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FRATE ORIO BARBAGALLO, IL “RASPUTIN ITALIANO”. LA STORIA D’ITALIA E’ COMPLETAMENTE DA RISCRIVERE, SPIEGA LO STUDIOSO MINO MANACCIA DI SENIGALLIA.

SENIGALLIA – Una sorpresa dal passato fa tremare Casa Savoia proprio nel suo momento più florido, quello in cui, per la prima volta nella storia cosiddetta repubblicana del Belpaese, sembra poter più sperare di tornare a governare i sette colli di Roma.

Dagli archivi polverosi di uno studioso di Senigallia, il Dott. Mino Manaccia, compratore d’oro di professione ma esperto di Storia Patria per passione, riemerge infatti una figura che per quasi un secolo è rimasta sepolta dalle brume del passato.

Frate Orio Barbagallo.

Il suo nome non parla alle generazioni contemporanee, ma un tempo, quando la guida della Nazione era saldamente in mano a Re Umberto I e il piccolo Vittorio Emanuele III era ancora più piccolo di come in seguito ce l’avrebbe consegnato l’iconografia ufficiale, Fra’ Barbagallo è stato un personaggio la cui fama ha fatto tremare le vene e anche i polsi di milioni di persone.

“Barbagallo è stato il Rasputin italiano”, ci spiega il Cavalier Manaccia, accogliendoci in quella segreta fucina di ricerca che è la sua casa-deposito. Il dagherrotipo che ci mostra, consunto dal tempo e dall’usura (anche se questa parola, chissà perché, fa infuriare il Manaccia) ci restituisce sembianze difficili da decifrare.

Gli occhiacci un po’ così, contornati da sopracciglia che vanno viste per crederci, imperano su una faccia ineffabile. Della misteriosa figura al di sotto di quella faccia appena descritta, ahimé, le modeste capacità del Vostro cronista arrancherebbero invece a parlare.

“Orio Barbagallo era originario del nord Italia”, racconta Mino Manaccia, “e questo lo accomunava in maniera sospetta alla famiglia Savoia. All’epoca si diceva che avesse studiato magia nera in Amazzonia e che avesse appreso le onnipotenti arti radodriche, oggi estinte, e che allora soltanto i più eretici fra gli sciamani custodivano. Non era nemmeno un vero frate. L’appellativo gli derivava dalle frequentazioni di taverna, alla stessa maniera in cui certuni, in un paesino, vengono chiamati ‘Professore’ o ‘Principe’ dagli esercenti e dagli avventori assidui”.

Chiediamo cosa collegasse questo apparente sciamannato alla più Sacra delle famiglie del Belpaese, e la risposta ci sorprende.

“I Savoia hanno sempre dato del tu al mondo esoterico”, continua nella ‘lectio’ il Cavalier Manaccia, “ai demoni, agli spiriti dei morti, alle divinità egizie. E questo ha fatto sì che Umberto I scegliesse Orio Barbagallo, la cui fama oscura era solida e profonda, come precettore di suo figlio Vittorio Emanuele”.

A questo punto, come una saetta nel cielo di luglio, ci coglie all’improvviso la prima sconcertante rivelazione.

Manaccia è infatti pronto a giurare che sia stato il precettore Barbagallo, coi suoi modi bruschi, la sua passione molesta per il Barolo chinato e con la sua bizzarra fissazione di prescrivere a tutti i Reali del Belpaese la masticazione di gusci di nocciola e scaglie di sterco secco come elisir di lunga vita, proprio lui sia stato, si diceva, a bloccare la crescita di Vittorio Emanuele III, il futuro sciaboletta!

“E’ così e ho le prove”, sostiene il Cavaliere, sventolando davanti al Vostro cronista referti medici ingialliti, sì, ma dal contenuto scientifico inossidabile.

Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia, secondo il racconto di Manaccia, sarebbe stata l’unica che a un certo punto si rese conto degli effetti nefasti che Fra’ Barbagallo stava provocando sul piccolo Vittorio, rimasto piccolo anche oltre l’età consentita, e avrebbe provato a opporsi ai sinistri influssi dello stregone.

“Le cronache di palazzo dell’epoca, poi fatte sparire da qualche mano pietosa e censoria”, spiega la nostra fonte, “riportano un pettegolezzo che ha del drammatico. La regina Margherita sarebbe stata sentita chiedere al marito, il Re del Belpaese, di cacciare dalla Corte il mefistofelico Orio. L’espressione confidenzialmente usata dalla Regina può sembrare curiosa, ma di sicuro è molto indicativa dell’astio che ella covava nei confronti del mago: a Umberto, suo marito, disse infatti che a Barbagallo lui, cioè lo stesso Umberto, avrebbe dovuto fare ‘frin frin col mandolìn’”. Come a dire, si capisce, che avrebbe dovuto dirgli addio senza rimpianti.

Ma la Storia non ha appelli, e ci dice che le cose andarono diversamente. In luogo del ‘frin frin’ che Margherita avrebbe voluto che Umberto facesse con un metaforico (ma non per questo meno efficace) ‘mandolìn’, il Re decise di aprire ancora di più le porte della Reggia al Barbagallo. E questi se ne approfittò.

“Sono tante le cose che dovrebbero essere dette sulla vita di Fra’ Barbagallo e sulla sua influenza sui Savoia”, ci dice Mino Manaccia sull’uscio, nell’atto di congedarci. “Ma la ricerca non ha ancora dato tutte le risposte”.

Ora però che il sasso della memoria è lanciato nello stagno dell’oblio, il Cavalier Manaccia non è più solo. Sulle tracce della Verità in merito a questa misteriosa pagina della Nostra storia patria, da adesso, ci sono anche i Vostri fedeli e indomiti cronisti. E’ una promessa.

    1 giugno 2020