rimane in circolo nella psiche, e capire cosa sia questa energia non so mai se ci riuscirò e forse non ha nemmeno troppo senso, meglio viverla, perché capirla è impossibile.

Mortadella guasta

Alle medie un compagno di classe mi chiamava Mortadella guasta. Questo bambino forse era più paranoico di me perché quando ti parlava, dopo che aveva detto una frase continuava a muovere le labbra per qualche secondo. Dopo averlo osservato per bene ho capito che ripeteva a se stesso le frasi che diceva agli altri. Aveva un bel problemino anche lui insomma. Poi questo disturbo gli è passato, ma non gli è passato il vizio di sfottere il prossimo, vizio che si è portato dietro fino allo scuole superiori, dove ogni tanto si prendeva la confidenza di scherzare pesantemente con me. Chissà che fine ha fatto oggi. Magari fa lo speaker in TV o magari ossessiona la moglie con le sue vecchie abitudini: passami il pane passami il pane. Il letto è fatto il letto è fatto? Cosa c’è a mangiare cosa c’è a mangiare? Che pizza prendi che pizza prendi?
Mi chiamava Mortadella guasta perché a quell’epoca avevo una carie nei denti in bella vista. Ce l’avevo proprio sui denti incisivi. Questa carie me la portai appresso per un bel po’ di tempo perché il dentista da cui stavo andando quando mi sono incominciate a venire le crisi epilettiche non se la sentiva di operare su di me perché aveva paura che mi venisse una crisi, o forse perché non poteva utilizzare l’anestetico perché interferiva con la medicina che stavo prendendo, esattamente non saprei, a quel tempo decidevano i miei genitori per me. Fatto sta che dopo la prima crisi non ho più potuto andare dal dentista e mi son dovuto tenere questa bellissima carie nei denti incisivi e sorbirmi questo idiota di compagno che mi chiamava Mortadella guasta. Avevo una dentatura tremenda, perché oltre a queste carie che come dei vermi impazziti mi corrodeva i denti, avevo pure i canini enormemente sviluppati, erano così grandi e appuntiti che sembravo una specie di vampiro. Inoltre i denti erano particolarmente ingialliti dal tartaro. Figuratevi quindi che razza di sorriso era il mio. Poi finalmente son potuto andare dal dentista e quelle specie di vermetti marroni e viola che avevo tra i denti sono magicamente spariti. Son rimasti solo i due super canini, che fino ai 28 anni circa ho portato con orgoglio, lo stesso orgoglio con cui sguazzo nelle mie paranoie, per capirci.

Mi ricordo sempre quella volta in cui, nel mezzo del caos di una festa univeritaria, due tizi che non conoscevo mi guardavano fisso ridendo sfacciatamente senza nascondersi dal mio sguardo, appassionati dalla mia dentatura vampiresca. Credo che mi abbiano persino chiesto, senza nessun tipo di pudore, anzi piuttosto incuriositi, se erano denti veri o finti. Chissà se avevano bevuto o se erano solo stronzi.
Ma c’erano altri motivi per cui quello scemo del mio compagno di classe delle scuole medie sembrava divertirsi tanto a prendermi in giro, e questo motivo era la mia faccia. O per lo meno, quello che la mia faccia suscitava nella sua mente. Avevo e ho tutt’oggi due sopracciglia abbastanza folte, non due sopracciglia da urlo, ma a quel tempo occupavano uno spazio importante nella mia faccia più di quanto non lo occupino oggi. In più avevo le ciglia molto lunghe e gli occhi piuttosto grandi, e suppongo che questo mix esplosivo di caratteristiche fisiche, unito al fatto che portavo gli occhiali a causa di una importante miopia, suggerissero al mio compagno gli occhi di una mosca, e così mi chiamava Mosca. Si portava i gomiti al torace, stringeva le ascelle, incassava la testa tra le spalle e ridacchiando e socchiudendo gli occhi come un attore di avanspettacolo, mimava con le mani il movimento delle ali e guardandomi ghignava: “Mosca BZZZ BZZ mosca BZZZ BZZZ”, e continuava a ridere tra sé e sé, dondolandosi a destra e a sinistra, in questo teatrino solitario, guardandomi come se aspettasse da un momento all’altro una mia reazione. E mentre faceva questa scena che durava troppo tempo per essere considerata uno scherzo ingenuo, io lo osservavo, meravigliandomi di come lui riuscisse a divertirsi con così poco e in solitudine, perché era l’unico che mi prendeva in giro in questo modo. Stava lì a dire Mosca BZZZ BZZZ e muovere le manine come uno spastico e ridacchiare con quella faccia di cazzo. Non saprei se ero più sorpreso o più incazzato da quella strana pantomima che inscenava forse a beneficio degli astanti, i quali a dire il vero non lo calcolavano affatto durante queste esibizioni. Troppo poco per rischiare una zuffa e comunque lo lasciavo fare perché mio padre mi aveva suggerito che di fronte alle provocazioni era meglio fingere indifferenza e lasciar correre. Invece ogni tanto ci penso e forse sarebbe stato meglio che lo avessi preso a pugni, almeno per rifarmi di un po’ di autostima.

