non decidere

tsuda french

La posizione di non-fare è attiva, il non-essere è attivo. così come diceva Tsuda.

il fatto di aver puntato in quella direzione pur sbagliando strada mi sconcerta, l’idea di sbaglio stessa scompare, come avevo cercato di dire con generatore. Steve Jobs parlava di collegare i puntini, guardando indietro nella propria vita le cose diventano chiare, diceva ai laureati di stanford. Lo pensavo oggi sul treno in un momento di lucidità pre-catalessi. Al mio risveglio, appena prima di Salsomaggiore tutto aveva senso, la solitudine, il non fare, ignorare il mondo attorno e lasciami solo e pieno dei miei pensieri, su lavori da organizzare e mettere in strada, e tutto quel genere di cose che sei stimolato a fare quando sei lanciato con la tua attività. E dopo anni ho riparlato con la Dolma che è al centro di un progetto incredibile e così pieno di vita e cose a me lontane che mi da le vertigini. E ho parlato con Michele e visti i suoi loghi per il sito che al momento Google non vuol saperne di posizionare. Dopo la sconfitta a viso aperto parlando con la Gio stamattina (che mi ha fatto capire che non c’è posto per quello che voglio esprimere), e dopo le penalizzazioni di Google, non ho niente in mano e invece mi sento cosi pieno di grinta e possibilità e azione, che un po’ mi faccio pena per quello che sono diventato. Pelato, col portatile tutto il giorno, l’ultimo innamoramento almeno 5 anni fa e nessuna predisposizione ad allontanarmi dal silenzio, autoimposto, distruttore, rigeneratore e incatenatore. Il silenzio può fare tutto, e unito all’ascolto attivo di chi mi sta attorno rende la mia mente dinamica e creativa. Mi sembra che tutto sia possibile e mi sembra di capire che ci saranno cose belle all’orizzonte. Ogni mattina sta ricominciando a sorridere, piano piano mi sento sulla carreggiata, sento che il mio progetto solista sta ricominciando e trovo la forza di impegnarmi a scoprire gli arrovellamenti della partita iva, dei contratti di lavoro, vedo le persone in prospettiva e di alcune provo a fidarmi e di altre sento la paura dagli echi del passato. E so che tutte le cose belle che riesco a costruire verranno distrutte, e cerco di allenarmi a trovare cose delle quali non conosco l’esistenza. Come diceva Did you know, cerco di allenarmi a risolvere problemi che ancora non esistono. Faccio lunghe liste di To-Do che prima o poi mi daranno la gioia di essere spuntate, completate, messe in riga. Trovo lo spazio per seguire i progetti no profit di conoscenza condivisa, e riesco a fare un buon lavoro grazie a tutte le belle persone che incontro in ufficio tutte le mattine. e tutte le sere (grazie Saro). Domani sarà l’ora di presentare un altro progetto, che come tanti forse non partirà oppure forse piacerà e sarà creduto fattibile. E verrà finanziato, e ci lavoreremo per scrivere di Salsomaggiore, e Parma e dell’Emilia come vorrei che qualcuno avesse scritto a me. O come cercheremo di capire sarà necessario.

E in tutto questo il mio io è finalmente scomparso e mi guarda da lontano annegato in un lago digitale.

Famiglia Buckner, a rapporto!

Se chiudo gli occhi ricordo la sala d’aspetto del dentista e quella grossa cartina dell’italia medievale, senza le regioni e i profili delle montagne disegnati a pastello. Poi punto il dito al centro della sardegna e dico “i’m going here” a Melody che mi guarda un po’ perplessa. Siamo andati tutti e 3 a portare Tanner dal dentista perchè una carie andava tappata, il dentista trovato aperto per caso, chiede di aspettare un attimo accettando  l’urgenza senza chiedere prenotazione, mentre Melody e io parliamo di photoshop, dreamweaver e progetti per i prossimi anni. L’infermiera mi chiede se voglio entrare e dico “ok, perchè no”. Così con Tanner sotto i ferri e Neil che lo guarda spaventato, la dottoressa inizia ad aspirare, per poi trapanare. Sento solo il classico odore di disinfettante nell’aria bianca dell’infermeria, e il ronzio del trapano sui denti di Tanner, che fa un’espressione drammaticamente fiera. Quando usciamo Melody e Bryce ci guardano accanto all’eroe che con una specie di cerotto in bocca sorride. Neil paga l’infermiera, e usciamo sorridenti.

