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BIELLA – Parrebbe, a prima vista, un edificante emblema della pietà filiale: uno sfondo punteggiato di statuette di puttini e quadretti di sante e fotografie di un fanciullo, le serrande chiuse che smorzano gli attacchi dei raggi solari in una rassicurante penombra, l’anziana madre assisa sull’alto trono di broccato Cassina e in grembo lui, diletto figliuolo. E si tratta invece di un caso che dagli ambulatori e dagli sportelli dell’assistenza sociale è arrivato a risuonare nei parrucchieri per signore, nei tassì, nelle rivendite autorizzate di sali e tabacchi e financo nelle fiaschetterie e nelle sale di biliardi. Perché a patente riscontro dell’indissolubile legame tra Alessandro Curpé, classe 1974, e sua madre Silvana Ramponi in Curpé, vedova settantatreenne, sta il cordone ombelicale – una striscia di carne che quarant’anni fa non poté essere recisa per via di un malore della levatrice, e che in seguito la signora Ramponi in Curpé decise ostinatamente di tenere.

A colpire ancor più della presenza della primordiale fune, col suo colore marron e col suo odor cadaverico è il curriculum di Alessandro. Il quarantenne si discosta invero dalle – sacrosante – etichette che varie generazioni di governanti italiani hanno adoperato a descrivere quei giovani troppo attaccati al nido familiare. Ricordiamo, solo nelle ultime cinque amministrazioni, i ‘bamboccioni’, i ‘selezionatori’, i ‘pusillanimi’, la ‘canaglia improduttiva’, la ‘saniosa minzione ignava di orrido verro in calore’. Dopo un brillante conseguimento del diploma di tennico qualificato alla Scuola Radioelettra di Torino nel 1996, Alessandro Curpé viene corteggiato da giganti del settore radiofonico quali Fonola, Geloso e Voce del Padrone, ma sceglie di recarsi a Milano per collaborare, in qualità di geniere del suono, colla nascente emittente televisiva Radiotelevisione della Musica (MTV, che da subito ebbe l’acume di trasmetter varietà destinati ai forestieri e ai figli dei recentissimamente urbanizzati). Tornato nella natale Biella dopo cinque anni, si afferma come consulente e, dal 2001 ad oggi, ha fornito assistenza tecnica ad organi ed imprese del calibro di Telebiella, il Consorzio per il Nocciolato Giandujo ed il SERT del comune.

Va senza dire che sia durante i suoi studi torinesi, sia nel suo soggiorno di lavoro a Milano, Alessandro è stato seguito – a una distanza che andava dai due ai cinquanta centimetri – dalla madre Silvana. Lo accudiva con la cura che solo una madre può dare ad un figlio, e lo consigliava continuamente, forte dell’esperienza degli anziani. Le sinapsi, attempate ma ancora verginali, le permettono di condividere qualche ricordo col cronista di Trascendentale: “Ho dovuto, al disgraziato qua, ho dovuto dirgli tutto. Le malelingue qui dicon che sono pazza ad aver tenuto il cordone, ma se lo avessero visto andare all’alimentari, ah!… non so come avrebbe fatto senza di me, si sarebbe fatto venire un intossicazione. E coi principali sul posto di lavoro, colle fidanzate. Chi ti ha fatto dar l’aumento da quel culattone alla tele… Chi gliel’ha fatto dare, eh? Io! E quella negra là, quella che non voleva fare all’amore con te perché diceva che eri strano… Chi t’ha detto di darle a ber l’anice con l’alcol rosa dentro? Chi gliel’ha detto? Io! E poi i medici, i medici qui a Biella che dicon solo cattiverie e vendono la droga… lasciamo perdere.”

Alessandro ascolta senza parlare, devoto, rapito, questo accorato flusso di coscienza della genitrice. Le ultime pubbliche sortite dei due (che sempre più rare si faranno, ci tiene a puntualizzare la signora Silvana) hanno purtroppo attirato l’attenzione degli operatori del Centro d’Igiene Mentale di Biella – un ente a cui, ironia della sorte, Alessandro ha più volte prestato la propria consulenza. Si dicono insospettiti dalle ingiurie che la signora indirizza ai passanti e ad Alessandro, nonché preoccupati dall’apparente catatonia del figlio, il quale, ci rivela una fonte anonima, in passato sembrava assai più sereno nonostante il cordone ombelicale. Non sappiamo, cari lettori, a chi dare retta: se alla Sanità Statale, coi suoi categorici giudizi, o a questa coppia così inusuale ma in fondo così tenera, la madre col suo rassicurante sibilo nasale ad accompagnare ogni respiro, il figliuolo con gl’occhi riversi in quelli della madre, i piedi scalzi e la bocca affettuosamente semiaperta. “Per noi non c‘è niente di strano, è perfettamente normale” conclude la madre. E forse ha ragione lei: in questi tempi di aberranti “famiglie” fantascientifiche, con genitori dello stesso sesso se non peggio, una madre e un figlio che vivranno insieme fino alla morte di uno dei due – o di entrambi nello stesso momento – non possono che donarci un confortante momento di serenità.

   23 gennaio 2016