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Better Call Angelo

youtube italia ha ufficialmente il suo saul goodman.

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1 hour Vicini Napoletani che litigano for Relaxing, Sleeping, Meditation

Il sottofondo della vita

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Eppure

Eppure ci dev’essere un livello di sofferenza superiore, qualcosa di peggio che vivere, qualcosa di peggio del dolore. Io sento, quando mi obbligo a ingoiare quest’aria che non vorrei ingoiare, che forse non vivere è peggio che vivere; e che pensare il contrario è solo una consolazione. Vivere, è dolore; smettere di vivere, è dolore; ma anche non essere ancora nati, chissà, forse è dolore. E da qualche parte gli increati pensano: beati loro, che sono vivi e devono soffrire meno di noi, perché è possibile che esistano modi di non essere peggiori di questo essere.

(cartolina di auguri di compleanno scritta per una nipotina di otto anni)

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I Carabinieri del Destino

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dall’amico Lapin:

I Carabinieri del Destino, opera manifesto della corrente del Carabinierismo Futurista. Privi di volto ma con un grande cuore, i CdD perlustrano in incognito i lunapark insinuando tra gli usuali strumenti della fattucchiera di Voghera la paletta e il cappello, sufficienti nella loro stringatezza a richiamare tutto un universo di eroismo, sacrifici, barzellette e soprattutto tanta umanità. Ecco che, tra un Appeso e un Tredici, i venerabili simboli dell’Arma si tingono di nuove sfumature: uno scettro druidico? Il copricapo di un oscuro ordine sacerdotale? Con quest’opera il carabinierismo entra da par suo nella corrente futurista, sconvolgendone e nel contempo denunciandone (per dovere d’ufficio) i dettami.

Lapin

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Come diventare salutisti

  • smettila di mischiare benzodiazepine e alcol.
  • se proprio devi prendere cocaina, sniffala. questa cosa di fumarla con la bottiglia di plastica non ti fa bene. la plastica ha delle sostanze che boh, fanno male. cerca un’alternativa naturale, bio ed ecosostenibile.
  • idem per l’eroina con la stagnola. evita in generale la stagnola.
  • ah sempre sulla cocaina, se proprio devi cucinarla con l’ammoniaca, non usare quella profumata. meglio un’ammoniaca qualsiasi. quella profumata ha sostanze che fanno male.
  • non bere alcol a stomaco vuoto, soprattutto alle 8 del mattino. se proprio devi perchè sono già iniziati i tremori mangia almeno un pacchetto di creckers.
  • sfrutta l’effetto placebo: riempi una bottiglia di vodka di semplice acqua e ogni tanto fatti uno shottino, dovrebbe funzionare (dicono)
  • lavati almeno una volta a settimana. in inverno almeno una al mese.
  • trova pretesti per fare attività fisica: ad esempio gli effetti collaterali di alcune sostanze causano distonie e convulsioni, divincolandoti per mezz’ora puoi bruciare fino a 3000 calorie e poi dormi benissimo (perché l’attività fisica fa bene anche all’umore)
  • stare tutto il giorno a letto a guardare anime fa male alla schiena. ogni tanto varia, guarda anche film o documentari.
  • cerca di sorridere il più possibile, sorridere fa bene. con l’md potresti sorridere anche per una settimana, in piccole dosi alternate a funghi e/o erba e la compagnia di buoni amici immaginari.
  • cerca di avere un transito intestinale regolare e, per carità, evita di cagarti addosso. soprattutto davanti agli altri. soprattutto in treno. soprattutto con i tuoi parenti che ti sono venuti a prendere in stazione il giorno del tuo compleanno. soprattutto mentre ti stanno fotografando.
  • ascolta il tuo corpo. letteralmente. cerca di capire cosa vogliono dire gli strani rumori che senti provenire dall’interno. sono un grido d’aiuto? un messaggio alieno? pensa tutto il giorno a questa cosa
  • mangia fgrutsaaa e verdu7ra
  • evita lo zucchero.
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Olbia – New York

I colloqui di lavoro sono come partite a poker: bisogna sapere bluffare e spesso si finisce nudi, pestati a sangue e ricoperti di vomito in un vicolo senza ricordarsi cos’è successo. Un mese fa mi chiama l’etichetta discografica Columbia, vogliono un mio video per Solange Knowles. Io dico: veramente di solito non lavoro con artisti di colore mainstream, ma va bene, vengo ad ascoltare. Cinque minuti non si negano a nessuno, nemmeno a Solange Knowles. Dunque prendo la Tirrenia da Olbia e vado a New York, passaggio ponte. Qualche giorno dopo, sala riunioni della Columbia. Mi dicono: guardi, a noi lei fa sinceramente schifo, ma proprio letteralmente, ci provoca disgusto e ribrezzo, non si è neppure lavato per venire qua [nota: avevo fatto un lungo viaggio in nave e non ho avuto il tempo di fare una doccia, ma va beh], per non parlare del casino che ha combinato in bagno appena arrivato [nota: su questo hanno ragione, nessuna scusa], e poi diciamolo: usa una versione craccata di Premiere, pure vecchia, plugin craccatissimi che per farli funzionare deve evocare tutti i santi, non sa usare nemmeno After Effects perché è pigro, i suoi video sono amatoriali, da dilettante allo sbaraglio, tutti uguali poi, con questa estetica tossico-lo-fi che ha veramente rotto, non ha mai manco mezza idea, si vede benissimo che fa tutto a caso e… “SCUSATE SE VI INTERROMPO” dico io. “Direi che con i complimenti possiamo fermarci qua, grazie. Passiamo alla proposta. A me interessa solo quella. Sinceramente non ho nemmeno mai ascoltato un disco di Solange, ma se ci sono da prendere soldi per me va bene. Dai, fatemi questa proposta e finiamola qua”. I manager si guardano fra loro un po’ confusi. Poi uno parla: “Non sappiamo bene perché ma la signorina Solange si è innamorata dei suoi video e ha deciso che voleva lei per girare il prossimo”. “Mh, ho capito. Quindi?” dico sfregando pollice e indice per fare il gesto dei soldi. “Quindi… la proposta è 18 milioni di dollari. Avrà a disposizione una delle migliori troupe di tutto il pianeta. 180 videocamere. Le location che vuole, che sia il deserto del Sahara o Marte. 5mila ballerine per le coreografie. Droni militari. Riprese satellitari. Sottomarini. Elefanti albini. Nani cinesi. Lottatori di sumo. Dica una cosa e noi gliela procuriamo”. “Emmedi?” dico io. Loro: “Come?”. “No niente, era una battuta. Quindi la vostra proposta è 18 milioni?” “Esatto” dicono loro sconsolati. “18 milioni di dollari? Quanto fa in euro?”. Mi rispondono: “Circa 16 milioni e 118mila euro”. “Circa? Mmmm, posso sapere la cifra esatta?”. Sento che stanno per accoltellarmi, ma è il momento di non mollare, come a poker. Fanno un rapido calcolo e poi mi dicono: “Sono 16.118.777,48 euro”. “Uhm” dico io. Abbasso la testa come se stessi riflettendo. Aspetto qualche secondo. Percepisco la loro impazienza ma la ignoro, anzi, me ne nutro. Poi mi alzo in piedi, lancio una bottiglia d’acqua Evian contro uno dei manager, salto sul tavolo e urlo: “16 MILIONI E SPICCI PER UN MIO VIDEO????!! Io non mi piegherò mai a voi per quella cifra! Voi rappresentate il Male, siete servi del capitalismo e Solange non è che l’ennesimo virus dell’estetica cool, che è peggio del capitalismo, voi trasformate in merda tutto quello che toccate, Solange non è una donna nera, è un prodotto cool! Non vorreste mai un nero non cool nel vostro video, e se ci fosse, lo fareste diventare cool! Fareste diventare cool un barbone, fareste diventare cool perfino me, pur di ricavarci qualche soldo! Tenetevi i vostri soldi, io li prenderei solo per bruciarli, ma ho calcolato le emissioni di CO2 e ho deciso che non ne vale la pena!”. Poi rubo le penne dal tavolo, scappo via dalla sala riunioni e vado direttamente al porto a prendere la Tirrenia. Un mese dopo mi arriva un messaggio di Edoardo Inglese, mi chiede se voglio fare un video per lui. Gli dico: ma certo Edoardo, ci mancherebbe. So che questa storia può sembrare inverosimile, eppure – a parte qualche piccolo dettaglio ininfluente (in realtà ho preso la Moby, ad esempio, non la Tirrenia – cose di questo tipo) – vi giuro su mia madre che è andata esattamente così.