Qualche giorno più tardi li ho accompagnati a Pordenone a prendere un amico, americano anche lui, che stava in un hotel vicino alla stazione. Mi faceva piacere stare con loro, ho visto come due genitori gagliardi trattano i figli all’estero, in territorio di frontiera tipo Aviano. In macchina verso pordenone, Melody parla ai ragazzi come se fossero adulti, con rispetto, stima, voglia di scoprire cosa sarebbero diventati. Ho il tempo di guardare lo specchietto quando la macchina che ho di fronte urta un camion in retromarcia, uscito da una strada laterale. Tutti e 4 in macchina sbianchiamo e teniamo il fiato, io mollo d’istinto l’acceleratore e curvo verso sinistra per evitare l’impatto, senza frenare, come sempre. Schivata l’auto il tanto che basta per accendere un cero alla prossima chiesa, riguardo nello specchietto e vedo il casino evitato. I ragazzi e Melody si voltano, senza parole. Poi Tanner dice “the toilet is broken”. gli chiedo “you mean you have to go to the toilet?” mi risponde: “no, that toilet is broken”. Guardo dietro, e vedo cocci di water ovunque, il camion trasportava cessi di porcellana, ora spaccati sulla Sacile-Pordenone. Ci facciamo tutti una grassa risata tirando il fiato, e arriviamo a Pn dal loro amico, un po’ matto, che mi saluta col consueto vigore americans.

Oggi Melody mi ha chiesto se vado a trovarli in america, devo solo comprare il biglietto. Milano-Phonenix costa poco, Milano-Orlando meno.

la fortuna: la macchina di scanalatura

quando ero piccolo e andavo al bar di Tabiano di nascosto per giocare ai videogiochi, di solito incontravo i “grandi” ovvero quelli che ai tempi avevano 16 anni e avevano già la barba (notare che io non cel’ho ancora a 27 anni) e che insomma erano più bravi di me, di solito.

dico di solito perchè a me piaceva giocare ai videogiochi proprio perchè riuscivo a battere i grandi qualche volta, per quell’epoca erano soddisfazioni incredibili. Si parla della prima edizione di streetfighter, e poi di SF2-1/2.

Il mio primo contatto con la fortuna è stato quando uno di questi grandi ha perso una partita al suo sparatutto preferito (che forse era Parodius) ed essendoci io lì vicino mi ha detto “ah!! mi hai fatto perdere! ma tu porti sfiga! nano di merda!

L’ambiente del bar non era molto amichevole. Comunque ho imparato questa cosa nuova, che io potevo portare sfiga e che ero, appunto, un nano di merda.

Alcuni anni a seguire, in un negozio di giocattoli di Salsomaggiore ho trovato una piccola slot machine di plastica (che oggi alcuni traduttori chiamano “macchina di scanalatura“) con la quale potevo vincere l’esatto importo che introducevo nella parte superiore, ogni volta che usciva 777 o BAR BAR BAR.

Quello è stato il mio primo incontro con la superstizione, pensavo ok, vado a fare i compiti se esce 777. tiravo la leva, e non usciva, allora andavo a giocare coi videogiochi. Poi, quando mi stancavo dei videogiochi dicevo ok, se esce 777 vado a giocare coi videogiochi, non usciva, e stavo a tirare la leva fino a quando usciva. Poi andavo a giocare coi videogiochi (sempre per battere i grandi).

Poi è arrivata l’epoca delle ragazze, e fin da subito mi riusciva facile essere super-trasparente nei sentimenti miei verso di loro. Sentimenti spesso controversi e burrascosi. A quel punto, dopo aver piantato un bel casino emotivo pensavo ok, se mi ama, mi ritelefona, con un procedimento mentale simile a quello della slot machine.

a seguire anni di storia che tutti conosciamo, e che non sto qui a ri-raccontare.

slot machine statistica vincite

l’incubo delle slot machines e credere di vincere

Per tutti i curiosi delle probabilità di vincita con le slot machines, sarebbe meglio parlare di probabilità di sconfitta, dato che più si gioca più si va verso la certezza di perdere ogni soldo “scommesso”.