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QUALE INVERECONDA BESTIA OFFENDEREBBE IN QUESTO MODO IL SACRIFICIO DI NOSTRO SIGNORE? DOVE ANDREMO A FINIRE? DOMANDE PER ORA SENZA RISPOSTA

NAPOLI – Chi avrebbe mai detto che proprio nel nostro Sud, forse l’ultimo baluardo della testimonianza di fede in questa povera Italia che smarrisce sempre più il proprio Battesimo, avrebbe potuto verificarsi uno dei più gravi casi di vilipendio alla religione cattolica nella Storia?

Ci riferiamo al ritrovamento, frutto di un’operazione congiunta della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, risalente alla giornata di ieri di una discarica abusiva nei pressi di Afragola, in provincia di Napoli. Niente di nuovo – penserete, cari lettori – dal fronte meridionale: quante infatti le discariche abusive che intossicano il fertile suolo del Mezzogiorno?

Ma l’immondezzaio illegittimo scoperto ieri vanta un contenuto che farebbe rabbrividire anche il più coriaceo camorrista. Non ospitava, l’infame fossa, ordigni inesplosi, né nani né vivande avariate. Non cadaveri in putrefazione né ancora materiale radioattivo. C’erano solo crocefissi.

La vista non vi inganna, cari lettori, posate il flacone di collirio, smettetela di nettare le lenti, si tratta proprio di una discarica di crocefissi.

Crocefissi d’ogni dimensione, molti dei quali ancora in ottime condizioni, dai pendenti d’alluminio agli arredi da chiesa probabilmente consacrati, dalle croci in ceramica o in plastica che ognuno di noi tiene posate sulla consolle in camera da letto a quelle in legno che ahinoi scompaiono da più e più aule scolastiche. Il tutto abbandonato in una gheenna su cui, stando alle prime indagini, fino alla fine degli anni Novanta sorgeva un parcheggio (anch’esso, va senza dire, abusivo), di cui gli orridi segni—profilattici rotti, parti di motore, profumatori per automobile esausti, cocci di lampeggiante—sono sopravvissuti all’erosione del tempo, e lì rimangono, ultimo straziante insulto al destino dei sacri simboli.

L’aberrante vicenda spinge a porci un’inquietante domanda: chi, chi, per l’amor di Dio, getta un crocefisso nell’immondizia? Quale l’invereconda bestia che si approssima alla pattumiera e, con aria strafottente, basetta sicuramente lunga e collanina di fabbricazione negroide, vilifica l’imperitura immagine del sacrificio del Nostro Signore Gesù Cristo?

Una risposta, per quanto ipotetica, parziale e inadatta a rendere conto della gravità della situazione, noi di Trascendentale l’abbiamo cercata in un’indagine dell’emerita Associazione Nazionale Opifici Sacri Arredi (ANOSA), risalente all’anno 2007. L’indagine, che metteva a confronto la domanda di crocefissi con le vendite degli anni precedenti, era corredata da un’appendice costituita da un sondaggio tra gli acquirenti che verteva sulla ‘longevità’ di ogni articolo sacro e sulle eventuali cause dell’esaurimento di tale ‘longevità’.

Risultava, all’epoca, che la ragione prevalente per buttare un crocefisso era una non meglio precisata ‘azione dei fattori atmosferici’ (36%), seguita a ruota da ‘atti vandalici ad opera di nani’ (22%), e ‘incidenti durante l’uso di un forno a microonde’ (12%). Più rari i ‘danni conseguenti ad attacchi di sedicenti ammazzavampiri’ (10%), le ‘vendette trasversali’ (5%) e i ‘furti alieni’ (4%), mentre solo un ristretto numero di intervistati ha confessato che l’inutilizzabilità dei crocefissi era imputabile a tentativi falliti di costruire un robot.

   23 gennaio 2012