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MELOMANIA: tra il suicidio e la rivoluzione a mano armata

(articolo inattuale e impubblicabile scritto tempo fa per una rivista che stava nascendo e che poi, grazie a dio, mi ha mollato subito, intuendo prima di me la nostra totale diversità. l’ho ritrovato per caso e mi ha divertito, proprio per il suo essere inattuale, leggero e fuori luogo in ogni luogo. considerando vmc il mio cestino, lo butto qua)

In questi tempi così ansiogeni può capitare di salire sulla metro con gli auricolari nelle orecchie, sedersi e guardare la persona seduta al nostro fianco pensando: “Quel tizio è strano, potrebbe essere un terrorista”. Ma c’è di peggio: quel tizio potrebbe essere un melomane.

Per la Treccani il melomane è chi “ama moltissimo la musica, spec. lirica, talvolta in modo quasi morboso” e siamo certi che “talvolta” e “quasi” sono stati aggiunti solo per non spaventare eccessivamente i lettori dell’enciclopedia. Il melomane è senza dubbio morboso e lo è sempre, altrimenti non sarebbe un melomane, come suggerisce il suffisso -mane dal greco manés, ovvero mania, pazzia.

Il melomane vive di melodramma e il melodramma vive grazie ai melomani, che spendono per andare a teatro e comprare i cd, ascoltano, guardano, si infervorano, urlano, applaudono e discutono di qualcosa, l’opera, che per il resto del mondo potrebbe anche non esistere. Il melomane paga di tasca sua, anzi: sarebbe disposto a dilapidare patrimoni interi e scippare vecchiette per strada per sostenere la sua ossessione e questo spiega perché siano quasi sempre benestanti.

Il melomane di un tempo forse non esiste più, è vero. Quello che sfidava a duello il sostenitore del cantante avversario al suo idolo, quello che saltava in piedi e urlava “E’ una vergogna!” di fronte a una nota fuori posto, o che fischiava e ululava duranti gli applausi o subito dopo una stecca. Oggi le contestazioni sono diminuite se non proprio scomparse, ridotte a rare manifestazioni folkloristiche che rimandano ai tempi passati, quando a teatro c’era un clima da stadio. Ci sono più spesso standing ovation che dissensi, anche di fronte a prestazioni qualunque, e sui giornali si leggono complimenti a prescindere, soprattutto verso i venerati maestri.

Enrico Stinchelli, conduttore della storico programma radiofonico “La Barcaccia”,  individua nel 1990 l’inizio di quella che chiama “l’era del consenso organizzato”. Fu quando alla Scala chiusero il loggione al solito giro di rumorosi melomani contestatori – i loggionisti, appunto – per “consentire l’ingresso ai soli turisti e ad innocue vecchiette” dice Stinchelli. Oggi i loggionisti esistono ancora, ma di fatto sono associazioni di tranquilli anziani appassionati dell’opera che difficilmente vanno oltre un tiepido applauso. Le critiche feroci, anche di fronte a scelte artistiche discutibili, regie orrende, cantanti inadeguati, sono diminuite fino a quasi scomparire, e soprattutto nelle pagine dei quotidiani più famosi sono ridotte a quelle che in gergo si chiamano pubbliredazionali, ovvero marchette, oppure a carezze innocue da parte di critici di bocca buona per cui l’asticella della qualità è posta molto in basso, quasi rasoterra.

Per il melomane invece l’asticella è posta così in alto da essere diventata invisibile. Egli vive in un mondo che non esiste più. Ovvero l’età dell’oro dell’opera, sulla cui datazione possono esserci dubbi, ma è certo che non sia quella che stiamo vivendo. Opera se ne fa tanta, così come musica antica, musica sacra e musica da camera, nei vari teatri di città e di provincia, nei festival, in concerti e concertini. Ma il quadro generale è – indovinate un po’? – drammatico e i melomani si trovano di fronte “a due scelte diametralmente opposte: il suicidio e la rivoluzione a mano armata”: così commentava la situazione del teatro lirico odierno il Corriere della Grisi, storico blog di melomani oltranzisti.

