La tigre

Superato il cavalcavia del porto industriale ci si trovava improvvisamente in una distesa infinita di campi, stagni e stradine sterrate. Non c’era un allontanamento progressivo: era come uscire dalle mura di una città medievale e trovarsi subito fuori dalla civiltà, nell’aperta campagna, lontani da tutto, in una grande piattaforma grigia attraversata da canali di scolo e tralicci dell’alta tensione.

La Uno grigia di Antonio procedeva a 130 km/h, una velocità che si poteva definire piuttosto sostenuta, soprattutto considerate le condizioni dell’auto. Gerardo era seduto al posto del passeggero e con l’aria seria osservava dal finestrino la sua porzione di territorio. Campi incolti, più che altro, interrotti da qualche piccolo stagno. Non c’era nient’altro, a parte i pali della luce e qualche rudere diroccato. Tutto il resto era grande vuoto e luce grigia.

“Qui, a destra” disse piano Gerardo.


Antonio sterzò con violenza imboccando una stradina sterrata di quelle con grandi solchi di fango lasciati dai trattori. Erano le undici del mattino ed erano entrambi un po’ ubriachi. Gerardo stringeva tra le mani un fucile.
“Rallenta, da qui in poi vai piano” disse.

Si comportava come se sapesse il fatto suo, ma in realtà non era mai stato a caccia in tutta la sua vita. Di certo non era mai stato a caccia di una tigre. “Ferma, ferma qua. Scendiamo a controllare le tracce”.
Antoniò sbuffò. “Le tracce? E ora cosa sei, l’indiano cacciatore? Ma fammi il piacere”. Nonostante tutto, eseguì l’ordine e accostò. All’orizzonte, in lontananza, si scorgeva un campo di pale eoliche. Antonio e Gerardo scesero dalla macchina con i fucili in mano.

Era ormai qualche settimana che si parlava della belva. Alla televisione, nei giornali, ma soprattutto nei bar. Se ne parlava spesso anche al Jolly 2000, il bar dove Antonio e Gerardo passavano gran parte delle loro giornate. Qualcuno diceva che si trattava di una tigre scappata da un circo, o forse una pantera. Secondo altri era scappata dalla villa di un ricco eccentrico, uno di quelli che si fanno lo zoo privato nel giardino. Le autorità non confermavano e non smentivano. “Non dicono nulla per non scatenare una, come si dice, psicosi di massa” diceva Mario, carabiniere, uno che passava tutto il tempo libero al Jolly 2000 a bere birra, dire la sua su tutto e giocare al videopoker.

L’unica cosa certa è che qualcosa c’era. C’erano state delle vittime. Pecore, soprattutto, ma anche volpi, gatti, galline e qualche cane. Fino all’aggressione di un servo pastore rumeno, trovato ferito che vagava in stato di shock lungo la strada per il porto. Non era stato in grado di spiegare cos’era successo ma tutti, al bar Jolly 2000, erano certi che era stata la tigre.

Gerardo si guardò intorno. Poi guardò per terra: niente tracce di persone, né di altre macchine. Questo voleva dire che quella zona non era ancora stata battuta. “Il canale” disse. “Potrebbe usarlo per bere. Bisogna sempre controllare le fonti d’acqua.”

Antonio si mise a ridere. Gerardo si comportava come un cacciatore esperto in grado di dispensare consigli e lezioni sulla caccia alla tigre, ma per quanto lo conosceva lui, e lo conosceva abbastanza bene, non era mai stato nemmeno a caccia di conigli. E pensare che solo qualche birra fa non aveva nemmeno la voglia di alzare il culo per andare a comprare le sigarette, e infatti come al solito le aveva scroccate ad Antonio.

“Andiamo, capo Gerardo” gli disse.
Presero un sentiero che attraversava i campi e portava a un canale di irrigazione. Antonio si mise una sigaretta in bocca. “No!” gli disse Gerardo. “L’odore.”
Antonio rise ancora. “Non lo so se il tuo odore è meglio, Gerardo”. Poi ruttò.