(il video per Edoardo è questo
https://www.youtube.com/watch?v=3Yol3gKmAlI )

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Tre storie morali (sono quattro)

Storia 1

Ci sono due eserciti, uno di fronte all’altro, che si preparano alla battaglia. Parlano lingue diverse, non sanno perché stanno per affrontarsi perché fra loro non si capiscono e non ci sono né ambasciatori né interpreti. Improvvisamente un soldato viene fuori da uno dei due eserciti e dice: “Ma questo è tutto molto metaforico!” e viene ucciso all’istante da una freccia che non si capisce da dove è partita: dal suo esercito, che parlava la sua lingua e quindi ha capito cosa ha detto, o dall’altro esercito che non parlava la sua lingua e non ha capito cosa ha detto? A nessuno importa, quindi iniziano a riempirsi di mazzate. Centomila morti, alla fine i superstiti si scopano i cadaveri.

Storia 2

Un architetto pazzo e geniale, ma più pazzo che geniale, progetta un gigantesco complesso di edifici delirante, roba tipo Escher. Durante la costruzione si rinchiude dentro, nascondendosi in cunicoli, labirinti e passaggi segreti di cui solo lui è a conoscenza. I primi giorni gli operai lo cercano, ma lui si sposta in continuazione per non essere trovato. Va avanti così per anni, vivendo nell’oscurità e cibandosi di insetti e urlando ogni tanto “Non mi troverete mai!”. In realtà il progetto viene mollato quasi subito perché troppo costoso e nessuno si mette seriamente a cercare l’architetto, dato che tutti danno per scontato che sia scappato via con i soldi. L’unico che ha vagamente qualche sospetto è il custode di questa colossale incompiuta che ogni tanto trova le feci dell’architetto e fa notare a un collega che “non sembrano quelle dei ratti”, ma la cosa finisce lì, nemmeno ne parlano tanto.

Storia 3

Un capitano dell’esercito di qualche nazione viene mandato dai suoi superiori a cercare un colonnello diventato pazzo, un disertore, un tizio pelato e carismatico che ha fondato una specie di sua tribù nella giungla. L’obiettivo è ucciderlo. Il capitano risale il fiume con altri quattro soldati e, dopo diversi giorni, arriva al cospetto del colonnello diventato pazzo. A questo punto uno dei soldati si avvicina al capitano e gli dice: “Capitano, ma questa è la trama del film Apocalypse Now”. Dunque un altro si fa avanti e dice: “L’avevo notato anche io ma non trovavo il coraggio di dirlo, capitano. Peraltro il film è tratto dal libro ‘Cuore di tenebra’ di Conrad”. Il capitano resta per un attimo perplesso, poi dice: “Guardate, io non ho né visto il film né letto il libro, quindi non rovinate tutto come al solito per favore” e va verso il colonnello pazzo, tutto nervoso.

Storia 4

Un triangolo fuxia appare improvvisamente nei cieli di una metropoli urbana di quelle che si vedono nei film. Fosse apparso gradualmente, ancora ancora, la gente forse si sarebbe abituata. Invece no, appare così: bum, improvvisamente. Proprio che un secondo prima non c’era e un secondo dopo c’è. La gente lo guarda, fanno i video, i selfie, se ne parla al telegiornale, tutti a chiedersi cosa sarà mai, cosa vuol dire, ci farà del male, è dio, sono gli alieni, perché non ce lo dicono. Dopo un paio di giorni però nessuno se ne interessa più, allora il triangolo cambia forma e colore, diventa un ottagono arancione. La gente però inizia a dire: “A me piaceva più quando era un triangolo” o cose tipo “Non sanno più cosa inventarsi” e “Io l’avrei fatto meglio” o “E gli immigrati negli hotel”. Alla fine gradualmente ridiventa un triangolo fuxia e sparisce. La gente manco se ne accorge.

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Ma dov’ero io, quando eravate tutti in Grecia?*