Se in passato il melomane poteva manifestare il suo dissenso solo dal vivo, magari con il più classico dei buuuuu, alzando la voce mentre usciva dal teatro e si aggiustava il bavero o agitando il dito e urlando cose come “Lei oggi ha stuprato Rossini!” verso il direttore d’orchestra, a un certo punto è arrivata una tecnologia che gli ha dato modo di coltivare al meglio la sua ossessione e contemporaneamente spazio infinito per manifestare il suo dissenso. Questa tecnologia si chiama Internet.

Nato come mezzo per comunicare in caso di apocalisse nucleare, Internet si presta anche agli altrettanto apocalittici melomani. In effetti loro vivono come se un apocalisse ci fosse stata, dato che l’opera, il belcanto, le grandi voci, sono ormai scomparse e oggi noi possiamo sentirne solo l’eco. Come creature nate dopo un’estinzione di massa, i melomani costruiscono il presente basandosi sulle poche tracce sopravvissute del mondo passato. Attraverso i cd, ad esempio. Sì, proprio loro, i compact disc: nel 2015 secondo la Fimi (Federazione industria musicale italiana) le vendite del cd di musica classica sono aumentate del 20% rispetto all’anno precedente e nel 2016 il mega-box “Mozart 225” dedicato indovinate a chi, ha venduto oltre un milione di copie in 5 settimane, nonostante costasse circa 300 euro.

Poi ci sono i 33 e 45 giri, ma anche i pesanti padelloni a 78 giri con le incisioni pre guerra, i cilindri fonografici dei primi del ‘900 per i più maniaci, e perfino piccoli brandelli cartacei, dato che – verba volant e scripta manent – di alcune cantanti abbiamo solo lontane testimonianze scritte. La Grisi del Corriere sopracitato ad esempio sarebbe Giulia Grisi, una celebre soprano morta nel 1869 che non troverete su Youtube o Spotify, anche se è considerata la più grande della sua epoca, l’Ottocento. Tra i melomani, esasperati dagli orrori musicali contemporanei, è frequente tornare indietro negli ascolti fino a dove la tecnologia glielo consente – ma anche oltre. Se esistesse una macchina del tempo state certi che la userebbero come taxi per andare a teatro.

Va detto che i motivi per cui perdere la pazienza e rifugiarsi nel passato sono tanti. Le discutibili tendenze dell’opera odierna – quelle che mettevano i melomani della Grisi al bivio tra suicidio e lotta a mano armata – sono innegabili: dalla moda e le insopportabili pose del barocco rock, il cosiddetto “barock”, ai falsettisti, controtenori e contraltisti apparsi improvvisamente a coprire ogni ruolo possibile, dallo spazio dato a starlette strapagate e adorate dalla critica, al menefreghismo filologico per cui non si rispettano le scelte dei sacri compositori, per non parlare delle messinscene bizzarre e finto-trasgressive ma in realtà conformiste e iper-sessualizzanti (“Carmen” sempre più vicino a uno spettacolo porno, ad esempio) o, ancora, alle regie di nomi famosi che non c’entrano nulla né con la musica né con il teatro, come Sofia Coppola chiamata per la Traviata a Roma, e così via.

Sono tutti sintomi della difficoltà di un genere defunto come l’opera di rinnovarsi per restare in vita. Oppure, detto in altri termini, di  “smantellare quel poco che resta della più autentica ricchezza della cosiddetta civiltà occidentale”, per citare ancora una recensione del Corriere della Grisi su una messinscena del Ratto del serraglio di Mozart a Bologna.

Grisi a parte, Internet, proprio grazie a Youtube, fornisce un archivio inimmaginabile di ascolti di esecuzioni di ogni epoca possibile. Nell’era pre-Youtube bisognava procurarsi cd o dischi con ogni singola incisione per litigare su quale esecuzione dell’aria “Eri tu che macchiavi quell’anima” di Verdi fosse la migliore. Richiedeva tempo, soldi, pazienza e molto spazio.

Oggi si può andare su Youtube e decidere se sia meglio Leo Nucci, Gianni Inghilleri o Tito Gobbi. Il melomane contemporaneo, passato attraverso la fase radiofonica, fatta di trasmissioni notturne, filodiffusione e cassettine con registrazioni amatoriali di concerti, è felicemente approdato a quella del Web, anche grazie a misteriosi canali Youtube passati alla storia, almeno per un gruppo di spostati, come quello di Addiobelpassato, oggi defunto. A parte il nome fieramente nostalgico – si tratta di un gioco di parole che cita un’aria della Traviata, quando Violetta, la protagonista, ormai pronta a morire di tisi, canta “Addio del passato bei sogni ridenti” arrendendosi al destino crudele, quasi sempre inevitabile per le protagoniste del melodramma, – il canale sembrava gestito da un robot melomane capace di caricare anche 60 video al giorno.

