Archivi per la categoria ‘ipse dixit’

mors tua vita mea

mercoledì, 18 aprile 2007

"io sono contento che qui siano arrivati i cinesi, perché così sono diventato italiano: prima ero solo un teròne."

tizio ignoto, le iene, l’altra sera.

la speranza è l’ultima a morire. (specchio riflesso)

mercoledì, 14 febbraio 2007

"(…) volere d’un istante; che è quello in atto, vivo, eterno. a questo volere compete il carattere, come unità della sintesi in cui si conchiude l’atto dello spirito. e che meglio si apprezza e s’intende quando manca, o scende a tal debolezza che pare venga meno tutta la sua energia. e l’uomo che come volontà dovrebbe appunto dalla sua stessa volontà essere attuato, pare egli stesso svanito ed assente. dovrebbe, se ci fosse, volere; ma non sa cosa volere. si disorienta e smarrisce, o sogna, ignaro di sé e del suo fine, e dimentica il mondo che gli urge intorno per indurlo ad agire. l’uomo senza carattere perciò non conta. non è uomo, e quindi non vale come uno degli uomini che l’esperienza ad uno ad uno registra. o che si guardi nell’atto del suo presente operare, o che si traguardi nel complesso de’ suoi atti, non si riesce a vedere cosa voglia, e se davvero voglia. se per un momento si sospetti in lui una risoluzione, ecco il sospetto smentito tosto dal suo operare incerto, fiacco, inconcludente. e poiché ogni volere è un volere se stesso, egli guarda con gli occhi nel vuoto, perché non vede quel se stesso, che soltanto la fermezza e decisione della sua volontà gli potrebbe mettere innanzi come l’oggetto cui mirare. trasognato, fuor di sé, inconsapevole, egli perciò non è uomo; poiché uomo è consapevolezza di sé. l’uomo è uomo perché è autocoscienza. e il suo carattere deriva dalla consapevolezza che egli riesce ad avere di sé: sicché il carattere sarà tanto più gagliardo quanto più forte questa sua consapevolezza."

-g. gentile, genesi e struttura della società-

arbitrio della necessità. ( chiacchiere vel distintivo)

mercoledì, 10 gennaio 2007

"a questa esigenza corrisponde un certo affannoso e molto zelante lavorio per sollevare il genere umano dall’abbrutimento nel sensibile, nel volgare e nel singolo, e per indirizzarne lo sguardo alle stelle; quasi che gli uomini, del tutto obliosi del divino, siano sul punto di appagarsi, come i vermi, di polvere e d’acqua.
un tempo essi avevano un cielo fatto di vasti tesori di pensieri e di immagini. il significato di tutto ciò che è, stava nel filo di luce che tutto al cielo teneva attaccato; una volta rifugiatosi in cielo lo sguardo, anziché soffermarsi sulla presenzialità di questo mondo, vi scivolava su verso l’essenza divina, verso, se così si possa dire, una presenza fuori del mondo. l’occhio dello spirito dovette a forza venir rivolto al terreno, e qui venir trattenuto; e c’è voluto tempo assai prima di introdurre, nell’ottusità e nello smarrimento in cui si trovava il senso dell’aldiquà, quella chiarezza che solo il sovraterreno possedeva, prima di riconsacrare all’interessamento umano quell’attenzione a ciò che è presente, la quale viene detta esperienza.- ora sembra che ci sia bisogno del contrario; sembra che il senso sia talmente abbarbicato ai valori terreni, da rendersi necessaria altrettanta violenza a sollevarnelo. lo spirito si mostra così povero, che sembra impetrare, per un po’ di ristoro, il magro sentimento del divino, simile al viandante che nel deserto brama una sola goccia d’acqua. dalla facilità con cui lo spirito si contenta, si può misurare la grandezza di ciò che ha perduto."

-G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito.-