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quali torri?” e “ma certo che me lo ricordo, io ero sull’aereo! ero il pilota!” e qualcun’altro “se mi ricordo dov’ero quando è crollato il colosseo? eccome se me lo ricordo, mio figlio era lì, era l’imperatore!” oppure “il giorno che le torri vennero su dalle macerie senza una spiegazione? me lo ricordo, lo vidi in tv! che mistero!” e anche “come no! io ero su una delle torri, sono morto! me lo ricordo bene quando sono morto, che giornata incredibile, prima ero vivo! dopo invece ero morto! mi ero visto giusto quella mattina, non sembravo stare male, parlavo poco ma salutavo sempre, e poi sono morto! com’è questa storia che sono morto?” mentre ci pisceremo e cagheremo addosso senza accorgercene in qualche struttura fatiscente, maltrattati dal personale crudele perché non avremo versato abbastanza contributi inps da poterci permettere il badante robot né un nuovo corpo fornito dal servizio sanitario transumanista, condannati alla confusione mentale perenne e a un eterno accanimento terapeutico statale, tra scarafaggi, nutrie, ratti grandi come orsi e orsi grandi quanto elefanti, che sono più grandi degli orsi, e ci saranno inoltre elefanti cavalcati da ratti diventati intelligentissimi che lotteranno con orsi mediamente intelligenti ma molto ben dotati, tutti segretamente dominati dalle nutrie e dai koala che dormono tutto il giorno, e intorno a noi sconosciuti novantacinquenni rugosi e piagati, persi nei labirinti dell’infermità mentale e nelle allucinazioni, poveretti, pensano di essere in attesa di nascere e dicono con la vocetta “chissà come sarà mia mamma! chissà che aspetto avrò! non vedo l’ora di conoscere i miei amichetti e andare a scuola!” avendo ormai del tutto incasinato i piani temporali, convinti di non essere ancora nati, alcuni con la testa verso il muro come in castigo, altri a fissare sul soffitto macchie di muffa che iniziano a prendere vita, altri a guardare le pareti bianche macchiate di schizzi di feci e sangue, lasciate così dai volontari della struttura perché almeno arredano e rendono meno asettico e impersonale l’ambiente, e dopo un po’ la merda diventa giallina, il sangue arancione, sembrano affreschi antichi e hanno un loro fascino, e altri di noi, quelli messi peggio, sono in un angolo ridotti a fare la collezione di meme anni ’10 del 2000 come un tempo si faceva quella di francobolli e tessere telefoniche, ordinandoli e riordinandoli tutto il giorno senza motivo, prima per ordine cronologico, poi per formato, per dimensione, per categoria di meme, per intensità di layers, tra risatine isteriche e indistinguibili ictus post-ironici, intrappolati in un ghigno sardonico pre-morte ma senza mai morire davvero e i volontari inizieranno a darci supposte di cibo infilate nel culo che poi vomiteremo dalla bocca e ce le rimetteranno in culo e le rivomiteremo dalla bocca, in una continua agonia peristaltica, e ogni tanto qualcuno dirà “e voi dov’eravate quando l’aereo colpì la seconda torre? ve lo ricordate?” e qualcun’altro, poco prima di vomitare, “io stavo guardando la televisione! sembrava un film!” tra gorgoglii e colate di vomito, e anche, solennemente, “da quel giorno è cambiato tutto, tutte le nostre vite sono cambiate” poco prima del prolasso rettale definitivo, e altri canteranno le sigle dei cartoni animati, tra un attacco diarroico e l’altro diranno “te lo ricordi Holly e Benji, quello con Bud Spencer e Beverly Hills?” con fluidi gelatinosi che escono dal naso, dalla bocca, perfino dalle orecchie trascinandosi pus e scaglie di pelle morta come un fiume che tracima portando flutti di merda e detriti sul pavimento accumulandosi tra i mobili formando piccole isole di residui organici come quelle mega isole di plastica dove si dice che vivano tutti i personaggi famosi che in realtà non sono morti, come Benito Morandi, “e ti ricordi Cristina D’Avena? e facebook? e i bias, vi ricordate i bias che buoni che erano? ci facevamo delle scorpacciate! quando andavamo tutti insieme all’Isis a guardare le vetrine? e vi ricordavate quando andavamo a cliccare il telefono? e tutte le password di una volta, quelle con i caratteri speciali e i numeri, tipo !=H2Jpt`*”rZbFk+ e v*y(38′>??Lukh{U? e quando guardavamo in una giornata tutte le puntate di SCFFFFFFSHSKK con il commissario Frederique Montalbano appena caricate sul televideo mangiando i pop-corn di soia allo zenzero dentro la cloud society di nostra nonna, ma quella di una volta, quella bella, quando era tutto una blockchain con il motorino truccato e ci si divertiva con poco, come nelle canzoni dei Commodore 883, sei un mito, madamina il catalogo è swag, rotta per  casa di Frizzi, il bitcoin magico di pamino e pamela anderson, la famosa diva dell’opera che lottava per i diritti delle nutrie, e vi ricordate che buoni i panini con la carne scomposta e tritata e poi ricomposta in una forma rotonda e inserita all’interno del pane di grano saraceno con il cetriolino che però lo toglievamo e quello ritornava, lo toglievamo e ritornava, ritornava sempre il cetriolino, ci appariva anche in sogno e lo vedevamo quando eravamo fatti di mdma con Walter Veltroni, Alessandro Baricco, Tito Schipa e poi Guè Pequeno con le sue divertenti e istruttive lezioni di fisica e storia in tv, Michele Santoro, Michele Mirabella, Michele Serra, Michele Placido, Michele Misseri, ci fu quel periodo che si chiamavano tutti Michele, ora non si usa più, e allora però ci piaceva Michele e ci piaceva il cetriolino, così come ci piacevano le lezioni di fisica di Guè Pequeno, la sua incredibile cultura e la sua sottile ironia, con quei capelli strani, simpatico e brillante anche quando parlava dell’antica Roma, dell’antica Bari, dell’antica Salsomaggiore, dell’antica Rho, dell’antica Dubai, e di quando a New York c’erano le piramidi al posto delle torri gemelle, faceva ridere ma anche riflettere, era anche più bravo di suo padre Piero Angela Pequeno, uno dei pionieri del sintetizzatore anale, suo nonno era cardinale e per questo aveva fatto carriera, o almeno così si diceva, e allora il cetriolino ci sembrava buonissimo anche quando lo vomitavamo e lo trovavamo intero e lo mangiavamo di nuovo, all’epoca ci piaceva proprio, tanto che ci fu un periodo in cui toglievamo la carne e mangiavano solo il cetriolino! vi ricordate?” e qualcuno indicherà la finestra urlando “attenti! guardate fuori! sta arrivando un aereo! si ripete, si ripete ancora!” come i soldati reduci del vietnam nei film di max pezzali, quelli affetti da disturbo post-traumatico da stress che all’epoca non si chiamava ancora così ma semplicemente “pranzo in famiglia” o “cheratocono” o “telegiornale” o “fare la spesa” o “monetine” o “dichiarazione dei redditi” o “fattura elettronica” o “matrimonio degli amici” o “reimposta password” o “una birra con gli amici al pub”, perché saremo tutti definitivamente rincoglioniti e inizieremo a perderci nel tempo confermando le teorie della fisica contemporanea, con tutti i puntini sovrapposti in un unico indistinguibile punto del tempo convinti di vivere un evento che in realtà non è ancora avvenuto ma che già stiamo ricordando tra una vomitata e l’altra per sfuggire allo straziante dolore inflitto dalla natura e da questi giovani infermieri assunti come volontari, dato che questo lavoro nessuno lo voleva fare, quindi al bando regionale hanno risposto solo i disoccupati più crudeli con tendenze omicide, identici ai cenobiti di Hellraiser, entusiasti di poter seviziare noi sopravvissuti, ma va bene così, anzi per la collettività è meglio perché questi volontari sono individui potenzialmente pericolosi che andrebbero in giro a fare del male agli elementi sani e produttivi della società oppure a suonare la musica barocca, o la trap, o a fare  gli hashtag, oppure a uccidere, stuprare e torturare, non si può sapere, uno di questi potrebbe anche avere del talento come musicista, come influencer o come stupratore e torturatore, o tutte queste cose insieme, dunque meglio non rischiare e canalizzare il loro talento in questi istituti per anziani dove invece trovano uno sfogo alle loro pulsioni su noi vecchi indifesi, cosa ci vuoi fare, va così, non è più come un tempo quando era tutto un Don Matteo da tutte le parti, che poi i volontari sono degli aguzzini senza cuore, è vero, ma alla fine, quando li conosci meglio, bisogna dire che questi ragazzi non sono poi così cattivi , davvero, ad esempio il puntaspilli fa tanto paura ma in realtà è il suppliziante più gentile di tutto l’undicesimo piano, con la supposta ci dà uno zuccherino e noi lo ringraziamo cantando le sigle dei cartoni animati e lui ci infila aghi sotto le palpebre, ma per scherzo, perché è un burlone e a volte dentro lo zuccherino ci mette un amo da pesca arrugginito e allora c’è la sorpresina, “come l’ovetto Hitler-Jugend, te lo ricordi l’ovetto Hitler-Jugend? dentro c’era la sorpresina, in motorino sempre in due! rotta per casa di Auschwitz, che non ci ricordavamo mai come ci scriveva e lo cercavamo su bing.com, quante belle canzoni che c’erano madonna, che tempi!”, invece il suppliziante obeso è un povero stupido, è cattivissimo, ma proprio pazzo, si passa in continuazione la lingua sui denti e fa dei versi animaleschi, è veramente il più malefico di tutti, a volte ci legge i titoli degli articoli di Vice e IlPost.it e noi ci mettiamo a urlare e più urliamo e più lui sbava e ci legge altri titoli, e la stanza si riempie di fluidi corporei nei quali ogni tanto uno di noi che tenta di alzarsi ci scivola sopra, cade e resta a terra in agonia anche per diversi giorni tra sangue, bava, gelatina, diarrea, catarro, altre sostanze che non si sa da dove vengono, finché puntaspilli lo solleva e lo rimette sulla poltrona o sulla barella, o lo appende al muro come un capotto, gli fa un’iniezione transvitreale e poi passa tutto, e allora quello inizia a cantare la sigla di Art Attack, poi urla “non sono più una crisalide sospesa a un filo sericeo!”, si convince di essere una farfalla e si mette a battere le ali alzando le braccia su e giù, cosa che gli provoca subito un rigurgito gastrico, altri fluidi sul pavimento, vomitate effetto domino, “e vi ricordate enrico mandela mentana, quando venne imprigionato sull’isola dei famosi? poi diventò presidente!” spesso l’appendiabiti cede, si stacca dal muro e il vecchio pazzo cade a terra, continuando ad alzare le braccia su e giù, allora si convince di essere una creatura marina e nuota nei fluidi del pavimento, anzi più che altro sembra un anfibio, dato che il livello dei fluidi raramente supera la caviglia, dunque striscia nella fanghiglia di scarti umani finché non lo trova il suppliziante obeso che lo rimette a posto dopo averlo torturato un po’ leggendo vecchi titoli di thevision.com, come vi credevate intelligenti e invece facevate schifo, vorrebbe dire l’obeso, ma non può parlare, può solo esprimersi in versi bestiali che noi traduciamo, ciascuno in modo diverso, “e l’astronave gesùcristoforetti affondata al largo dell’isola del giglio, ve la ricordate? e ken shiro foretti, il nokia 3310 foretti, roberto baggio foretti, lady oscar foretti e soprattutto Jeff Bezos Foretti, l’idolo delle ragazzine che faceva i concerti dentro l’acceleratore di particelle e poi un giorno è misteriosamente scomparso, com’era andata a finire quella storia?”, e tutto questo sarà solo una parte del dolore futuro, perché poi ci ritroveremo soli, in una stanza dalle pareti bianche silenziosa, senza nemmeno il diversivo dei supplizianti che alla fine facevano compagnia, anche quando ci spalmavano sulla faccia le nostre feci, o quelle di qualcun’altro, lo facevano per punirci ma in realtà ci faceva piacere, era comunque un contatto umano, soprattutto quando le feci erano appena uscite dal corpo erano calde e quel calore era un dolce abbraccio, come quando eravamo giovani e cliccavamo tutti insieme, invece niente, non ci sarà proprio nessuno, solo un orrendo silenzio e un dolore infinito, lacerante, insopportabile::::::::::::::::: ::::::::;::::::::::: ::::::::;;;;;;::::::;::::::: :::::::::::ccc::ccc’..’…………..’…:OKo;:::::::::::::::: ;:;;::::;;;;::::::::::::::::;: :;;:::::::::::::;;;;:;;;;;;;;,’………. ………………………………’…….’…….. :;;;:::::::::cc::;::::::::::: ::cc::::cc:ccc:::::::::: ::::::::::::::;::::::::;: :::::::;:;;::::;;; ;;;;:::::::::::::::::::cc:::cccc:c::c:, ,,……………..