Appunti 1)
Al pronto soccorso mi sento in comunione con agli altri.

Appunti 2)
L’urologo ha scattato una foto col cellulare al mio cazzo e poi me l’ha fatta vedere.

Appunti 3)
Il primo bacio sulle labbra è mistificato.

Appunti 4)
Il primo bacio sulle labbra che ho dato in vita mia l’ho dato al mio migliore amico d’infanzia. Ma era un gioco.

Appunti 5)
Il sesso è mistificato. Ho bisogno di qualcosa di mistico.

Appunti 6)
La “virilità” è il corrispettivo maschile della “femminilità”?

Appunti 7)
Non credo di aver mai sperimentato nessuna forma di erotismo.

Appunti 8)
Quella volta che fumai uno spinello a casa di amici e in un flash rivelatorio di una chiarezza scioccante, vidi l’immagine di me stesso invecchiato, con le guance cadenti ai lati della bocca e gli occhi appesantiti.

Appunti 9)
Mi sembra che solo il mio corpo cresca e che io son sempre lo stesso.

Appunti 10)
Io non sono “Virile”.

A proposito di peli

C’è una foto scattata in un campo erboso a Cesenatico, dove eravamo andati con la Nembo, la squadra del mio paese, a giocare un mini torneo tra squadre di tutta Italia. La foto è stata scattata poco dopo aver disputato una partita: ci sono io, le mani poggiate sui fianchi, vestito con uno dei più raffinati completi della mia squadra, quello in raso verde, e sullo sfondo le gradinate del piccolo stadio nel quale avevamo giocato. Ho lo sguardo un po’ abbagliato dal sole, un po’ accigliato, un po’ affaticato, e metto in mostra le mie belle gambe da piccolo calciatore.
Avevo delle belle gambe. Tutt’oggi ho delle belle gambe. Quando giocavo a calcio mi piaceva sapere che gli altri le avrebbero viste. Non troppo muscolose ma ben tornite e disegnate, dritte e proporzionate. Tutto il mio corpo è ben proporzionato.
Poi è successo qualcosa, qualcosa che ho accettato come un fatto della vita, quale in effetti è. Fino ai sedici, diciotto anni circa, avevo qualche pelo sulle cosce e nei polpacci, i normali peli che qualsiasi maschio possa avere. Poi dopo i diciotto anni i peli hanno cominciato a moltiplicarsi, a crescere, a espandersi, a colonizzare qualsiasi parte della gamba, hanno cominciato pure a crescere un po’ nella zona tra il pube e l’ombelico, e poi negli anni successivi pure nel torace. Ma mentre in questa zona sono cresciuti rimanendo tutto sommato in modesta quantità, la bellezza delle mie gambe è stata oscurata da questi peli lunghi, neri e anche abbastanza grossi. Non erano un quantitativo esagerato, di cui vergognarsi o da additare come uno scimpanzé, ma a me non piacevano. Quando andavo al mare, per esempio, anziché togliermi i pantaloncini per far vedere i bei muscoli delle gambe, avevo la fastidiosa sensazione di star mettendo in mostra i peli. Solo l’abbronzatura riusciva ad attutire il contrasto tra la nera peluria e la freschezza della carne. Non che avessi la fisima da brutto anatroccolo o che ne facessi una malattia, ma avrei preferito che i peli non mi fossero cresciuti a quel modo. Cercavo di ignorare questi peli e da buon maschio li vedevo come parte della mia maschietà.
