LICHENI n.1 "CORPO" luglio 2021

Quello che resta

di Mirco Roncoroni

Tiro il fondo della sigaretta, le labbra scottano, trattengo il fiato per un attimo, il vento porta via il resto. Il Brembo è scarno, scorre in lenta processione e i pioppi hanno le foglie rovesciate al cielo, verdi e pallide come i morti. Una piccola depressione del greto è diventata una pozza di acqua stagna, la secca ne ha fatto una placenta verdastra che odora di alghe marce, centinaia di uova gelatinose dalle pupille nere vibrano nel filo di corrente che ancora scorre in grembo. Ci sputo dentro, come a fecondarle, e guardo la schiuma galleggiare, si muove lenta e si dissolve. Cammino sulla sabbia dura, tra le pietre levigate, le sterpaglie, i rami che sembrano spettri di serpenti, stracci di plastica penzolano qua e là nell’intrico di rovi impolverati. Mi fermo. C’è un grosso arbusto con foglie tondeggianti e lunghe spine. Ha messo radici dove l’acqua si è ritirata. Tutt’intorno la terra è compatta, solida. Resterà così anche quando tornerà a scorrere il fiume. Può andar bene, penso. Sfilo dalle spalle il tascapane e lo appoggio a terra. Sento fresco dove la maglietta è umida e si appiccica alla schiena. Respiro e guardo intorno con tranquillità, non c’è fretta. Più giù, sulla sponda ovest, un airone fiuta l’aria, si orienta seguendo l’odore del vento che porta anche il rumore delle auto lanciate sulla provinciale. Ho come l’impressione di invidiarlo, di invidiare l’indifferenza di una vita matematica, dove i conti tornano sempre e ci sono ali solo per volare, occhi solo per vedere, becchi solo per beccare. Penso a mia madre che racconta di sua madre che allevava cardellini, quella volta che c’era stata la nidiata dei migliori due. Avevano distribuito il meglio dei caratteri ai piccoli esemplari, le piume lucide, il portamento, le simmetrie dei colori, il canto limpido e tagliente, la capacità di costruire motivi in mille trame diverse. Loro, bambini, li adoravano, naturalmente. La voliera esplodeva dell’entusiasmo della vita che non conosce altra vita se non quella che gli è stata data. Solo un esemplare se ne stava fermo e silenzioso, senza l’impeto di primeggiare sugli altri con gorgheggi, rimbalzi e intrepidi esperimenti di volo. Si faceva bastare il becchettio tra i ciuffi di paglia sul fondo della voliera. Come se avesse capito tutto ciò che nessuno di loro poteva capire. I bambini dicevano Guarda, guarda! Perché non si muove? Perché non canta? Perché non vola? Sbatte le ali ma non si muove! Guarda, guarda mamma! E allora una sera d’estate la donna fece tutti da parte, infilò il braccio nella voliera, avvolse il cardellino con le dita chiuse a pugno, delicata. Lo fissò senza battere ciglio, lo avvicinò piano alla bocca e dolcemente gli soffiò in volto per pochi secondi. L’animale non si mosse, restò impassibile. “È cieco”, disse. Vedo l’impeto con cui lo scaraventa a terra e lascia poco più di un grumo di piume impastate sulla piastrella di granito. Sento che tutti ingoiano il respiro, e il canto ininterrotto dei cardellini. È un aneddoto che non ho mai dimenticato. Pochi anni dopo lei si gettò nel fiume durante una piena. Andò dispersa, mangiata dal fango, dai pesci, dai volatili, dal tempo.
Cosa resta quando il corpo di chi ti ha messo al mondo non esiste più?
La voce di mia madre mi pulsa nelle tempie mentre scavo nella sabbia a mani nude. Le braccia affondano sempre più giù, le mani tremano e le dita odorano di terra che non ha mai visto il sole e respirato l’aria aperta.
Qualsiasi cosa succeda, voglio stare con mia madre. Ricordatelo.
Continuo a scavare e grattare, ancora e ancora, tra sassi, detriti e radici, verso il fondo sempre più buio, mentre la sera scende sotto un tappeto di nuvole al catrame. L’aria è elettrica, fa suonare le foglie e vibrare le ombre. Mi alzo, guardo giù, sento le ginocchia umide. La buca è abbastanza grande da contenere ciò che deve contenere. Prendo quello che resta e lo appoggio all’interno, lentamente, con le mani che tremano ancora, avendo cura che sia stabile, protetto.
Terra di fiume e sussurri segreti sigillano la polvere, infine.

L’auto è parcheggiata oltre l’argine, non ce l’avevo mai spinta fin lì prima d’ora. Accendo una sigaretta e aspetto che si asciughi il sudore sulla pelle. Per un attimo riesco a non pensare a nulla, per un attimo non esisto. Poco dopo vedo il Brembo e le piante scomparire oltre lo sterrato, nello specchio retrovisore. Pare che stasera pioverà. Pioverà come non piove da tempo.
Ho come l’impressione che non tornerò più da queste parti.