Il canale era costeggiato da alberi e arbusti. Una tigre, pensava Gerardo, o un leone, o una pantera o quello che era, si sarebbe potuta nascondere là dietro. Non era difficile: in una zona aperta come quella loro erano avvantaggiati, bastava trovarla e sparare più volte. Più facile a farsi che a dirsi.

L’idea gli era venuta al bar, sentendo parlare il carabiniere Mario che, con la voce impastata dall’alcol, aveva rivelato quelle che aveva definito informazioni riservate. Ad esempio, aveva detto, quella zona di campagna tra il porto e il campo eolico non era stata battuta da nessuno proprio perché secondo lui la belva era nascosta là e nessuno aveva le palle di incontrarla davvero.

“La verità è che nessuno di noi, né della forestale né altri, ha voglia di trovare quella tigre” disse. “Sempre ammesso che sia una tigre e non una cazzata. Per me ad esempio è una cazzata, ma non si sa mai. Chi me lo fa fare a me?”

Era stato a quel punto che Gerardo aveva svuotato il bicchiere e a bassa voce aveva detto ad Antonio: “Io ho due fucili”. E Antonio, che ci metteva la macchina, aveva risposto solo: “Va bene, però la benzina la dividiamo”.

Nessun dubbio, nessuna domanda. Ma ora quella sicurezza di poco prima era sparita. C’era un’aria strana, in quel posto. E se l’avessero trovata davvero? Antonio si rese conto che gli sudavano le mani. Se le asciugò sui pantaloni e poi asciugò il calcio del fucile con un lembo della camicia.

Avrebbe voluto una birra. Quel posto era troppo grande e vuoto. Ma soprattutto era troppo silenzioso. Nonostante procedessero in quella direzione, le pale eoliche sembravano sempre troppo lontane. Antonio non sapeva perché ma pensava che si sarebbe sentito meglio vicino alle pale eoliche, magari con una birra in mano.

Gerardo indicò qualcosa. Poggiò un dito sulle labbra per far capire ad Antonio che doveva muoversi senza fare rumore. Era una pecora morta. Il ventre era aperto, ma non come se fosse stato inciso. Sembrava come squarciato, esploso dall’interno, come un gavettone. Mancavano gli occhi, probabilmente mangiati dagli uccelli, e una fila di insetti si cibava del resto. La puzza non era così forte come ci si sarebbe aspettato. In quell’aria grigia nemmeno gli odori si facevano sentire.

“Andiamo avanti” disse Gerardo.

Continuarono a costeggiare il canale a passi lenti. Più andavano avanti e più gli insetti aumentavano. Duecento metri più avanti, vicino a un cumulo di pneumatici, trovarono un’altra pecora morta. Gerardo le diede un calcio e una nuvola di mosche si sollevò. Era del tutto simile alla prima pecora, con la differenza che questa aveva ancora gli occhi, cosa che però non la rendeva meno morta, anzi. In più, notò Antonio, dalla bocca usciva una schiuma simile a quella del cappuccino. Ma non era quella la cosa strana. La cosa strana era poco più avanti. Era una pozzanghera rosa. Ad Antonio sembrò un colore totalmente fuori luogo in quel posto così grigio.

“E questo cos’è?”
“Non lo so, merda chimica credo” rispose Gerardo, lasciando capire che la cosa esulava dalle sue competenze. Espertissimo in caccia alla tigre, Gerardo era senza dubbio meno preparato sui composti chimici e non aveva nessun problema ad ammetterlo.

Antonio notò un rivolo di liquido rosa fuoriuscire da una spaccatura nella parete del cemento del canale. “Cosa ne pensi?” chiese a Gerardo.
“E che cazzo ne so. Sarà qualche merda scaricata nel canale dalle fabbriche vicine… Non lo so. Andiamo avanti.”
Per il momento lasciarono perdere il liquido rosa e proseguirono nella loro ricerca.