Poi, circa tre anni fa, il mio collega di lavoro, che è anche istruttore in palestra e ha un fisico robusto e asciutto, un giorno d’estate che portavo i pantaloncini, tra uno scaffale di detersivi e uno di imballaggi usa e getta, mi vede le gambe e mi dice molto tranquillamente “Ehhhh… ma perché non ti segasa qussu spiusu?” (perché non ti tagli quei peli?). Vedendo il mio atteggiamento incerto e sorpreso lui si piglia il colletto della maglietta con tutte e due le mani, se lo allarga e mi fa cenno di guardarci dentro: io allungo il collo e mi sporgo come ci si sporgerebbe nella notte oltre l’oblò di una nave per osservare l’oscuro mare misterioso, solo che invece delle onde spumeggianti osservo un torace quasi glabro, popolato da una modesta peluria bionda interrotta da qualche pelo bianco dovuto all’età. Mi sento vagamente turbato da quella insolita vicinanza, e mentre osservo la sua viva pelle colorata di un rosa acceso lui mi dice che i peli se li taglia non solo nei pettorali ma dappertutto, utilizzando la macchinetta per i capelli.
Non rimasi folgorato da questa virile confidenza, ma l’esibizione di quel petto popolato da una sobria e contenuta peluria cominciò a lavorare nella mia mente. I peli, che vedevo in me stesso come vedevo le orecchie o il naso, cioè un fatto immodificabile del mio corpo, una maschia caratteristica di cui dovevo sopprimere la vergogna e mostrare senza né orgoglio né timidezza, sono diventati come i capelli: qualcosa da gestire per esprimere al meglio la mia fisicità, a me stesso e agli altri.
Perciò adesso anche io mi taglio i peli. Naturalmente non li taglio a zero, semplicemente li accorcio in modo da far meglio risaltare la forma dei muscoli e il colore della carne. Per poter andare al mare e far vedere a tutti i bagnanti quanto sono umanamente accettabile e anche invidiabile e persino ben piazzato in fatto di cosce e polpacci, quanto sono proporzionato e ben costituito. Fanculo a quei cazzo di peli, che mentre uscivo dal bagnasciuga sentendomi guizzante di vita e illanguidito dalle mie virili nuotate, mi impedivano di sentirmi a mio agio, quasi bello come una statua greca o come un moderno 007, non fosse stato che l’acqua di mare appiccicandoli alla mia pelle con l’aiuto della salsedine, vi tracciava centinaia di piccole righe nere come strani filamenti simili ad alghe o parassiti insettiformi.
Che motivo avevo avuto, fino ad allora, di non accorciarmeli come si fa con la barba o con i capelli? Come ho potuto ignorare questa possibilità? Se avete peli lunghi, provate ad accorciarli e poi fatevi la doccia, vedrete come è decisamente più piacevole passare la saponetta sulla pelle massaggiando su e giù con cura e delicatezza, con la spugna impregnata di bagno schiuma al profumo di mandorla dolce, quel profumo che ti fa raggiungere sublimi altitudini di piacere e come un quadro di Mantegna ti porta sulle nuvole, a quote sofisticate, lontano dalle bassezze e dalle volgarità della vita, quella stessa vita capace di farti crescere i peli in misure ridicole. Gesù non è mai stato rappresentato con i peli sulle gambe, Adamo nemmeno, e nemmeno Achille, Omero, San Sebastiano e il Doriforo. I peli ci riportano allo stato animalesco, all’istinto, alla brutalità, alla durezza della vita. Perciò, abbasso i peli.