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Una dolce melodia

Colonna sonora:

Nel 2021 il direttore creativo di H&M incaricò il misterioso e leggendario musicista Kenjai Hi Soo di comporre le musiche da utilizzare come sottofondo nei loro negozi di abbigliamento sparsi in tutto il mondo. Nel giro di poche settimane il musicista consegnò le musiche che vennero considerate “eccezionali” da tutta la direzione, dagli assistenti, dai consulenti, da tutti i creativi e anche dal direttore in persona. A dire la verità nessuno le ascoltò integralmente. Il direttore chiese un parere al suo assistente, che le fece sentire a sua volta a un suo collaboratore che ne ascoltò pochi secondi e poi disse “tanto è tutta uguale”, e una volta che il direttore diede parere positivo anche tutti gli altri si allinearono e dissero “fantastiche, eccezionali, perfette!” pur non avendole sentite. Dunque si decise di sperimentarle subito in uno dei negozi principali della catena.

Come test venne scelto un venerdì prima delle feste, uno dei giorni con maggiore afflusso di clienti, soprattutto giovani. Le persone entravano nel negozio e si lasciavano ammaliare dalla melodia ambient che li accoglieva e abbracciava accompagnandoli dolcemente tra gli scaffali pieni di vestiti. Dopo qualche minuto dall’apertura, una ragazza che scherzava con un’amica mentre si provava un cappello, di colpo cambiò espressione, prese una sciarpa, se la legò al collo, andò nel camerino e si impiccò. L’amica trovò il corpo e si mise a urlare, per poi dare testate contro il muro fino a cadere a terra senza vita. Nello stesso momento una commessa che sorrideva a una cliente si tagliò la gola usando delle forbici e nel giro di pochi minuti quasi tutti i presenti nel negozio si uccisero in qualche modo. Chi non ci riuscì venne trovato a terra in preda a convulsioni.

Inizialmente si pensò che a indurre le persone a comportamenti violenti e irrazionali fosse stato un gas nell’aria, si ipotizzò un attentato da parte di qualche organizzazione eversiva, forse una forma di avvelenamento, ma tutte le ipotesi più banali vennero escluse e i sospetti si concentrarono sulle musiche di Kenjai Hi Soo. In un test condotto in laboratorio in condizioni di sicurezza i tecnici del reparto di ricerca di H&M scoprirono che le composizioni dell’artista risultavano particolarmente rilassanti nei primi minuti, ma dopo portavano a uno stato di angoscia letteralmente insostenibile. Solo alcune commesse che ascoltavano altra musica con gli auricolari (benché espressamente vietati dal regolamento interno del negozio) si erano salvate, e questa fu la conferma che la causa di quel disastro erano proprio le musiche di Kenjai Hi Soo. Le commesse sopravvissute vennero licenziate per aver violato il regolamento. Il bilancio fu di 57 vittime, molte delle quali minorenni, e 21 persone ricoverate in psichiatria in uno stato di confusione irreversibile.

In quella che a molti sembrava una situazione disastrosa per l’immagine del brand il direttore di H&M intravide invece un’opportunità. Durante una riunione in cui regnava la depressione e il disfattismo, di colpo alzò il dito indice e disse: “Fermi, non tutto è perduto”. Il business dell’eutanasia stava infatti iniziando a crescere, così il direttore ebbe l’intuizione geniale di trasformare l’H&M cittadino in una clinica dove andare a morire nel modo più cool. In realtà bastò cambiare solo l’insegna e la pubblicità, ma di poco: infatti scoprirono che molti dei messaggi restavano validi, così come le foto dei modelli inespressivi utilizzate per la collezione primavera estate. Chi aveva sempre amato fare shopping, poteva entrare nel suo negozio preferito e riempire le buste finché la musica non faceva effetto, in media al settimo/ottavo minuto. A quel punto sentiva l’impulso di morire, ed erano facilitati da una serie di oggetti che l’azienda lasciava appositamente a disposizione, tra questi grucce appuntite, tacchi a spillo affilatissimi, collane stritolatrici e siringhe glitterate con un’iniezione letale per i più sbrigativi. I corpi venivano immediatamente rimossi dalle commesse, fornite di tappi per le orecchie e cuffie antirumore, che si occupavano anche di pulire il pavimento, le pareti e gli specchi.

Intervistato sui presunti problemi etici di una simile iniziativa, il direttore ricordò che la sua azienda vendeva capi incredibilmente cool a prezzi molto bassi, e che aveva semplicemente ampliato l’offerta rendendo accessibile l’eutanasia anche a chi non poteva permettersela. “La nostra mission è soddisfare i desideri delle persone, di tutte le persone” spiegò. Poco dopo venne lanciata una collezione donna special limited edition dal nome “L’ultimo outfit”. In quei pochi minuti a disposizione prima di uccidersi le clienti potevano scegliere l’ultimo vestito da indossare. Per ovvi motivi il pagamento avveniva all’entrata, prima di scegliere i capi, che di fatto non venivano realmente acquistati. Una volta conclusa l’esperienza di shopping il vestito veniva consegnato alla famiglia della defunta per seppellirla o cremarla con quello indosso, come da suo ultimo desiderio. Inoltre chi voleva poteva lasciare il proprio corpo all’azienda: una volta imbalsamati, i clienti venivano vestiti con i capi scelti da loro stessi durante l’ultima seduta di shopping, per poi essere esposti nelle vetrine del negozio. Diventò una vera e propria moda e anche personaggi celebri, vip, attori, ma anche politici depressi o in età avanzata, iniziarono a scegliere H&M come luogo dove morire. “E’ un brand che ho sempre sottovalutato, ma è la cosa più cool del momento” dichiarò una celebre influencer poco prima di entrare nel negozio, essere accolta dalle dolci note di Kenjai Hi Soo e morire in diretta Instagram.

