Lisa

lisaFaccio fare il giro delle camere alla nuova ragazza che dovrà lavorare alla reception. Un tour guidato nel quale sento la mia voce descrivere in sintesi i dettagli salienti di ciò che vediamo. Essa rintrona nella mia testa, ne esce un filo tenue e sgraziato, che in fondo è la mia voce di quando non sono impostato.Con lei, con Lisa ho un rapporto carnale mai verificatosi. Mentre accompagno Lisa, osservo nel dettaglio il suo sedere, squadrato e vagamente sensuale, con l’occhio di chi non mangia da anni. Mentre entriamo nelle stanze lei descrive la sua prima impressione con poche parole sempre centrate. Parla dei dettagli, che io magari neanche noto. Incuria nella pulizia, necessità di riempire uno spazio vuoto, luci, arredamento… questo letto sembra scomodo. E’ esatto, penso e dico, non avevo mai pensato alla possiblità di rinnovare i copriletti. Le riassumo il mio modo di vivere l’albergo. focalità sulla persona, nell’accoglienza. Lei dice che non ha bisogno di imparare questo, perchè ha già lavorato negli alberghi. All’istante mi sento un pochino rifiutato, penso “peccato, non sai quello che ti perdi”. in realtà mi dispiace e basta, quando non ho niente da insegnare. ha ragione, la testa e il cuore si mettono in pausa, e continuiamo il giro, tra i corridoi stretti e freddi di questo vecchio monastero ristrutturato. Quando parlo dell’identità storica della costruzione, e faccio notare che essa è in piedi da 500 anni, lei mi chiede come sia possibile che i beni culturali abbiano permesso una ristrutturazione così invasiva. Non lo so, rispondo. Dice con la sua cadenza particolare, che in Inghilterra, da dove viene lei, questo non sarebbe possibile. Ha ragione, in effetti, sembra strano adesso che ci penso. E’ il suo modo di entrare nella gente, e io la sto lasciando entrare. Quando entriamo in una camera d’albergo la usiamo, vi dormiamo, vi guardiamo la tv, facciamo la doccia nel suo bagno, e quando paghiamo il conto, di solito non ci preoccupiamo di come essa resta. Non siamo abituati a percepire le sensazioni che i posti emanano. Viviamo in modo istintivo, e possiamo dire giusto se un posto ci piace, oppure no. E’ così che mi sono ritrovato praticamente nudo, con una sconosciuta, dentro di me. Avrei potuto aspettare magari le prossime volte, e lasciare la porta della mia stanza chiusa, liquidando la descrizione con un “qui dormo io” pronunciato dall’esterno. Invece arrivati alla 216, come se non fosse un posto importantissimo, apro la porta, e lei entra, da sola. Si trova al centro della stanza, opaca per il sole che ha voltato l’angolo. Vede il letto tutto mescolato, con lo stesso copriletto  scomodo di tutte le altre camere. Vede forse la pila di libri sul comodino, e una busta, e i miei bigliettini sparsi in disordine. Vede la televisione spenta in un angolo. Vede il calendario col disegno di una pianta fatta dai bambini delle elementari, al mese di febbraio. Vede il pc spento sulla scrivania, con le grosse cuffie nere appoggiate sopra, vede qualche cd, qualche cavo. Vede i miei vestiti piegati sopra la valigia chiusa, bene in vista sopra la panca a quattro gambe. Vede un paio di pantaloni sul letto. Vede un fazzoletto verde stropicciato sul cuscino. Non vede la chitarra nell’angolo dietro la tv, nella sua custodia. Non vede il registratore mp3 al sicuro nel cassetto della scrivania. Vede il mio zaino da campeggio, per terra, vicino alla valigia, con sopra la borsa per il computer, chiusa. Vede qualche calzino. Dà un’occhiata al bagno, grigio, grande e vuoto e con giusto spazzolino e borsina dei saponi e lamette. Vede le giacche da lavoro appese all’anta dell’armadio aperta, intravede qualche vestito nell’armadio; e si volta verso di me. Io la aspetto sulla porta, e lei mentre esce mi chiede, per la seconda volta “quindi tu vivi qui?” “si” dico. “e non esci mai? dall’albergo?” “no,” rispondo. “e che cosa fai quando non lavori, che cosa fai tutto il giorno?” “leggo, scrivo, suono la chitarra, a volte guardo la televisione” mi piacciono molto le gare di biliardo, vi trovo continui rimandi simbolici al significato della vita, come se ogni uomo fosse una pallina, spinto verso le altre, a provocare reazioni a catena… le palline-uomini muoiono in buca. Lo sport, è sempre un allenamento alla vita, così anche il gioco del bigliardo. Operazioni chirurgiche mentali di controllo degli arti, condensazione del pensiero in movimenti microscopici delle dita, concretizzazione di traiettorie mentali in traiettorie reali. Ma tutto questo lo penso solo, non riesco mai a dirlo a nessuno. “che vita triste” dice e pensa lei. “si” penso io, e vorrei piangere.

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