Prima della chiusura erano presenti 23mila video con incisioni di ogni epoca per un totale di 70 milioni di visualizzazioni. Si andava da opere intere a singole arie presenti solo sugli scaffali polverosi di qualche mercatino dell’usato con incisioni di cantanti famosi, alcuni famosissimi, e altri il cui nome, se fermaste non dico dieci, ma anche mille persone a caso per strada, non direbbe niente a nessuno. Alcuni, tenetevi forte, non si trovano nemmeno con Google.

Abbiamo dovuto dire addio ad Addiobelpassato, ma i canali di collezionisti e melomani non sono scomparsi. Sempre nella colossale piattaforma di video sono presenti decine di altri canali maniacali dedicati alla musica antica e all’opera in particolare. Tra i video più amati e commentati ci sono le cosiddette “Perle nere” (già rubrica della Barcaccia) e tutto quello che va taggato come “opera disasters”, cioè quei momenti in cui i cantanti – specialmente quelli famosi – sbagliano clamorosamente. E sbagliare nel canto lirico non è come sbagliare in qualsiasi altro genere musicale: vuol dire andare incontro al disastro, appunto.

Proprio sotto questi video si trovano le discussioni più interessanti, tra sostenitori e detrattori di tutte le nazionalità, con tecnicismi difficili da seguire per i non addetti e scambi di opinioni che degenerano molto facilmente, passando in pochi istanti dall’analisi vocale di un certo brano agli insulti diretti ai parenti stretti. In alcuni casi la situazione si scalda tanto da costringere gli stessi cantanti a intervenire in prima persona. Come è capitato alla star in ascesa Olga Peretyatko, che sotto uno dei tanti video “opera disasters” che la riguardano, ha commentato spiegando che gli errori vocali che tanto facevano infuriare i commentatori erano dovuti a un attacco di allergia. Pronta la risposta di un utente: “Tu sei allergica al belcanto”.

Situazioni diventate sempre più frequenti grazie al Web, che – come si dice – abbatte le barriere. E non ci sono dubbi che per certi cantanti forse era più sicuro quando queste barriere c’erano ed erano belle solide, non si veniva registrati ogni sera e non si andava incontro a un giudizio popolare così esteso, addirittura al mondo intero. Allo stesso tempo, è un altro sintomo della crisi dell’opera, che ha un disperato bisogno di star che vendano biglietti e cd e che dunque spinge alcuni cantanti che per molti melomani dovrebbero tornare ai primi anni di conservatorio invece di cantare al Metropolitan Opera House, a svantaggio dell’apparato uditivo dei melomani ma anche dei bravi e giovani cantanti meno conosciuti a cui invece non viene dato spazio.

Dunque da una parte abbiamo un mercato che ha bisogno di volti e nomi che abbiano successo, di aprirsi al mondo, di rendere un genere ostico di nuovo “popolare”, e dall’altra una fan-base di appassionati colti e preparati, poco indulgenti, che hanno buona memoria, che guardano con sospetto l’ascesa di star improbabili, pronti a tutto pur di difendere la sacralità della loro musica. E’ una situazione che conoscono bene anche i metallari, per certi versi gli esemplari di nerd musicali più simili ai melomani.

Sbagliando, il melomane potrebbe essere paragonato all’appassionato di jazz, anche perché talvolta, se proprio deve ascoltare qualcosa che non sia l’opera, il melomane potrebbero ascoltare del jazz, è vero. Ma ci sono vari elementi che lo porta invece ad essere più simile all’ascoltatore di metal, una specie solo in apparenza lontana.

Il jazz è musica che può piacere a tutti: se non con un ascolto attento, almeno come sottofondo da bar; mentre i metallari e i melomani ascoltano musica considerata noiosa e inascoltabile da tutti gli altri. Non solo la ascoltano, ma ad essa dedicano la loro vita, i loro soldi, il loro tempo. Sono gli outsider della musica. I loro generi non hanno nemmeno sporadici punti di contatto nella musica pop ascoltata dalle persone normali, se non in alcuni crossover che non fanno altro che demoralizzarli di più (l’opera pop di fenomeni come Andrea Bocelli o Il Volo, o il finto metal di certi gruppi rock all’acqua di rose). Pur ascoltando musica diversa, metallari e melomani vivono in solitudine le stesse sofferenze e combattono le stesse battaglie, alla ricerca di una originaria purezza e una sacralità che non ammette via di mezzo e che non fa prigionieri.