Il problema è che a seguirla c’erano 150mila persone, e quasi tutte morirono pochi minuti dopo, chi lanciandosi dalla finestra di casa, chi contro un treno, chi tagliandosi le vene o sparandosi un colpo di pistola in testa. H&M diffuse immediatamente un comunicato dove spiegava che si era trattato di un banale errore tecnico e da quel giorno vietò la registrazione e la diffusione delle musiche di Kenjai Hi Soo. Questo evento rese il negozio ancora più cool e altre catene di abbigliamento tentarono di seguire la tendenza e realizzare musiche in grado di portare l’esperienza dello shopping a un livello superiore, mistico e trascendentale. Kenjai Hi Soo venne contattato da molte delle più grandi aziende al mondo, ma si rifiutò di ripetere l’esperimento, ufficialmente per motivi etici, ma in molti sostenevano che in realtà si trattasse di motivi economici (una particolare clausola del contratto che lo legava ad H&M), oppure, dicevano i più maligni, perché non più in grado di ripetere una composizione eccezionale come quella. Questo non fece altro che far crescere ulteriormente l’attrazione dei clienti verso H&M, dato che i patetici tentativi delle aziende concorrenti di seguire il brand su quella strada, si rivelarono tutti fallimentari.

Intervistato molti anni dopo da un giornalista di una rivista musicale, Kenjai Hi Soo confessò di non aver mai riascoltato quelle composizioni senza titolo ma che non si era assolutamente pentito di averle realizzate. “Io sono solo un musicista, ho fatto il mio lavoro e sono stato regolarmente pagato, il resto non è una mia responsabilità” disse. Qualche giorno dopo venne trovato impiccato nella camera di un hotel: indossava degli shorts a pois e un top femminile a costine proveniente dalla collezione primavera-estate H&M. La foto del suo suicidio venne immediatamente utilizzata come campagna pubblicitaria dall’azienda, così come previsto da una clausola del contratto firmato da Kenjai Hi Soo, giusto in tempo per il lancio della nuova collezione.

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Telefonate e SMS con mio padre

8.30 del mattino

(sottovoce, con tono da maniaco) – Pronto?
– Eh, sono io.
(sempre sottovoce) Dimmi.
– Disturbo? Perché parli così?
– Sono… sono dentro un cespuglio…
– Perché?
– Niente, sono appostato. Aspetta che mi sposto. Un attimo.

(rumore di passi su erba, rami e foglie)

(poi, con tono leggermente più forte) – Ecco, dimmi.
– Ma cosa facevi dentro il cespuglio?
– Ah niente, stavo osservando un uccello raro.
– Un uccello raro?
– Sì, molto raro. Perché hai chiamato?
– Volevo sapere quanto paghi il GPL a litro, a casa.
– Mah, l’ultima volta c’era un’offerta a 0,80 a litro.
– Ok, scusa il disturbo.
– No niente, figurati.

(rumore di passi su erba, rami e foglie)

– …allora ci sentiamo. Ciao.
– Grazie. Ciao.

altro giorno, 13.00 circa

(tono alto, quasi urlato) – SI PRONTO!
– Sono io
– SI’ DIMMI
– Cos’è questo rumore? il mare?
– SONO SOPRA UNA CASCATA SU UNA SCOGLIERA
– Cioè??
– SONO SU UNA SCOGLIERA, C’E’ UNA CASCATA CHE FINISCE IN MARE! (rumore di vento)
– Bello?
– EH?
– E’ BELLO?
– MOLTISSIMO!

altro giorno, 16.00 circa

– Sì dimmi.
– Disturbo? Volevo chiederti una cosa.
– No dimmi.

(rumore di passi su erba, rami e foglie)

– Ma se ti disturbo…
– No no, sono a cercare orchidee rare.
– Eh?
– Abbiamo scoperto un posto dove è pieno di orchidee.
– Abbiamo chi?
– Con Franco

(nota: non so chi è Franco)

– Cosa volevi sapere?
– Ancora sul GPL. Penso che mi stiano fregando
– Mh.
– Non so, mi sembra di pagare troppo. Ho controllato su internet e i prezzi in effetti sono quelli. Ma sarà la dispersione della casa, non lo so. Volevo capire se…
– Aspetta, non prende bene qua.
– Ah no?
– Ci sono delle orchidee bellissime.

SMS, 19.00

ERO NELLA GALLERIA CHE  TI AVEVO DETTO. POSTO ASSURDO! ERA BUIO E PIENO DI PIPPISTRELLI! NON RIUSCIVO A USCIRE! ERA PIENO DI PIPPISTRELLI! ERANO ENORMI! FRANCO E’ VOLUTO TORNARE DENTRO PER FOTOGRAFARLI! CIAO!

altro giorno, 21.00

– Oh, ascolta.
– Ciao, dovevi dirmi qualcosa?
– Allora, hai dimenticato un libro qua.
– Un libro? Che libro?
– Aspetta, devo trovarlo, non mi ricordo l’autore…
– Ma è mio?
– Penso di sì, l’ho trovato e l’ho letto. E’ STUPENDO!
– Sì?
– E’ bellissimo, straordinario. Mi ha fatto riflettere! C’è tutto un ragionamento sul pianeta, anche sull’ambiente, è bellissimo.
– Ma che libro è?

(rumore di fogli e libri)

– Lo sto cercando. Pensa che avevo sonno e invece l’ho letto tutto d’un fiato!
– Sono curioso.
– Straordinario. Voglio cercare altri libri di questo autore.
– Ma chi è? Che libro è?
– L’ho trovato. Allora è…
– Sì?
– Aspetta.
– Ok
– E’ di Ballard.
– Ballard?!
– Sì, Ballard. Si chiama Il mondo sommerso. Bellissimo!
– Ah ma è famoso, è un autore famoso. Cioè è morto. Ma era considerato un grande scrittore.
– Ah sì? E’ bravissimo. C’è il mondo distrutto, insomma…
– Sì, è post-apocalittico diciamo.
– Come?
– Post-apocalittico. Cioè il mondo dopo… dopo la distruzione diciamo.
– Bellissimo romanzo.
– In casa ci sono altri libri suoi credo.
– Pensavo di comprarli.
– Sì ma qualcuno in casa c’è. Cercali.
– Allora li cerco. Ma dove?
– Nella libreria, tra i miei libri. Dovrebbe essere vicino a Philip Dick.
– Mh.
– Philip Dick, sempre fantascienza.
– Ho capito.
– Bene.
– Niente, volevo dirti che l’avevi dimenticato.
– Ma non l’ho dimenticato, è sempre stato lì nella libreria. Ce ne sono anche altri.
– Li leggerò.
– Ok.

SMS, 7.00

VOLEVO SAPERE SE POSSO DARE IL TUO NUMERO A UNA PERSONA CON CUI HO PARLATO

Dipende, chi è? Cosa vuole? Lavoro?

E’ ESPERTO DI LUPI.

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La tigre

Superato il cavalcavia del porto industriale ci si trovava improvvisamente in una distesa infinita di campi, stagni e stradine sterrate. Non c’era un allontanamento progressivo: era come uscire dalle mura di una città medievale e trovarsi subito fuori dalla civiltà, nell’aperta campagna, lontani da tutto, in una grande piattaforma grigia attraversata da canali di scolo e tralicci dell’alta tensione.

La Uno grigia di Antonio procedeva a 130 km/h, una velocità che si poteva definire piuttosto sostenuta, soprattutto considerate le condizioni dell’auto. Gerardo era seduto al posto del passeggero e con l’aria seria osservava dal finestrino la sua porzione di territorio. Campi incolti, più che altro, interrotti da qualche piccolo stagno. Non c’era nient’altro, a parte i pali della luce e qualche rudere diroccato. Tutto il resto era grande vuoto e luce grigia.

“Qui, a destra” disse piano Gerardo.