Porte dimensionali

Non ricordo la stagione, forse primavera o autunno. Però mi ricordo che era pomeriggio, e quando sono tornato a casa, per uno strano caso del destino qualcuno stava pulendo il bagno, forse mia madre o mia sorella, e c’era un buon odore di detersivo nell’andito di casa e una strana atmosfera, un’atmosfera nuova portata dalla luce del sole nel pomeriggio che finisce. Quel pomeriggio mi era successo qualcosa che “avrebbe cambiato per sempre la mia vita”, come si usa dire. No, la mia vita non cambiò drasticamente. Continuai ad essere quel bambino un po’ timido e introverso, ad andare a scuola, fare i compiti, giocare a pallone in piazza di chiesa e guardare Bim Bum Bam il pomeriggio. E naturalmente farmi le paranoie. Non diventai un bambino anormale, e nessuno si accorse che qualcosa era successo. Perché quello che era successo era successo dentro di me, e io non lo dissi a nessuno. E cosa mai avrei dovuto dire poi? Come avrei potuto manifestare ciò che allora sentivo, quali parole avrei potuto usare? E come, e a chi?
Avrò avuto un’età tra i sette e i nove anni, ero un bimbetto giovane, innocente e anche abbastanza sensibile. Io e i miei amici, tanti dei quali erano miei compagnetti di classe, stavamo giocando a pallone, non nella classica Piazza di Chiesa che a quel tempo non era ancora il nostro ritrovo principale, ma nella strada che si affacciava di fronte alla casa del mio migliore amico Mauro Sebis, che abitava sul limitare del paese, dalla parte in cui la campagna ospitava la collinetta con la vecchia chiesa diroccata, i campi di grano, il canale dove c’erano le carpe e le gallinelle d’acqua e che quando c’era poca acqua si poteva guadare passando sopra le pietre facendo attenzione a non cascarci dentro, e oltre il canale c’erano le scuole agrarie, e più oltre il mondo sconosciuto e misterioso.
La casa del mio amico era separata dalla campagna solo da altre due case grigie e vecchie: in una non so chi ci vivesse, forse una signora anziana o qualche coppia di vecchietti di quelli che ogni tanto li vedi uscire dall’uscio con la carriola per andare in qualche boschetto a fare provvista di legna o in cerca di asparagi e bietola, o magari vanno al vecchio orto a dare da mangiare all’asino, alle galline e ai conigli. Io stesso col mio migliore amico ogni tanto andavamo all’orto di campagna per dare da mangiare ad una decina di conigli che avevano nelle gabbie, e che mia madre comprava per cuocerli in casseruola, ed erano saporitissimi.
Tornando a noi e alle ultime case del paese, nell’altra casa ci viveva una famiglia un po’ particolare composta da tre fratelli e dalla loro madre. Uno di questi fratelli si chiamava Gianni Mutanda, o semplicemente Mutanda, cioè questo era il nome con cui veniva chiamato. Questo Mutanda era il nemico numero uno dei bambini del paese. Era un po’ più grandetto di noi, sia per età e sia fisicamente. Non era cattivo, ma abbastanza scatenato e spaccone da intimidire noi pischelli. Suo fratello Tonio invece era un bullo, non un bullo di livelli stratosferici, ma un bullo da tenere d’occhio, di quelli potenzialmente delinquenti. Tonio era più grande di Mutanda e aveva un motorino, un preparato e rumorosissimo col quale lo vedevi attraversare a stecca il paese intero su di una sola ruota, senza fermarsi mai, e credo che arrivasse in quel modo fino a Massama, che era il paese vicino, e chissà, può essere che arrivasse persino a Zeddiani e anche oltre perché era un vero esperto della guida ad una ruota. Oltre a Mutanda e Tonio c’era un terzo fratello in quella famiglia, che si chiamava Filippo e aveva un anno in più di me. In confronto ai suoi fratelli Filippo era un bravo bambino, ma noi due non eravamo amici, o per lo meno io così sentivo. Forse a causa di quello strano pallore che aveva sul viso, forse a causa di quei denti da coniglio che mi facevano un po’ impressione, o forse perché non mi piaceva il suo modo di scherzare. Mi ricordo che diceva delle cose per farci ridere, ma rideva soltanto lui.
Poi c’era la loro madre, che non avevo mai visto e di cui sapevo solo che non aveva un marito. Forse erano separati, forse questo signore lavorava lontano chissà dove, lo ignoravo. Di conseguenza nella famiglia di Mutanda, Tonio e Filippo, non c’era un padre, e questo era per me un concetto ancora troppo inquietante per essere esaminato e compreso. Come ho già detto, Mutanda non era un bullo, perché le sue malefatte si limitavano ad andare in bicicletta su una ruota sola; appellarsi ai vecchietti con nomignoli irriverenti; divertirsi sguaiatamente attirando l’attenzione di tutti al bar mentre giocava con il videogame pubblico, dandogli colpi e facendolo traballare come se ci fosse il terremoto, con grande divertimento di noi pischelli; fare casino per strada, mangiare