“Ascolta, io una sigaretta me la fumo” disse Antonio. “Tanto cosa cambia? Mettiamo anche che senta l’odore, meglio così, almeno si fa avanti e la possiamo sparare. No?”
Gerardo rifletté per qualche secondo sul ragionamento dell’amico, poi convenne che in uno spazio così grande il fumo di una sigaretta si sarebbe disperso facilmente. Anzi, di due sigarette, dato che anche lui aveva voglia di fumare.

Camminavano con la sigaretta tra i denti e tra le mani ben saldo il fucile. Si sentivano due veri cacciatori. Avanzavano lentamente, Gerardo avanti e Antonio due o tre passi indietro. Superarono un campo di terra bruciata e arrivarono a un fortino circolare seminterrato risalente alla seconda guerra mondiale. Era uno di quegli avamposti di cemento armato disseminati ovunque in quella zona.

Gerardo guardò Antonio e si mise un dito sulle labbra per fargli capire di fare silenzio. Lanciò una pietra verso il fortino e poi aspettò qualche secondo.
“Niente” disse.
“Pensavi che fosse nascosta là dentro? E cos’è, un cazzo di soldato?”
“Potrebbe averlo usato come rifugio, andiamo dentro a controllare.”
“Io là dentro non ci entro manco morto.”

Gerardo abbassò la testa ed entrò, mentre Antonio aspettava fuori. Tirò un’ultima boccata di fumo, buttò la sigaretta a terra e la schiacciò con la scarpa. Si guardò intorno: non c’era niente, solo quelle pale eoliche all’orizzonte e qualche traliccio dell’alta tensione. La strada asfaltata era molto lontana.
“Madonna che posto di merda” disse.
“Ci sono escrementi all’interno” disse Gerardo uscendo dal fortino.
“Merda?”
“Sì ma non credo sia della tigre.”
“Ah perché tu ovviamente sai riconoscere la merda di tigre…”
“Non so di che animale è… Non è delle pecore, forse di un cane, non lo so. Ma secondo me dobbiamo fare così: ci appostiamo qua dentro e aspettiamo, perché questo è un buon punto. Se la tigre passa spariamo attraverso le feritoie, così saremo completamente al sicuro.”

Antonio scoppiò a ridere. Le risate gli provocarono un attacco di tosse. Sputò del catarro.
“Muori, figlio di puttana” disse Gerardo, mentre l’altro continuava a tossire e sputare.
“Ma non sei serio, ti prego dimmi di no” disse Antonio riprendendosi. “Stare dentro quella cosa? Ma neanche per idea. C’è anche merda, e come minimo ci avranno scopato dei froci o dei drogati.”
“Qua? Ma che cazzo dici. Secondo me qua non ci viene nessuno dalla seconda guerra mondiale. Guardati intorno, siamo nel nulla.”

Antonio ci pensò un attimo, poi disse: “Facciamo così, ci stiamo mezz’ora, e solo se posso anche fumare. Se vediamo che in mezz’ora non succede nulla, ce ne torniamo al Jolly.”
“Almeno un’ora” rispose Gerardo “meno non serve a niente”.
“E va bene” disse Antonio.

Entrarono nel fortino. Dentro l’aria era umida, ma non c’era puzza né insetti ed era meno sporco di quanto ci si sarebbe aspettato. Antonio si sedette su un blocchetto di cemento mentre Gerardo stava in ginocchio poggiato alla feritoia col fucile che sporgeva leggermente all’esterno, pronto a colpire.
“Dobbiamo dividere il campo in 365 gradi, tu controlli questa metà, io l’altra.”
“Trecentosessanta” disse Antonio. “Come cazzo fai a dividere 365? Quelli sono i giorni dell’anno, rincoglionito.”
“Fottiti, professorino del cazzo. Tu controlli questa metà, io l’altra. Da qui riusciamo a vedere tutto, se stiamo fermi e zitti la tigre prima o poi passerà e saremo in grado di colpirla, quella stronza.”
“E se spariamo ma la manchiamo e quella scappa? Io non ho mira.”
Gerardo a questo non aveva pensato.