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Gatto Silvestro, la morfina e le melanzane fritte

Prima di partire vado a trovare mia nonna. La chiamo e le dico “Se arrivo tra 5 minuti sei in casa?” e lei, secca e sbrigativa, con voce cupa, mi risponde “Sì… come vuoi”. Forse è offesa con me? Forse non mi sono fatto vedere abbastanza mentre ero qui e questa visita al volo poco prima di partire puzza di senso di colpa? Appena entro in casa però capisco che l’odore è un altro. E’ odore di fritto. Nonna sta friggendo, ed ecco perché era così trafelata al telefono. Ha il grembiule. Andiamo subito in cucina e vedo la padella sul fuoco con l’olio bollente, e vicino decine di melanzane, patate, pomodori, fettine di carne e di pane pronte a essere impastellate e fritte. Sono predisposte in fila, a a gruppi di tre, capienza massima della padella, pronte a essere giustiziate con l’olio bollente. “Ogni tanto il fritto ci vuole” mi dice. Penso che abbia invitato qualcuno, forse una vicina. Non me, perché non mi aspettava, ha saputo del mio arrivo poco fa al telefono e  non può aver allestito tutto questo in meno di cinque minuti. Dev’essere qualcun altro. Ma poi noto che la tavola è apparecchiata per una sola persona. “Sono sveglia dalle quattro, sono andata a dormire a mezzanotte perché non avevo sonno, poi mi sono svegliata tre volte. Alle due e mezza ho preso la pastiglia e sono riuscita a dormire un po’”. Tra una frase e l’altra continua a friggere. Quando immerge un gruppo di melanzane lo sfrigolio si fa così forte da sovrastare le nostre voci. “Io prendo quella da 75, non di più” urla. “Franco invece prende quella da 100. Ma lui prende anche la morfina e una volta al mese va in ospedale a farsi fare una puntura di ***”. Da come ne parla capisco che ha la massima stima per Franco, perché è uno che resiste alla sofferenza. Come lei, dà per scontato che la vita sia fatta di dolori insopportabili, insonnia e brevi pause di benessere chimico dove ad esempio si può friggere. Come se leggesse i miei pensieri dice “Cosa devo fare, bollirle?” agitando una fettona di melanzana viola impastellata che poi lancia con rabbia nell’olio bollente. “Sì sì, lui prende oppiacei e antidolorifici molto forti, ma fa tutto! Ha ricostruito il motore della Vespa, ha rifatto il pavimento di casa sua, ha messo il parquet. Lui prende la pasticca e fa tutto, non dorme mai, non si ferma mai. A parte qualche volta che ha dolori troppo forti e passa la giornata a letto, al buio, a soffrire. Ma non si lamenta mai… No no. Lui non si lamenta, non come certi che si lamentano di tutto”. A questa frase io ovviamente mi sento chiamato in causa, come sempre quando si parla di lamentarsi, ma forse non si riferisce a me. “Guarda, ho comprato tre fichi” mi dice poi. “Sono i primi dell’anno, sono buonissimi. Le ciliegie le hai viste? Hai visto il colore? Assaggiane una. Io ormai non vedo più da un occhio e vedo poco anche dall’altro. Ora devo fare la visita per capire se riescono a salvarlo. L’anno scorso mi hanno fatto le iniezioni transvitreali. Prima leggevo molto, ora non ci riesco. Ma al dottore gli ho detto: a me basta che mi salvi un occhio, me ne basta uno. Comunque io non mi lamento”, e una fetta di pomodoro cuore di bue, grande quanto una bistecca, viene fatta annegare nell’olio bollente. E’ sincera quando dice che le basta un occhio, anzi, credo che le andrebbe bene perderli anche entrambi ma riuscire ancora a sentire i suoni e gli odori. Sono convinto che anche se perdesse un braccio, o una gamba, o tutte e due, non si lamenterebbe. “La vita è così” aggiunge tirando fuori il pomodoro ora diventato una crosta rotonda gialla e croccante, e non si capisce se si riferisce all’occhio, alle iniezioni transvitreaeli o al pomodoro fritto. Tutto è diventato allusivo.

***

Più tardi, sulla nave. Siccome sono arrivato al porto tre ore prima della partenza, appena possibile decido di imbarcarmi e trovare un posto dove stare nelle successive ore fino all’arrivo. C’è un enorme cartello con la scritta “IMBARCHI”, lo seguo e mi ritrovo ai controlli di sicurezza, identici a quelli degli aeroporti. Per me è una novità, un tempo si saliva senza problemi. Ora no. C’è anche lo pseudo-sbirro che si comporta da super-sbirro, con tono secco e antipatico che mi dice di far passare i bagagli dentro le macchine dei raggi X (per curiosità: ho controllato e su Alibaba una di quelle macchine costa circa 10mila dollari, nel caso qualcuno la volesse mettere all’ingresso di casa). Senza volerlo passo con il telefono in tasca, lo pseudo-sbirro è seccato ma non perde la calma, mi fa tornare indietro e ripetere il passaggio senza telefono. Alla fine mi dice “può andare” e io penso che anche questa volta l’ho scampata, non sarò picchiato, umiliato e stuprato. Si aprono le porte scorrevoli e sono fuori, a qualche metro dalla banchina. La nave non è ancora arrivata, intanto però passano le decine di auto che si mettono in fila per essere imbarcate. Misteriosamente loro non vengono controllate, né le auto né le persone che le guidano; vengono chiesti solo i documenti. Per qualche motivo che mi sfugge, uno come me, con lo zaino e un sacchetto di plastica con i panini e l’acqua, viene attentamente controllato, ma un camper che può contenere un laboratorio di anfetamine no, passa semplicemente mostrando per mezzo secondo dal finestrino abbassato un passaporto che potrebbe anche essere una pagina del calendario di Frate Indovino piegata a metà.

***

Sulla nave salgo fra i primi e mi lancio (che è un modo per dire che mi perdo e vago a caso ma arrivo comunque) sul ponte, quello dove ci sono le sdraio, la piscina e il bar. Mi guardo intorno: ci sono solo io, qualche coppia di turisti stranieri giovani di quelli che appena arrivano in un posto si siedono per terra e sembrano così a loro agio come se avessero sempre vissuto lì, e qualche motociclista di mezza età, quelli che i giornali chiamano i centauri, di quelli che ogni tanto ne muore uno e si legge sul giornale che era una brava persona e poi organizzano un torneo di calcio dedicato a lui. Stare lì mi sembra fattibile, quindi mi rilasso, ma qualche minuto dopo dopo arriva la massa, cioè tutti quelli che dovevano parcheggiare o che non riuscivano a trovare il ponte. Italiani, molti, soprattutto milanesi, romani e napoletani. Stranieri, moltissimi. Dei primi mi colpisce questo gruppo: famiglia composta da quattro persone, padre, madre e i due figli credo 16enni, un maschio e una femmina. Tutti a loro modo interessanti, ma il vincitore è lui, il padre: arriva di corsa, si fionda su una sdraio quasi sfondandola e occupa le due sdraio ai lati con una borsa e un marsupio, anche se il resto della famiglia è due passi dietro di lui. Quindi capisco subito che la sua visione del mondo comprende l’ipotesi praticamente certa che qualcuno ti possa rubare il posto anche se ci sei davanti ormai nell’atto di sederti. E’ abituato così, e probabilmente ha ragione. Una volta sistemata la famiglia si sente al sicuro – le sdraio dovrebbero essere occupate in maniera stabile – quindi si alza e con uno scatto velocissimo si toglie la maglietta, come se non ne potesse più di indossarla, mostrando un corpo da 45enne che fa un lavoro fisico; muscoloso ma un po’ decadente, abbronzatissimo, con catenina d’oro ed enorme croce tra i pettorali. Mette le mani sui fianchi come Verdone quando faceva il personaggio del coatto e attraverso gli occhiali a specchio anni ’70 si guarda intorno per studiare la situazione. Parla da solo, la moglie e i figli lo evitano in tutti i modi. Quando lui dice qualcosa loro fanno finta di non sentire e guardano altrove. Nel frattempo arrivano molti altri turisti, compresi due inglesi marito e moglie che avranno il ruolo dei turisti stranieri che commentano fra loro divertiti il comportamento del caratteristico italiano da stereotipo. Soprattutto quando il tizio con la catenina tenta in tutti i modi di spostare la sdraio in direzione del sole – immagino per una più corretta abbronzatura – con sforzi e bestemmie e sudore, per poi scoprire – cosa che gli altri avevano capito tutti subito – che le sdraio del ponte sono fissate con una corda, dunque non possono essere spostate. Sorriso sotto i baffi degli inglesi, figli e moglie che ignorano tutto e guardano dall’altra parte, lui che infine, esausto, si mette sulla sdraio, si volta verso di me e mi dice “Hanno messo la cordicella”, come se l’avessero fatto apposta per lui, per dispetto. Quando dagli altoparlanti si sentono i messaggi di sicurezza che parlano dell’eventualità di un incidente in mare il tizio mi guarda in cerca di un pubblico, poi fa uno scatto verso una sbarra di ferro, e con una mano tocca quella e in contemporanea con l’altra mano si tocca le palle e dice “Tiè!”. Io annuisco sorridente, dato che ha fatto una notevole combo – palle e sbarra di ferro – e penso che la protezione copra anche me, dunque mi sento al sicuro.