panini imbottiti di mortadella, prosciutto e salame tutti insieme, strafarsi interi pacchetti di patatine bevendo bottiglie da un litro di Coca Cola e altre amenità di questa levatura. Tra le malefatte di cui era artefice, la più odiosa era sicuramente quella che faceva a danno nostro, quando invadeva lo spazio di Piazza di Chiesa con i suoi amici in bicicletta mentre noi stavamo giocando a pallone, causando di conseguenza la totale cessazione della nostra attività ludica, talvolta per interi pomeriggi. Ecco Mutanda. Che a tratti poteva persino ispirare simpatia, eppure in quel periodo in cui avevo appena iniziato a mettere il naso fuori di casa per la prima volta nella mia vita, ai miei occhi innocenti e puri Mutanda rappresentava il male e tutto ciò che di sbagliato un bambino non dovrebbe mai fare.
Quel pomeriggio, mentre giochiamo a pallone ad un certo punto a me scappa di fare la cacca. In quel momento accadde l’impensabile, la scintilla imprevista destinata a portarmi nel regno dell’oscurità: Filippo o forse lo stesso Mutanda, mi propongono di entrare a casa loro per fare la cacca nel loro bagno. Sarei dovuto entrare in quella casa grigia dove una donna sola portava avanti una famiglia senza un marito, dove abitavano Mutanda lo scatenato, Tonio l’impennatore e un bambino dalla pelle bianca coi denti da coniglio. Fui sorpreso da quell’invito. Ma credo che tutto sommato non ci pensai nemmeno di rifiutarlo, nonostante mi sentissi a disagio all’idea di entrare a casa di persone dalle quali mi sentivo così distante e con le quali non c’era alcun tipo di confidenza. Stiamo parlando di cacca, di un bisogno urgente, e così andò, entrai senza immaginare che nulla più sarebbe stato uguale a prima. Senza sapere che quello sarebbe stato per me il portale d’ingresso per una nuova dimensione.
La casa non la ricordo bene, ricordo solo che per raggiungere il bagno dovetti attraversare un lungo corridoio immerso nella penombra. Forse era il tunnel dimensionale. Il bagno era nel cortile e nella mia memoria è un bagno triste e spoglio, vecchio e freddo, un bagno che nessuno in questo mondo vorrebbe mai frequentare, e chissà che nella mia mente non lo stia già mescolando col bagno della casa di mia nonna, che era una vecchia casa dei primi del ‘900, che si trovava anch’esso nel cortile e che era tremendo, vecchio, spoglio, oscuro, con pareti viscide e ammuffite, popolate di scarafaggi, scorpioni e altri insetti immortali che solo le pareti delle vecchie case sono capaci di ospitare.
Nell’epoca pre-consumista si andava in bagno molto velocemente per pisciare o cagare, si usava la carta di giornale per darsi una ripulita e via. Prima ancora non esisteva nemmeno il concetto di “bagno”: si pisciava nell’orinale se non si poteva andare nel cortile, a orinare a fianco all’asino o alle galline. Oggigiorno si entra in bagno come se si stesse entrando in chiesa, solo che al posto dell’acqua santa abbiamo lo shampoo e il bagno schiuma al latte di cedro, e anziché accendere i ceri accendiamo Silk-épil e rasoio elettrico, e invece di pregare ci spalmiamo le creme per il corpo sperando di rinnovarci nel corpo e nello spirito. Perciò l’ingresso in quel bagno, più che una chiesa fu per me come una tomba, e ne ricevetti un impatto destabilizzante. Paradossalmente quella fu l’unica volta in cui uscii da un bagno realmente rinnovato, ma rinnovato in peggio: si insinuò in me un forte senso di colpa e la sensazione di avere commesso un peccato, un’azione di cui vergognarmi e che nessuno dovrebbe mai fare, un forte rimorso che mi invase profondamente portando a rimuginare e ossessionare per giorni e giorni la mia piccola mente inquieta, e i giorni diventarono settimane e le settimane mesi. L’ossessione si diluì nel tempo, diventando come una specie di ombra di me stesso. Cominciai a sentirmi segnato da questa cosa, che mi faceva sentire irrimediabilmente e definitivamente diverso dagli altri: avevo osato cagare in casa di Mutanda, perciò non potevo essere come tutti gli altri, ero marchiato, segnato fino nell’anima. Poi a poco a poco mi sono abituato a questo sentimento che divenne costitutivo della mia personalità. Oggi capisco che questo mostro interiore, questa specie di abbraccio demoniaco, dovevo avercelo già prima di entrare nel buio bagno di Mutanda, doveva essere nascosto in me, in qualche meandro psichico, pronto a spuntare fuori alla prima buona occasione per farmi sentire quella indegna persona che ero e che sarei stato, che mi avrebbe portato a sentirmi irrimediabilmente diverso e unico, meno umano di un marziano o di un handicappato, e non c’era niente che potessi fare per sentirmi come gli altri.
Non so se anche voi avete un bagno dal quale siete usciti per sempre diversi, un bagno e una cagata che vi ha reso unici, lontani e soli.