Per lui il piano era molto semplice: passa la tigre, sparo, la uccido, il giorno dopo sono sul giornale e al Jolly mi fanno tutti i complimenti. Ma in effetti poteva capitare di mancare la tigre, e anzi era una cosa piuttosto probabile, dato che entrambi non si poteva dire provetti cacciatori ma al massimo solo dei provetti bevitori.

“Forse dovremmo attirarla qua in qualche modo” disse.
“Tipo? Metto la pillona fuori, per attirarla?”
Gerardo non degnò di una risposta la proposta dell’amico, ma continuò a riflettere. Non riusciva a concentrarsi, gli era venuto mal di testa e la vista gli si stava annebbiando un po’. Era la stanchezza, forse, oppure l’alcol, oppure qualcos’altro. Sudava, aveva la nausea e non riusciva a restare per più di un secondo su un singolo pensiero.

“Stai pensando?”
“Fa’ silenzio!” urlò. “Altrimenti non ci riesco!”
“Che cazzo hai? Hai una faccia strana.”
“Mal di testa, colpa delle tue stronzate. Dobbiamo restare concentrati. Facciamo così: quando la tigre passa facciamo un rumore per attirarla, così si avvicinerà qui e potremo colpirla facilmente.”
“Che rumore?”
“Non lo so, il verso di un animale… Un animale che la tigre potrebbe cacciare.”
“Una pecora?”
“Sì, una pecora va bene.”
“Lo faccio io, la pecora mi viene bene, cazzo la faccio uguale! So fare anche la cornacchia, uguale uguale, te l’ho mai fatta sentire?”
“La pecora va bene.”

Per un po’ restarono così, in attesa di qualche movimento esterno, senza parlare. Anche ad Antonio era venuto mal di testa. Iniziava a sentirsi un po’ strano. Forse era… Pensò a lungo a quella parola, ma proprio non gli veniva in mente. Non voleva chiederla a Gerardo, non gli piaceva quando lui non sapeva una cosa e Gerardo sì, e oltretutto l’amico gli sembrava molto nervoso. Dopo un po’ però gli venne in mente la parola: claustrofobia. Ovvero la paura degli spazi chiusi. Forse era quello il problema, forse era per quello che si sentiva così strano dentro il fortino.

“Avremmo dovuto provare i fucili prima” disse a bassa voce.
“Cosa?”
“Dico che avremmo dovuto sparare qualche colpo per prova… Metti che sono inceppati e scopriamo che non sparano proprio quando siamo davanti alla tigre, che cazzo facciamo?”

Anche a questo Gerardo non aveva pensato. Odiava quando Antonio tirava fuori problemi che lui non aveva previsto, soprattutto quando aveva ragione. Capitava raramente, ma capitava. Quei fucili erano dello zio, che li usava per andare a caccia, ma da quanto tempo non sparavano? Erano puliti e carichi, ma se si fossero inceppati?

“Se spariamo un colpo per prova” disse “se la tigre è nei dintorni scapperà. Dobbiamo rischiare, sicuramente spareranno di sicuro.”
“E chi lo dice?”
“Lo dico io, porca quella puttana di tua madre!” urlò.
“Sshhh! Non fare casino…”
“I fucili spareranno, non rompermi i coglioni con le tue paranoie” disse Gerardo. “E poi ne abbiamo due, se non spara uno spara l’altro.”
“Ma e se…”
“Zitto!” Gerardo scattò in piedi, sporgendosi verso la feritoia. “Ho visto qualcosa… Cazzo ho visto passare qualcosa, là dietro a quei cespugli!”
“Cos’era?”
“Non era un cane. Cazzo, non era un cane.”
Gerardo sussultò di nuovo. “L’hai sentito?” urlò agitato. “L’hai sentito o no? Era vicino cazzo, l’hai sentito?” diceva guardando l’amico.
“Ma cosa? Non lo so…”
“Il rumore… Cazzo! C’è qualcosa là dietro. Si è avvicinata lentamente, ma l’ho vista e ho sentito il rumore.”