***

Una volta che la nave parte, vado dentro perché fuori fa troppo caldo. Dentro ovviamente fa troppo freddo. E questa è una caratteristica dei traghetti diurni estivi: non c’è un posto dove si sta bene, non esiste, ovunque è disagio e scomodità, e questa ovviamente è una metafora della vita. Ai tavoli del bar prevalgono i turisti nordici, tutti alti e grossi con fisici da nuotatori, di solito senza peli, molto belli, hanno sempre tra le braccia bambini recentemente venuti al mondo, e siccome loro sono enormi questi bambini sembrano ancora più minuscoli e leggeri, e loro sono molto fighi mentre girano per la nave con i figli, mentre le mogli hanno il ruolo della giovane mamma bellissima che sta seduta in qualche posizione elegante e confortevole – non stravaccata, non rigida, ma totalmente a suo agio – con un sorriso perenne di benessere e tranquillità che si accende quando da lontano vede il compagno con il bambino/bambina che fanno ciao ciao con la mano, sane, con la pelle perfetta, prive di problemi di postura, belle ossa, denti puliti, capelli perfetti. E’ pieno di gente così. Mi fanno sentire fisicamente inadeguato e inizio a fare confronti su singole parti del corpo, almeno su quelle scoperte, e calcolo a occhio che un mio polpaccio è grosso quando un loro avambraccio. Dopo un po’ inizio a essere invidioso anche dei loro organi interni, senza dubbio meglio dei miei. Probabilmente sono anche più giovani di me ma sembrano inseriti nelle cose del mondo da decenni, come se ogni gesto che compiono l’avessero già fatto migliaia di volte e ormai non è neanche più questione di esecuzione ma solo di stile. Ma la cosa che invidio di più sono le scarpe. Mi piacciono sempre le scarpe degli altri. In particolare dei nordici.

Per fortuna però c’è anche l’equipaggio, ovviamente napoletani, ovviamente appena usciti da Freaks di Tod Browning, almeno rispetto ai turisti nordici statuari. Tutti troppo bassi troppo magri troppo brutti troppo alti troppo calvi troppo strani, comunque mai normali. Molti grassoni, uno in particolare è meraviglioso, ha la forma di un uovo e i colleghi quando passano lo salutano toccandogli la pancia. Immagino sia una cosa scherzosa tra colleghi, tipo che hanno deciso che la sua pancia porta fortuna. Lui comunque non sembra infastidito, anzi sembra indifferente a tutto. Hanno tutti facce da teatro, da poveri, che è l’unica cosa che li accomuna. Per il resto nell’equipaggio regna una diversità che non c’è fra i turisti nordici, che invece si assomigliano tutti, tutti schifosamente fighi e simpatici, ti sorridono se incroci il loro sguardo perché pensano che tu stia guardando i loro figli (ed è così, ma distogli immediatamente lo sguardo e fingi di guardare il mare fuori dal finestrino).  Mezz’ora dopo la partenza arrivano però i due eroi dell’equipaggio. Prima appare lui: il Tossico, faccia da Sert sgamatissima, tatuaggio di un pugnale sul collo, si presenta dicendo a tutti “buon pomeriggio” un po’ femminile, un po’ ambiguo, un po’ di THC prima di iniziare il turno, e dietro appare Gatto Silvestro. Il costume è molto grosso e fatica a muoversi. Inoltre, nonostante l’aria condizionata a -22, credo che dentro al costume faccia molto caldo. La strana coppia passerà tutte le, boh 6/7/8 ore di viaggio a girare per la nave presentandosi ai bambini dicendo “buon pomeriggio” e facendosi delle foto insieme a loro. Il tossico tratta Gatto Silvestro come se fosse davvero una creatura non umana ed è talmente convincente che anche io vedendolo non penso a un tizio infilato dentro a un costume da animali dei cartoni, ma a una strana e mostruosa creatura felina, un incrocio terribile frutto di un esperimento eticamente discutibile. Dettaglio che rende tutto inquietante, Tossico accarezza Gatto Silvestro sulla schiena in continuazione, anche quando non ci sono bambini. Anche quando nessuno li sta guardando.

***

Siccome, errore strategico, mi sono seduto sulle poltrone dell’area giochi per bambini, passo buona parte del viaggio a sentire i bambini giocare e gridare. Un bambino di, chissà, 6/7/8 anni, urla a un altro bambino più piccolo: “La gente ti odia! La gente ti odia… perché hai fatto sesso!”. Il piccolo resta interdetto e confuso e io più di lui. Ogni tanto passa Gatto Silvestro, e se ai primi passaggi i bambini erano timidi e anche un po’ spaventati, ora sono senza vergogna, vanno dietro il poveraccio, gli tirano su la coda, cercano il culo, gli danno calci, tutto in un’atmosfera scherzosa – “No bambini, non si danno calci ai gatti! Ai gatti non piace! Ecco vedete, ora Gatto Silvestro piange!” – ma si capisce che dentro quel costume c’è un napoletano sudato che sta bestemmiando santi, madonne, martiri e cose che quei bambini non hanno mai sentito – tranne forse quello che accusa gli altri di aver fatto sesso. Dopo migliaia di foto e migliaia di buon pomeriggio, quando siamo quasi arrivati in porto la coppia Tossico & Gatto Silvestro fa un ultimo giro per salutare i bambini e i genitori. Passano davanti a me e Tossico dice “Saluta il signore Gatto Silvestro, ciao ciao! Ciao ciao!”, e Gatto Silvestro mi saluta con la sua manona pelosa, io probabilmente faccio qualche espressione imbarazzata che non controllo e poco convinto saluto muovendo solo il polso, agitando la mano morta come se avessi il resto del corpo paralizzato.

La nave è ormai in porto, ma il problema è che i bambini non ne vogliono sapere di mollare Gatto Silvestro, nonostante Tossico precisi che “Per Gatto Silvestro ormai è tardi, i gatti devono dormire” tentando di allontanarsi. Ma i bambini continuano a seguirli, e capisco che loro devono semplicemente trovare un modo non violento di uscire dalla situazione, Silvestro deve infilarsi in qualche porta di quelle con la scritta “VIETATO L’ACCESSO”, e finalmente togliersi il costume che indossa da ore e prendere un ansiolitico. I bambini però hanno capito: i più piccoli forse vorrebbero vedere la tana di Gatto Silvestro, vedere cosa mangia, cose così; i più grandi invece mi sembrano sgamati e vorrebbero vedere il tizio che si nasconde sotto il costume e prenderlo per il culo, crudelissimi. Ci sono dunque dei momenti di tensione, con i genitori che intervengono e dicono “Bambini lasciamo andare Gatto Silvestro e il suo amico a riposare”, e alla fine i due riescono a dileguarsi e spariscono nei corridoi. Io guardo fuori: attraverso il finestrino sporco di salsedine il mare sembra olio bollente.

