Cos’è la dipendenza affettiva da internet e notifiche

La differenza principale tra una dipendenza legata alle persone ed una legata agli oggetti (es: droga, sigarette, gioco d’azzardo) sta nel fatto che nelle dipendeze relazionali sono coinvolte varie persone.

Mentre il gioco, le sigarette, la droga ecc… danno quasi sempre uno stimolo uguale a se stesso, nelle dipendenze relazionali gli stimoli sono dati dalle persone coinvolte, e variano.

Nel caso delle dipendenze affettive digitali si ha un mix tra le dipendenze classiche e quelle affettive, perchè nel social network sono sì presenti tante persone, ma la persona affetta da dipendenza ricerca sempre lo stesso stimolo: quando gli amici si esauriscono (es. si stancano), la persona affetta da dipendenza cambia gli amici, e ricomincia da capo: si presenta come persona in grado di ascoltare e ricomincia a tessere quella rete di rapporti che costituiscono la dipendenza. Quando un amico “vero” si accorge della tendenza malata o morbosa della persona affetta da dipendenza… e glielo fa notare, questo viene abbandonato, e si ricomincia.

Nella dipendenza da notifiche la persona affetta controlla in modo ossessivo il cellulare, alla ricerca dei segnali di gratificazione, che arrivano dalle notifiche, dai like, dalle email ecc.

Non esiste una vita virtuale: esiste una vita immateriale*. Spiego meglio, per chi non fosse familiare con questa definizione. La vita che facciamo su internet, su What’s App, su Facebook, su Twitter è una vita vera come quella che facciamo in autobus, al supermercato, parlando con i colleghi al bar, andando a vedere una partita di calcio. Questo perchè le cose scritte e vissute nel mondo immateriale di internet, hanno ripercussioni molto concrete anche sulla vita fisica, del mondo materiale. Per esempio un CV inviato per caso su un social network lavorativo può farci cambiare vita (mi è capitato) in pochi secondi, oppure come quella volta che nel 2007 ho scritto un SMS a Stefano chiedendogli “facciamo qualcosa assieme?” e mi ha risposto dopo pochi secondi “dammi tempo qualche mese“, e mi ha coinvolto dentro Skebby, dalla Sardegna sono andato a lavorare a Milano, e poi di nuovo su internet.

connessioni

Quando è arrivato internet nella mia vita, dovevo aspettare 29 secondi di connessione. Durante quei 29 secondi spesso la connessione non veniva stabilita per disturbi sulla linea o per interferenze con il centralino dell’hotel (si, vivevo in un hotel da piccolo). E’ incredibile la mole di pensieri che possono arrivare in 29 secondi di attesa in piena speranza, programmi il prossimo sito internet che vedrai, immagini le persone con cui vorrai parlare, sei in uno stato di solitudine potenziale, nella quale assapori già le gioie della “connessione col mondo” ma nei quali di fatto sei ancora solo.

Oggi, questi 29 secondi non ci sono più. C’è un istante – smartphone acceso, ed il cervello non ha la possibilità di riflettere con chi si vorrebbe comunicare, non si fa un “piano operativo”. La mattina semplicemente si prende il cellulare prima di alzarsi da letto e si controlla chi ha risposto durante la notte, non ci si pone quasi il problema di fare selezione tra i contatti, si risponde a tutti, si parla con tutti di tutto, in una modalità tipo “berserk”, fanatica, quasi cieca.

always-on

Questo succede in modo istintivo nelle nuove generazioni (i nati dal 1990 in poi, principalmente) che sono abituati ad essere always-on, sempre connessi. Il loro cervello e le loro emozioni non hanno avuto la possibilità di formarsi in un contesto in cui esisteva solo il mondo materiale, i loro pensieri sono nati in sintonia con gli SMS, che poi si sono trasformati in What’s App e Facebook (che oggi sono quasi la stessa cosa).

E’ un po come dire che la macchina da scrivere ci ha fatto disimparare a scrivere con foglio e matita. Qual è oggi la nostra grafia, in questo mondo digitale? I nostri tratti caratteristici, quelli che rendono il nostro carattere unico, sono forzati a manifestarsi in un contesto nel quale solo le idee e le reazioni alle idee contano, il suono della voce è quasi scomparso. What’s App fornisce messaggi audio di gruppo, che suonano nella mia stanza come grida d’aiuto, come messaggi in segreteria telefonica, come lettere lette al vuoto. Eppure è solo un nuovo modo di comunicare, che cerca di emanciparsi dallo spazio e dal tempo, per diventare immortale, come qualsiasi altra forma di comunicazione non orale, insomma, immateriale.

Tutto questo per dire che non vorrei togliere dignità alle nuove forme di comunicazione, tuttavia mi accorgo di quanta confusione e quanti disturbi alla vita materiale queste modalità portino. Ragazzi con la mente sempre assente, cioè sempre connessa, l’ultimo messaggio alle 2.50 ed il primo delle 7.34 compongono un disegno che a me sembra familiare: quello della dipendenza.

