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Purtroppo non sono pochi gli indizi che portano a sospettare lo stesso Collodi. Una vicenda che definire torbida è riduttivo, seguita dall’autorevole e misteriosa Divisione 80 del Ministero degli Interni.

C’era una volta – Un Re! – diranno subito i miei piccoli lettori. Ebbene sì, miei piccoli, avete indovinato. C’era una volta il Re dell’Omertà, il sovrano della solidarietà perversa volta a celare la conoscenza di fatti delittuosi, l’imperatore dell’omessa denuncia. E quell’osceno monarca rispondeva (forse) al nome di Collodi Carlo, meglio noto con lo pseudonimo di Carlo Lorenzini!

Questo è il terrifico sospetto che va prendendo corpo nelle nere stanze della Divisione 80 del Ministero degli Interni, là dove i più qualificati investigatori d’Italia studiano i delitti irrisolti del nostro passato.

Tra un’inchiesta sulla Cavallina Storna – l’unica testimone dell’omicidio (o, stando alle più recenti e accreditate ricerche d’oltralpe, rapimento per mano aliena) del padre di Giovanni Pascoli – e l’ennesimo, probabilmente futile tentativo di scoprire l’identità dell’artista che per una vita si è nascosto dietro il personaggio di Vittorio Emanuele III, in queste ore gli uomini del Viminale si sono visti esplodere tra le mani un caso a dir poco scottante.

Pochi giorni fa, in una grotta nelle campagne lucchesi poco distante da Forte dei Marmi, è stato infatti ritrovato lo scheletro quasi intatto di un bambino dell’età apparente di circa otto anni.

I segni del tempo sulle spoglie del pargolo raccontano di un abbandono avvenuto ormai moltissimi anni fa. Ma un minuscolo dettaglio – che soltanto la perizia estrema e l’esperienza del navigato personale della polizia scientifica, oltre ad un briciolo di fortuna, hanno consentito di rilevare – ha attivato le “antenne” – con rispetto parlando – degli investigatori della Divisione 80.

Ecco il dettaglio misterioso: pare che la carcassa dell’infante fosse interamente fatta di legno.

Un legno di poco valore, secondo i primi rilievi, proprio come quello abitualmente lavorato da Mastro Antonio, detto Mastro Ciliegia per via della nota punta rossa del suo naso causata da una frequentazione patologica di bibite alcoliche, nella celebre storia di “Pinocchio”.

“Pinocchio” che, non può essere certo un caso, fu scritto dal Lorenzini proprio negli anni in cui, secondo l’opinione della polizia, il corpo del ligneo bambino dev’essere presumibilmente stato abbandonato nella spelonca toscana da cui è stato da poco ripescato.

A questo quadro indiziario già assai compromettente va aggiunto lo sconcertante particolare che il Lorenzini/Collodi risulta essere – ciascuno si senta liberissimo di non crederci – anch’egli toscano di nascita e costumi.

Resistendo coriaceamente a ogni prova di verificazione e falsificazione scientifica, tutti gli elementi inducono quindi gli investigatori a ritenere che:

a) il Pinocchio della nota storia sia veramente esistito;

b) il Pinocchio della nota storia sia stato effettivamente ucciso (sono ancora evidenti i segni di lacerazione da seghetto su alcune giunture-portanti del povero corpo);

c) il Pinocchio della nota storia, dopo essere stato effettivamente ucciso, sia stato anche abbandonato in una grotta, in balia delle intemperie e degli animali selvatici, per oltre cento anni.

E’ possibile che Lorenzini/Collodi non sapesse nulla del vero Pinocchio?

Delle due, l’una: o il noto scrittore godeva di poteri magico-sensoriali che gli hanno permesso di raccontare, pur non sapendone nulla, la storia di un burattino animato esattamente come essa si è svolta nella realtà, per pura scienza infusa e/o telepatia; oppure Lorenzini/Collodi ha conosciuto il Pinocchio e la sua cupa fine, e non soltanto ha omesso di aiutare il povero piccolo, ma anzi ha ritenuto più conveniente – e certamente più profittevole – trasfigurare tale vicenda in un romanzo di avventura che di tante “revenues”, direbbero gli americani schiavi del Dio denaro, ha satollato la sua bisaccia.

A questo dubbio cornuto proveranno a dare risposta gli uomini della Divisione 80.

Ma c‘è anche un ulteriore, agghiacciante particolare su cui si stanno ancora interrogando gli investigatori. Un’ipotetica lettera a-bis) che potrebbe insinuarsi, nell’elenco di cui sopra, tra l’accertamento dell’esistenza del vero Pinocchio (di cui alla lettera a) dell’elenco) e quello del suo omicidio (lettera b)).

Alcuni segni di corrosione di alcuni, senza offesa, orifizi del burattino, sui cui bordi è ancora possibile – dicono gli esperti – rinvenire tracce microscopiche di incrostazioni di segatura, getterebbero una luce tetra su una storia terribile di abusi, reiterati e cronicizzati, della quale mai avremmo voluto essere portati al corrente.

Il Lorenzini ignorava anche questo, quando scriveva il suo “Pinocchio” di fantasia?

Oppure esiste – e Iddio non voglia – un orribile istmo che ricongiunge il suo ruolo di osservatore-scrittore (o di scrittore-veggente) a quello, ben più spaventoso, di attore protagonista di una vicenda oscena di prevaricazioni e legnose brutalità?

   18 dicembre 2014