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Italia, anno 2021

In un momento di noia Elon Musk, con una spericolata manovra finanziaria, acquisisce l’Italia e la trasforma in Italy Boring Company. L’ormai obsoleto premier-intelligenza artificiale S.I.L.V.I.O., software di proprietà di Mediaset-Pornhub Spa, viene aggiornato alla versione 6.66. I lavori della TAV vengono accelerati trasformando la linea Torino-Lione nel primo HyperLoop europeo: i profughi, su pagamento di 1200 bitcoin a testa agli scafisti-hacker, possono fare dall’Italia alle altre nazioni in 35 secondi e l’intera Europa diventa una specie di flipper impazzito: tutte le città sono attraversate da tunnel dove famiglie di immigrati africani sfrecciano a 2000 km/h  da una parte all’altra senza sosta.

Musk, che nel frattempo in un momento di noia ha cambiato sesso, ritaglia per sé il ruolo di sottosegretaria all’Agricoltura e Imperatrice Spaziale (con delega alle infrastrutture), e sposta Palazzo Chigi in una stazione orbitale che compie 15,7 orbite al giorno. Toglie l’obbligo vaccinale e introduce l’LSD obbligatorio dai 3 anni in su; poi elimina l’ora legale, l’ora solare, infine l’orario in generale e il concetto di Tempo. Non contento, elimina anche il concetto di “concetto” e le virgolette.

Nel frattempo, la setta Cinque Stelle, i cui adepti vivono in clandestinità nelle fogne di Roma, utilizzando una stampante 3D, un tablet Huawei, la batteria di una macchina e un preparato omeopatico tenta di riportare in vita Roberto Casaleggio trasformandolo in una intelligenza artificiale che li guidi verso una rivoluzione. Il marchingegno però non funziona alla perfezione e i messaggi del guru sono indecifrabili, anche se il sacerdote Sfera Ebbasta li trasforma in pezzi trap da utilizzare durante le cerimonie della setta.

La coppia monarchica Salvini-Ferragni vive in esilio al centosettantottesimo piano di una villetta a schiera di Dubai, ormai dimenticati da tutti, salvo da un gruppetto di monarchici irriducibili che, aggrappandosi a droni fatti in casa, tentano quotidianamente di raggiungere la coppia sopra le nuvole. Ne muoiono 12,3 al giorno, e ogni mattina vengono recuperati dagli operai comunali di Dubai. Mummificati e ricoperti d’oro vengono esposti al Museo Galattico della città, il cui direttore è Banksy, che sostiene di portare avanti l’annientamento del capitalismo dall’interno (stipendio mensile: 100 milioni di bitcoin netti, circa 2 miliardi delle vecchie lire).

In un momento di noia Elon Musk diventa la prima presidente della Repubblica donna, l’account Twitter del Quirinale diventa la sede ufficiale, mentre il palazzo viene trasformato in Incubatore di Imprese. Si tratta di un rito introdotto da Musk durante il quale aspiranti imprenditori, grazie alla realtà virtuale, possono lanciare startup e viverle esclusivamente nella loro testa, avere successo, fare la scalata, drogarsi e pubblicare storie su Instagram con donne e yacht, per poi fallire e morire nella povertà assoluta, vivendo un vero e proprio incubo economico-esistenziale, senza però prendersi i rischi reali fuori dall’incubatore.

Netflix produce il nuovo film di Paolo Sorrentino: “D’Io”, dove il protagonista è lo stesso Sorrentino interpretato da Toni Servillo. La trama è quella di un film post-apocalittico in cui muore solo Sorrentino e l’umanità sopravvive. Durante la visione si scopre che Toni Servillo in realtà è sempre stato Paolo Sorrentino, e viceversa. Alla fine del film appare un ippopotamo – interpretato da Toni Servillo e dunque da Paolo Sorrentino, e viceversa – che caga diamanti dentro al Colosseo, con la colonna sonora di Arvo “Skrillex” Part, pseudonimo di Peppe Servillo, che in realtà è sempre Toni Servillo, e viceversa.

Una sera, in un momento di noia, il neo-ministro (ha ricambiato sesso) all’Istruzione e il Divertimento Elon Musk sta nuotando nel suo deposito di bitcoin grazie a un casco per la realtà virtuale mentre mangia una pizza, quando sente suonare il campanello. In pantofole, indossando un’antica vestaglia monarchica risalente al primo regno Salvini-Ferragni, va ad aprire la porta. Di fronte a lui appare (non con il teletrasporto, si era nascosto nel pianerottolo per fare un’entrata teatrale) Jeff Bezos, CEO di Amazon-Vatican-Melegatti.

“Elona” dice Bezos. “No, ora mi chiamo di nuovo Elon” risponde subito Musk. “Ah ok”. Dopo una breve pausa utile alla battuta successiva, Bezos si avvicina a Musk (fuori si sente un tuono, inizia a piovere) e sussurra: “C’è una persona che vuole parlare con te. E’ importante”. Sul pianerottolo appare Clemente Mastella. Non ha più un corpo di carne, ma una riproduzione sintetica sostenuta da una struttura robotica in argento e carbonio, senza gambe, cingolato. “אני כאן” dice Mastella. E gli occhi del ministro Musk diventano lucidi (aveva fumato basilico OMG! e da troppe ore indossava il casco per la realtà virtuale). “Sua Santità, si accomodi. Vuole un caaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaffè?”. “לא” dice Clemente Mastella, cingolando all’interno della stanza, seguito da un Bezos cupo e visibilmente preoccupato. “Elon”, dice avvicinandosi all’orecchio di Musk, “il momento è arrivato”.

(fine della prima puntata)

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I più grandi registi italiani viventi

Su Twitter ho scritto una cosa che è diventata virale in poche ore (1 retweet, 2 mi piace – mi hanno telefonato subito dalla sede di Twitter), quindi la ripropongo qua:

“Ferreri più grande regista italiano vivente, anche da morto”

Era per dire che ci sono registi italiani del passato che sono più vivi di quelli di oggi, che ridere. Quindi ho pensato subito “aspetta, quali?” e anche “ho un sacco di lavoro da fare… oppure potrei fare un post” dunque ho fatto una lista di registi morti che sono più vivi dei vivi.

non tutti i loro film sono “invecchiati bene” come si dice, ma alcuni sembrano tuttora correre su un altro binario rispetto a quello che il resto del cinema ha preso.

  • no registi che hanno fatto un solo film meritevole (non perché sia contro, è che la lista diventerebbe troppo lunga)
  • no solo registi “di genere” perché anche basta
  • no cinema d’avanguardia/sperimentale perché è proprio un altro gioco (ma un giorno magari si fa anche quella), ma il cinema che andava al cinema, insomma nelle sale, le cui idee però sono tuttora vive e originali rispetto al terribile e paludoso presente tutto-uguale.

io faccio i miei nomi, i primi due posti sono da classifica, gli altri a caso. quelli che MA COM’E’ POSSIBILE CHE NON CI SIANO!!! o me li sono dimenticati, o non avete capito che lista è, oppure non ho mai visto un loro film.

I più grandi registi italiani viventi

  • PETRI
  • FERRERI
  • GERMI
  • LEONE
  • TAVIANI*
  • BAVA**
  • FULCI
  • ROSI
  • PASOLINI***
  • SALCE
  • DE SETA

* uno è vivo, l’altro è appena morto, quindi vale

** mario

*** sì, prendetemi pure a schiaffi: non cambio idea