Restarono per qualche minuto immobili e tesi, in attesa di sentire qualche rumore. Improvvisamente quel posto sembrava il luogo più silenzioso della terra.
“Porca puttana! La tigre!” urlò Gerardo, e sparò un colpo verso l’esterno, in direzione dei cespugli. “Porca puttana! Porca puttana!”
Antonio era pietrificato dalla paura, puntava il fucile in tutte le direzioni e non sapeva cosa fare. Il colpo era rimbombato all’interno dello spazio ridotto del fortino con l’effetto di rintontire entrambi.
“L’hai colpita, Gerà? Hai sparato? Hai colpito la tigre?”

“Penso di sì” disse Gerardo “vado fuori a controllare, tu coprimi… Se la vedi avvicinare spara.”
“E se il fucile non spara?”
“Ma non hai visto che il mio ha appena sparato?” urlò Gerardo in faccia ad Antonio. “Tu spara, cazzo, spara!” E andò fuori.

Antonio tremava dalla paura, si appoggiò alla feritoia per fissare il punto vicino ai cespugli dove Gerardo aveva sparato. Vide l’amico avvicinarsi con cautela e guardarsi intorno alla ricerca della preda morta o forse ferita. Da lontano Gerardo gli fece capire che non c’era niente, poi lo sentì urlare qualcosa che non capì e lo vide mettersi a correre in un’altra direzione.

“Gerà!” urlò Antonio dall’interno del fortino. “Dove cazzo vai Gerà! Cos’è successo?”
Gerardo sparì dal campo visivo di Antonio, che a quel punto prese coraggio e uscì dal fortino.
Ma Gerardo non c’era più. Antonio guardò in ogni direzione, ma non c’era traccia dell’amico. Erano passati pochi secondi, forse mezzo minuto, ma l’amico era sparito. La tigre poteva essere nei paraggi. Antonio tremava, non sapeva cosa fare.

Con il poco coraggio che gli restava si avvicinò ai cespugli. Si fermò lì di fronte, puntando il fucile di fronte a sé, e poi, senza nemmeno lui sapere bene perché, fece il verso della pecora.
Niente, nessuna reazione.

Provò ancora con il verso della pecora, ma niente. Girò intorno al cespuglio ma di Gerardo non c’era traccia.

Oltre i cespugli c’era una piccola collina. Gerardo probabilmente era scappato in quella direzione, ecco perché era scomparso dalla sua visuale. Ma cosa aveva visto? Improvvisamente gli sembrò di sentire un rumore non lontano da lui. Non capiva cos’era, né da dove veniva, ma ebbe l’impressione che ci fosse qualcuno o qualcosa intorno a lui.

“Gerardo sei tu?” disse. “Gerardo! Porca puttana Gerardo, ti lascio qui e torni a piedi se non esci fuori subito! Chi cazzo c’è?”
Girava su se stesso puntando il fucile in tutte le direzioni. Con la coda dell’occhio gli sembrava di vedere qualcosa muoversi, ma poi si voltava e non c’era nulla, solo infiniti campi di nulla. Gli girava la testa.
“Sono armato, cazzo, sono armato! Se rompete le palle io sparo, non me ne frega niente! Vi sto avvisando!”

