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GROENELANDIA, TERRITORIO AUTONOMO DELLA CORONA DI DANIMARCA – Non stupirà voi, cari Lettori, la pur sorprendente notizia che segue: del suo santo e beato protagonista il ciclostile di Trascendentale ha indefessamente detto e indefessamente continuerà a dire. A rimaner sbalordita e perplessa è ancora una volta la varia turba degli accademici i cui frusti strumenti saranno sempre troppo piccoli per comprendere i portenti di San Padre Pio di Pietrelcina.
Tutto ha avuto inizio nel corso d’una “missione di ricerca” novembrina nei mari fieri e ostili e gelidi dell’Atlantico Settentrionale.

Dovete sapere, cari Lettori, che è consuetudine sempre più diffusa tra i governanti delle nazioni abbienti andare a caccia di risorse naturali a zonzo per la banchisa artica: in mezzo al ghiaccio polare i potenti sperano di recuperare taniche di petrolio, teche di minerali, generi alimentari dispersi in qualche naufragio tardomedievale, capi di bestiame congelati ma anche articoli di gioielleria od orologi svizzeri smarriti. Si tratta di pratiche oltremodo onerose per l’equilibrio ecosistemico terrestre, motivate esclusivamente dalla volontà di potenza dei diabolici regnanti eretici o senza Dio (nonché di alcune frange particolarmente influenti dell’INPS), che volentieri vengono celate dietro al ridicolo paravento della ricerca scientifica.

Il due novembre scorso, un ANACONDA (Automacchinario Nottediurno A Comando d’Opra Non Direttamente Amministrato; in inglese ROV, ossia Remote Operated Vehicle) ciberneticamente condotto dal governo negro del Nuovo Mondo nei ghiacci artici al largo del Mar di Lincoln smette di inviare segnali alla base operativa.

Gli elettrotecnici responsabili attribuiscono subito il guasto ad un impatto imprevisto, senza però riuscire a spiegare contro cosa il macchinario abbia effettivamente cozzato. Per risalire alla causa dell’incidente, il giorno dieci è stata avviata una vera e propria spedizione (comprendente veri e propri esseri umani), che è riuscita in poco tempo a reperire ciò che restava dell’ANACONDA.

Davanti a quegli esploratori intenzionati a chiudere il fascicolo di un mondano incidente, tuttavia, si stagliava un nuovo mistico oceano di mistero: il robot rompighiaccio si era schiantato su una statua di Padre Pio gigante incastonata in un banco di ghiaccio.

La statua, di squisita fattura ed inspiegabilmente priva di alcun danno materiale, ritrae San Padre Pio di Pietrelcina nel tipico abbraccio al Creato che tutti conosciamo. Dalle pochissime fotografie disponibili alcuni prestigiosi storici dell’arte, tra cui il Professor Altai Caimacan dell’Istituto Italo-Ecuadoregno di Criptoarchitettura Universale, hanno già fatto risalire il ‘Padre Pio del Polo Nord’ alla scuola pre-Beneventana della prima metà degli anni Novanta.

Il blocco di ghiaccio che lo custodiva è di dimensioni notevoli ma appena sufficienti a contenere l’imponente monumento, che misura sessanta metri d’altezza per venti metri d’apertura delle sante braccia.

Con questa scoperta, commistione di Miracolo Meraviglia e Mistero, geografi, geologi ed antropologi non riescono a venire a patti; negli ultimi giorni la “comunità scientifica” si è infatti affrettata ad avanzare una serie di “teorie” dal dubbio rigore metodologico che spaziano da una ridicola ricostruzione secondo cui un culto cargo esquimese sarebbe venuto a contatto con la devozione a Padre Pio per vie non precisate, fino ad una patentemente assurda ipotesi semiblasfema che descrive la statua del Santo di Pietrelcina come il fortuito frutto di ricomponimenti casuali tra molecole minerali.

Se tali rigattieri dei saperi di regime, coi loro traballanti edifici epistemologici, vogliono onestamente avvicinarsi alla Verità, noi della Redazione di Trascendentale possiamo solo suggerire di recarsi in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo – in alternativa, al rogo.

   18 dicembre 2014