Diventano nervosi se il cellulare è scarico, cercano prese della corrente e caricatori come acqua nel deserto. La necessità di comunicare si comporta come se ogni messaggio fosse l’ultimo che quella persona potrà lasciare al mondo. Fanno litigate e discussioni interminabili mettendo a rischio rapporti di amicizia e sentimentali, restano legati al contesto nel quale, in assenza di sopracciglia (per citare Zappa) il lato immateriale della conversazione sembra esprimere tutto, ma dimentica clamorosamente il lato umano, espressivo. In poche parole, si dimentica il significato delle nostre conversazioni e si procede in un nulla fatto di miliardi di parole, l’importante diventa far continuare quel flusso di parole, far continuare la conversazione.

scrittura-manuale-digitale

Di questo Facebook e gli altri social network giovano immensamente (nel 2013 Facebook ha fatturato quasi 8 miliardi di dollari, in pratica come i contributi annuali dello stato italiano all’agricoltura, o come 5 volte l’intera industria cinematografica in Italia). Facebook & company sanno bene che foraggiare le modalità compulsive e assuefattive porta grandi ricavi, tutta l’industria lo sa, dalle multinazionali del tabacco fino alla Coca Cola, tutti guadagnano dalle nostre debolezze.

La dipendenza affettiva diventa digitale

Così, una “comune” dipendenza sentimentale/affettiva si lega a doppio filo con la onnipresente disponiblità dei contatti digitali. Capire dove stia il confine tra ciò che è un sano bisogno di comunicazione (che hanno tutti gli esseri umani) e l’abuso della connessione, diventa difficile. Chi finisce per soffrire, in queste situazioni che diventano di fatto ad alto stress, è prima di tutto il nostro amor proprio. Si chiedono consigli, si danno consigli, si comincia a considerare il gruppo dei contatti digitali come un’estensione del proprio ego. La considerazione che viene fatta dei nostri commenti diventa essenziale per l’umore della giornata, e ci si ritrova a non saper prendere decisioni da soli, a non saper stare bene da soli.

Cerco di essere chiaro: saper stare bene da soli è una grande sfida per qualsiasi essere umano. Da secoli una piccola percentuale di uomini e donne si ritirano in convento o come eremiti anche per trovare quella pace interiore che oggi sembra un mito lontanissimo. Trovare il semplice silenzio, potrebbe essere d’aiuto.

Non dico questo per spingervi verso chissà quale folle boicottagio: lo dico per cercare di portare altre informazioni e per rendere noto un lato che spesso si ignora. Si crede di essere i proprietari della nostra vita virtuale, ed invece reagiamo a stimoli che una multinazionale ci impone. Le notifiche di What’s App sono simili al campanello di Pavlov che fa salivare il cane a comando, e noi, come il cane affamato saliviamo.

Questa “fame”, è la solita immortale fame dell’uomo.

Sentimenti, socialità, sentirsi connessi e parte di un gruppo di amici, tutti bisogni primordiali che i nuovi media stanno utilizzando per fare soldi. Il mondo del marketing social-media è pieno di persone che, inseguendo il sogno di un lavoro, donano la loro vita (o parte di essa) per generare voci dentro l’internet di qualcun altro.

Di questo vorrei parlare meglio: i messaggi che scrivete dentro What’s app non sono vostri, non vi rimarranno. Così come qualsiasi comunicazione che fate dentro Facebook, non è di vostra proprietà e non vi consentirà di guadagnare in tempi brevi, proprio per l’assenza di proprietà diretta dei vostri materiali e per via della simultanea possibilità che gli investitori pubblicitari hanno di esporre le loro pubblicità proprio accanto alle vostre parole, per essere visti dai vostri amici, che VOI avete adescato all’interno del network.

Notifiche: Pavlov ci aiuta a capire la dipendenza verso i segni di riconoscimento sociale

pavlov-notify

Quando rispondete al campanello di Pavlov delle notifiche, siete parte di un sistema in cui voi siete gli ultimi a vincere qualcosa: come si dice spesso, quando il servizio è gratis, significa che il prodotto in vendita sei tu.

Per mantenere in vita questo sistema serve che l’accesso alla rete sia quasi gratis (cel’abbiamo), serve che il network sociale sia gratis (cel’abbiamo), serve che la maggior parte dei nostri contatti del mondo materiale siano online (cel’abbiamo). I pezzi per mantenere il giochino attivo all’infinito ci sono tutti, la fame dell’uomo non verrà mai saziata, se non da un nuovo modo di comunicare ancora più piacevole ed immersivo.

Per questo scrivo, per dare una piccola martellata a quell’immenso muro di ghiaccio che stiamo costruendo con le nostre vite sociali online, sperando che un giorno una piccola crepa possa bastare per far staccare qualche pezzo di umanità da quell’immensa macchina per soldi… americana.

facebook incrinato

PS. sto provando a scrivere una piccola guida sulla dipendenza da internet e facebook, poi mi sono accorto che esiste già un mondo a riguardo, quindi l’ho linkato per far prima.

* Come dice spesso Stefano,

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