Antonio era terrorizzato. In quel momento avrebbe voluto essere al Jolly 2000, seduto davanti al videopoker, con una birra in una mano e venti euro in monete in tasca. Non sapeva cosa fare. Per quanto si divertisse a prenderlo in giro, Gerardo era davvero la sua guida, ma ora che si trovava da solo in mezzo a quel nulla grigio era disperato. Faticava a respirare e aveva la nausea.
Dev’essere un attacco di panico, pensò. No no, è che mi sto proprio cagando sotto, vaffanculo… vado a cercarlo.

Camminò per qualche minuto senza trovare Gerardo. Guardò per terra alla ricerca di tracce, ma non ci capiva nulla, era molto confuso e gli sembrava tutto uguale. Per quanto ne sapeva lui, lì poteva essere passata una tigre, un elefante, un carro armato o una donna con i tacchi a spillo. Non ne aveva idea.

Salì sulla collina. Da lì si riusciva vedere una distesa di campi incolti e in fondo un boschetto di eucalipti. In lontananza notò qualcosa: era il rottame di un’automobile. Guardò meglio e quello che vide gli fece sussultare il cuore: seduto a terra, con la schiena poggiata al rottame e il fucile tra le gambe, c’era Gerardo, pallido e immobile, con gli occhi fissi davanti a sé.

Si mise a correre verso di lui e quando fu quasi arrivato lo sentì che diceva “Piano, cazzo, piano!”.
Si sedette al suo fianco.
“Fermo. Stai immobile. Devi stare immobile, cazzo” disse Gerardo continuando a fissare un punto imprecisato di fronte a sé.
“Cos’è successo?”
“E’ dietro di noi.”
Ad Antonio venne da vomitare. “Vomita vomita, l’ho fatto pure io” disse a bassa voce Gerardo mentre l’amico si svuotava. “E’ lo stress, è l’adrenalina da caccia… Fa bene svuotarsi, fa solo bene. Cazzo ci siamo Antonio, l’abbiamo presa. O lei prende noi, o noi prendiamo lei. Capisci? E’ così che funziona questa cosa. Siamo in uno spazio aperto, nessuno può scappare qui. Ma noi abbiamo i fucili e non ce la faremo scappare.”

Mentre Gerardo parlava Antonio continuava a vomitare. Poggiò la testa a ciò che restava dello sportello di quella macchina arrugginita. Dalla bocca gli colava un lungo filo di saliva. “Non mi sento bene” biascicò.

“Devi restare lucido” disse Gerardo. “Sarà una cazzata. Appena si muove PAM! Un colpo e l’abbiamo presa. Zitto, zitto. Lo senti? Lo senti?”
“Cosa?”
“Il respiro della tigre” sussurrò Gerardo all’orecchio dell’amico. “Forse l’ho ferita, senti come respira, la bastarda. E’ ferita, Antonio, è ferita… Un altro colpo ed è fatta. Lo senti?”

Antonio lo sentiva. Inizialmente no, era troppo confuso, si concentrava solo sulla respirazione e sulle parole di Gerardo e non riusciva a sentire nient’altro. Ma poi, tra un conato e l’altro, nel silenzio assoluto di quei campi, iniziò a sentirlo anche lui. Prima era come un sibilo, poi come un respiro pesante, profondo, come amplificato da un microfono. Sembrava vicina, sembrava nel suo orecchio.

“La sento” disse.
“E’ stanca, ma in questi momenti diventano anche più pericolose del normale. Diventano più aggressivi, gli animali feriti, capisci Antonio? Come i cani feriti che mordono il padrone. Ma questa è peggio di un cane. Ci può sbranare in pochi secondi, staccarci le braccia, masticarci le palle…”
Antonio ebbe un altro conato. “Fa piano!” sussurrò Gerardo. “Si sta muovendo, si allontana.”
Alzò la testa sopra al rottame e guardò oltre.

