LICHENI n.1 "CORPO" luglio 2021

Il risveglio

di Alessandro Troisi

Un occhio dall’iride celeste in cui scorrono nubi bianche. Sgranato. Osserva.

La realtà.

La realtà è soprattutto immaginazione.

La realtà sminuzzata si offre attraverso un vetro infranto, i cui frammenti giacciono sparsi a terra. Strade che si perdono attraverso campi verdeggianti, tra le colline, verso l’orizzonte azzurro.

Nella vita tutto è mistero.

Sospese tra la terra e il cielo, sopra le colline, tre immense sfere. Incombono sul mondo, immobili e lucenti, per far sentire la loro voce. Inquietanti globi d’acciaio, imponenti presenze.

La natura del mistero è tale da annichilire la curiosità.

E l’albero. Poco distante dal sentiero, l’albero svetta a imporre la sua mastodontica presenza. Non si può andare avanti, prima di contemplarlo. Tanto alto da non vederne la cima, solo gli estremi delle sue fronde sono visibili ai nostri occhi. Il giorno inizia a lasciare il posto alla notte. Ma l’albero, dalle sue geometriche fessure, mostra una villa in cui le luci, all’interno sono già accese. E, di nuovo, poco sopra, una sfera. Una sfera bianca, pura, lucente anche nel pomeriggio che si scurisce.

La sfera, anche stavolta, è immota. Ed è silenziosa. Impone la sua presenza al viandante.

Il mondo è così totalmente e meravigliosamente privo di senso che riuscire ad essere felici non è fortuna: è arte allo stato puro.

Ma ecco, la notte blu ha imposto il suo regno nel cielo. Oltre il basso muro di mattoni, su cui la sfera è posata, posso osservare la notte. O forse è la notte a osservarmi?

È così.

Il mio corpo non è di fronte a quel muro, a osservare la notte.

Il mio corpo è la notte.

E in esso, sotto la falce bianca della luna e il cielo trapunto di stelle, la villa si erge tra due ali di alberi, le luci ancora accese nel buio.

E oltre il muro, il nero del nulla.

Ed è così che vediamo il mondo: lo vediamo come al di fuori di noi anche se è solo d’una rappresentazione mentale di esso che facciamo esperienza dentro di noi.

Il buio è calato e i lumi all’interno della villa, uniti al lampione davanti, si riverberano nelle acque tremule del lago antistante.

Ma le nubi corrono in un cielo di terso azzurro.

Il mio unico desiderio quello di sentire il silenzio del mondo.

Sono oltre il muro, e il prato verdeggiante si distende tra gli alberi, che si aprono a mostrare la villa lontana. Sopra di me, un elegante soffitto bianco a cassettoni.

Il linguaggio dell’autenticità dà alle parole significati che non hanno mai avuto prima.

Lei cavalca al trotto tra gli alberi. Un vestito elegante con un cappellino. Stivali di pelle, espressione decisa.

E il cavallo un imponente, muscoloso destriero bruno.

Ma sono confusi, lei e il cavallo, fra i tronchi, tutt’uno con la natura.

E le loro figure sono presenza e assenza, visione e allucinazione.

Io cerco di trasformare in materia l’insensibile.

Il mio corpo è rigido. Il mio abito impeccabile.

Ma la mia faccia è una colomba.

La mia faccia è una mela.

Il suo corpo è curvilineo. Il suo abito è candido.