Gli elementi in comune tra le due categorie sono tanti: stessa attitudine nerd e collezionista (di LP degli Manowar i primi; di 78 giri di oscuri tenori ungheresi i secondi), l’orgoglio nostalgico nel ricordare alcuni concerti storici visti dal vivo (gli Slayer nel 1987 al Palatrussardi i primi; Teresa Berganza alla Scala nel 1975 i secondi), tendenza a considerare il passato quasi sempre meglio del presente (i gruppi seminali degli anni 70/80 i primi; cantanti morti prima dell’invenzione della lampadina i secondi), godimento estremo per la tecnica eccelsa e i virtuosismi (Meshuggah e Dream Theater i primi; Edita Gruberova i secondi) unita a una patologica attenzione alle minime differenze di esecuzione (“In questo live usa un basso Fender con due pick-up invece di uno!” i primi; “Argh! La messa di voce su quel Sol acuto era scandalosamente fuori posto!” i secondi), gli aspetti ritualistici legati all’ascolto sia domestico sia in forma di concerto (Tavernello, birre e spinelli i primi; vini costosi, tè e pasticcini i secondi) e così via.

Non a caso spesso i due gruppi vengono a contatto, seppur non direttamente: ci sono tanti metallari che ascoltano opera, soprattutto tra i musicisti, anche se è meno frequente il contrario, cioè che un melomane ascolti il metal. Ma ci piace pensare che anche questa nicchia di mercato sia possibile.

Allo stesso tempo c’è una sostanziale differenza tra le due categorie. I metallari nell’immaginario collettivo hanno un aspetto aggressivo, con capelli lunghi, magliette con teschi e scritte cattive, tatuaggi e via stereotipando; ma in in realtà sono quasi sempre teneri nerd dall’animo gentile, educati e per niente violenti.

Il melomane, al contrario, dietro un aspetto elegante, denti sani, barba curata, parlata forbita, buona istruzione e solido conto in banca, sono creature selvagge e spietate, pronte a mozzare teste di fronte a un Mozart suonato male. Il melomane è apparentemente un normale, inserito nella società, considerato forse anche un buon vicino, come si dice di molti serial killer, ma entrando nelle loro case potreste scoprire stanze intere occupate da scaffali con dischi della Decca e della Deutsche Grammophon, oltre a locandine, libri, feticci e impianti stereo che costano quanto una Lamborghini. Nei film americani in questo caso gli investigatori, illuminando la stanza con una torcia, direbbero “Chiamate la scientifica, qua è un casino”.

Non è un caso che proprio al cinema, quando si rappresenta un genio del male, il cosiddetto villain, si scelga di caratterizzarlo come un melomane e più in generale un appassionato della cosiddetta musica colta. Il diabolico professor Moriarty nel film “Sherlock Holmes – Gioco di ombre”, accoglie Sherlock canticchiando l’adorabile lied “Die Forelle” di Schubert. Anthony Hopkins ascolta musica sinfonica e va all’opera nei panni di Hannibal Lecter. La folle persecutrice interpretata da Glenn Close in “Attrazione fatale” ascolta Puccini per buona parte del film. Alex di “Arancia Meccanica” ascolta Beethoven in maniera morbosa. Il completamente fuori di testa De Niro in “Cape Fear” ascolta Donizetti, mentre quando interpreta lo spietato Al Capone nel film “Gli Intoccabili” si commuove davanti a una recita dei “Pagliacci” di Leoncavallo. Stessa storia per Al Pacino che nei panni di Vito Corleone nel “Padrino – Parte III” piange a teatro durante la “Cavalleria Rusticana” di Mascagni.

Dunque osservate bene la persona che avete al vostro fianco sulla metro. E fate attenzione soprattutto alla musica che state ascoltando. Se si tratta di Bocelli o Il Volo, fate in modo che il vostro vicino non se ne accorga. Perché a quel punto la “gelida manina” il melomane ve la potrebbe dare in faccia in forma di schiaffo.

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