“C’è un boschetto, sta andando a nascondersi lì” disse riabbassandosi. Ora, lo so che stiamo male, ma se la lasciamo andare quella finisce che muore, qualche forestale del cazzo la trova e se ne prende il merito. Invece è nostra, Antonio. E’ la nostra occasione. Dobbiamo seguirla.”
“Nel… nel bosco?”
“Abbiamo i fucili. Lei ha gli artigli e i denti, ma noi abbiamo i fucili, gli spariamo in testa e domani siamo sul giornale.”
Antonio annuì, ma non capiva molto, era in uno stato confusionale. Rimpianse ancora una volta di non essere davanti al videopoker. Era mercoledì, il suo giorno fortunato. Perché si trovava in quel posto di merda e non al Jolly 2000?

“Al mio tre scattiamo in piedi e corriamo dentro quel bosco. Non dobbiamo esitare. Ci alziamo e urliamo per spaventarla, non sarà veloce perché è ferita. Appena ce l’abbiamo davanti spariamo tutti i colpi che riusciamo a sparare e vaffanculo. Hai capito?”
“Sì” rispose Antonio.
“Uno… due… TRE!” urlò Gerardo.

Scattò in piedi e si mise a correre urlando con tutto il fiato che aveva in gola, mentre Antonio ancora tentava di alzarsi. Cadde a terra, ma con le ultime forze rimaste si rialzò e andò dietro all’amico che correva e urlava verso il boschetto di eucalipti. Antonio non riusciva a urlare, anzi faticava anche a respirare.

Gerardo era qualche passo avanti e sparì tra la boscaglia.
Aspettami, avrebbe voluto urlare Antonio. Ma non aveva più le forze per correre e urlare contemporaneamente. O una cosa o l’altra. Continuò a correre e dopo qualche secondo si trovò tra gli alberi. Le foglie secche crepitavano sotto la suola dei suoi scarponi. Vide Antonio appostato dietro un tronco che gli indicava qualcosa in fondo al bosco. “E’ là dietro, si è fermata” disse piano.
Antonio guardò e gli sembro di vedere qualcosa. Non sapeva cosa, ma qualcosa c’era.

“Guarda per terra” disse Gerardo. “E’ il suo sangue. Sta perdendo sangue, la stiamo facendo stancare, sarà una cazzata uccidere quella stronza.”
Antonio guardò per terra e vide pozzanghere di liquido rosa tra le foglie. Era il sangue della tigre? Forse. Ma era rosa, non rosso. Ed era denso, scintillante, come lo smalto di certe ragazze che aveva visto certe volte al bar.

In quel momento pensò che la tigre non gli aveva fatto nulla di male, perché la stavano cacciando? Ma ormai era troppo tardi per pensare, era troppo tardi per tornare indietro. Gerardo si spostò velocemente verso un altro tronco e gli fece cenno di avanzare.

“Guarda, anche qua sangue. E’ ovunque.”
C’era come un fiumiciattolo di liquido rosa che si faceva strada tra i cespugli e le foglie degli eucalipti. “Sta perdendo molto sangue” disse Gerardo.

Poi videro qualcosa oltre gli alberi, a circa venti metri da loro. Qualcosa che si spostava lentamente tra gli alberi. Antonio in realtà non era sicuro di cosa aveva visto, poteva anche trattarsi di un ramo che si era mosso, o forse un uccello. Ma Gerardo non ci pensò due volte e sparò un colpo in quella direzione.

“L’ho presa!” urlò. “L’ho presa!” E partì di corsa, sparendo tra i cespugli e gli eucalipti.
Ad Antonio girava la testa, ma andò dietro all’amico, tentando di raggiungerlo. Si aspettava da un momento all’altro di trovare tra il fogliame il corpo della tigre privo di vita. Ma improvvisamente il boschetto finì, Antonio scivolò da una scarpata e si trovò di fronte a un canneto.

Vide la sommità delle canne muoversi poco più avanti: Gerardo si era lanciato all’inseguimento della tigre all’interno del canneto. Antonio era indeciso: quello non era un posto adatto alla caccia, entrarci era rischioso. Là, secondo lui, sarebbero stati in svantaggio. La tigre forse era ferita, questo sì, ma sarebbe bastata un’ultima artigliata prima di morire per laceragli la carne e provocargli un’emorragia. E poi chi l’avrebbe salvato?
Ma non aveva altra scelta.
Seguì il varco aperto da Gerardo e si tuffò dentro.
Era il canneto che costeggiava e recintava il grande stagno vicino al porto. Per quanto ne sapeva lui era un posto dove non andava nessuno. Era uno di quei luoghi inutili e inaccessibili che esistono anche se non servono a niente.

Dopo qualche passo si sentì mancare l’aria. Era terribile. Non c’era orizzonte, non c’era una direzione da prendere, perse quasi subito l’orientamento. Man mano che Gerardo si allontanava il varco si faceva meno netto, le canne si richiudevano e la strada scompariva. Davanti a sé aveva solo canne, canne e canne. E solo canne c’erano anche dietro di lui e tutt’intorno.

Antonio ansimava, sudava e continuava ad avanzare a grandi passi, per non inciampare. Ormai non poteva tornare indietro, era troppo tardi. Non avrebbe ritrovato la strada. Poi nell’aria sentì un altro colpo di fucile, uno stormo di uccelli si alzò in volo, ma non capì da quale direzione provenisse il colpo e subito dopo nel canneto ripiombò il silenzio assoluto.

“Gerà!” urlò. “Gerardo! Sono qui! Dove sei Gerà?”
Antonio guardò verso l’alto, l’unica porzione di mondo esterno che poteva guardare, dato che per il resto c’era solo il muro di canne. Nel cielo c’erano tante sfumature di grigio, ma nessuna nuvola.

“Gerardo!” provò ancora Antonio. Ma niente da fare. Era rimasto solo dentro al canneto, come imprigionato. In certi punti la terra si faceva melmosa e Antonio ebbe paura di finire nelle sabbie mobili oppure di cadere nello stagno. La visibilità era ridotta a pochi centimetri, il suo sguardo arrivava solo alle canne che aveva di fronte: spostate quelle, ce n’erano altre e poi altre ancora.
“Voglio andare via” disse ansimante e disperato. “Cazzo, ti prego, fammi andare via”.

Ma in quel momento Antonio sentì qualcosa avanzare alle sue spalle. Si voltò, pallido e terrorizzato, pronto a svenire.
“Gerardo!” urlò. “Guarda che sparo!”
Qualsiasi cosa fosse, si stava avvicinando verso di lui: vedeva le canne spostarsi, a meno di dieci metri da lui.

Allora, nonostante ormai non avesse più forze, si mise a correre, o meglio a saltare, facendosi strada tra le canne in un direzione qualsiasi. Non sapeva nemmeno se stava andando avanti o se stava tornando indietro da dov’era partito. Quasi non respirava, era concentrato solo sul tenere in mano il fucile e correre, spinto dalla forza della paura. E improvvisamente si trovò fuori dal canneto. Libero.

Non sapeva dov’era, ma non fece in tempo a capirlo. Cadde a terra, si accasciò sulla terra grigia e melmosa in uno stato di semi-incoscienza. Aveva lo sguardo fisso e ormai non sentiva più nulla. Con un lato del viso poggiato sulla terra fredda, notò non distante da lui una pozzanghera rosa. Nel suo campo visivo apparvero degli stivali di plastica che si avvicinavano verso di lui. Sentì come l’eco di una voce dire qualcosa, ma non capì cosa. Poi il suo sguardo andò oltre gli stivali, oltre le canne e lo stagno, e vide le pale eoliche in lontananza. Sembravano sempre lontane. Non avevano mai smesso di girare.
Antonio si addormentò così, guardando le pale eoliche.
Era mercoledì, il suo giorno fortunato.

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