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e su, non facciamo gli snob. è uscito il nuovo cd dei radiohead, tocca parlarne

io i radiohead li ho scoperti solo con amnesiac, che resta ancora oggi il mio album preferito. nel 1997 mi ero perso completamente quella specie di gesù cristo in forma di cd che fu ok computer, e probabilmente all’epoca l’avrei considerata musica da froci, visto che in quel periodo il mio gruppo preferito erano i soulfly e andavo avanti a vhs di rocco siffredi e cd masterizzati con scritto sopra sepoltura con la o, black sabbat senza acca e slipnot senza kappa, perché chi aveva il masterizzatore era quasi sempre ricco ma ignorante. poi di colpo è il 2001 e non so come mi ritrovo in camera mia a sentire musica con una femmina. eh? musica? con una femmina? pensavate che la cosa più assurda successa in quell’anno fosse il crollo delle torri gemelle? nell’armadio avevo ancora i jeans larghi da rapper e le bombolette happy color (le montana erano per i fighetti), sul muro un poster dei clash, uno di mao, per terra una pila di cd metal (tutto il metal esistente tranne metallica e iron maiden, mai sentiti in vita mia) e un santino di tupac shakur sulla scrivania. diciamo che ero un po’ confuso. e anche un po’ arrapato. di colpo parte questa lagna inspiegabilmente affascinante con un ritornello che alla seconda strofa canti già come se lo conoscessi da sempre e questo tizio brutto peggio di me che chiede a una non meglio specificata karma police di arrestare un uomo perché parla come un frigorifero, e poi dice ai lost maiself, che in quel periodo metallaro post-nirvana era un verso a me molto famigliare. fascino mille. penso subito: ok, se a lei dico che mi piace forse me lo prende in bocca. però mi piaceva davvero. così decisi di comprare il cd, ma quello appena uscito era amnesiac, e io mi innamorai di lei e di amnesiac, ignorando totalmente ok computer.

per la prima volta ascoltavo musica che piaceva alle femmine, il che voleva dire qualche probabilità di approccio in più. certo, non è che potessi scopare esclusivamente grazie ai radiohead, però dalla rabbia grezza passai alla tristezza dolcemente malinconica, quella che piace alle femmine, insomma. quella che non fa troppa paura. ovviamente in privato continuavo a rigare macchine, disegnare svastiche con le bombolette, dire porco dio senza motivo e ascoltare max cavalera ruttare a tutto volume. ma pubblicamente ero un fan dei radiohead. la mia tristezza era la stessa di prima, solo che ora era socialmente accettata. cazzo, ascoltavo il gruppo più ascoltato del pianeta, dovevano per forza accettarmi. ehi raga, guardatemi, sono come voi! la cosa in effetti mi sembrava un po’ strana. era musica che ti portava a pensare cose tipo “oh, la vita è una mevda… nessuno mi capisce, sob!”. però l’ascoltavano tutti, quindi i conti non tornavano. tutti pensavano che la vita fosse una mevda? tutti pensavano di non essere capiti? mmm, perché ascoltavano i radiohead col sorriso sulle labbra? loro sono davvero come me? cosa farebbe ozzy al posto mio?

i dubbi aumentarono a dismisura quando mio padre, un pomeriggio che ascoltavo pyramid song a volume molto alto, si affacciò in camera, in canottiera, e mi disse che quella canzone era molto bella. poi sparì, inconsapevole del danno arrecatomi. dopo circa due minuti passati immobile a bocca aperta tolsi il cd di amnesiac dallo stereo e mi sparai una maratona di slayer a circa 800 decibel, per tutto il pomeriggio. ma poi la notte, a volume basso, ascoltai ancora amnesiac, sperando che mio padre non mi sentisse. non capivo. come potevano piacere ANCHE a mio padre? il dolore vero è schifoso, è uno che sbava e si caga addosso, il dolore vero è gg allin, mentre quello cool è qualcosa di simile a ian curtis, il celebre leader dei gay division, che, per chi non lo sapesse, erano dei tizi vestiti come impiegati statali autori di canzoni banali che oggi potete trovare sotto forma di blog di splinder. ecco, i radiohead mi facevano pensare a loro. diffidavo, eppure non riuscivo a togliere il cd di amnesiac dallo stereo – e non nel senso letterale – il cd non era incastrato – intendo dire che mi piaceva molto e non riuscivo a smettere di ascoltarlo, ecco. poi col tempo scoprii che anche kid a non era male, e perfino ok computer si poteva ascoltare, anche se non ho mai capito tutto il clamore per paranoid android, per me nettamente inferiore a perle perfette come exit music for a film, karma police e lucky. the bends e pablo honey mai apprezzati, a parte grandi eccezioni come street spirit, ovviamente. ma amnesiac era tutta un’altra cosa. non c’è una canzone inutile. non c’è neanche un secondo inutile: si potrebbero tagliare 10 secondi a caso dal disco e sarebbero comunque bellissimi.

poi venne hail to the thief. di cui ho un solo ricordo preciso: camminavo nella zona fiera di bologna, chiusi male una bottiglietta d’acqua e la misi nello zaino, dove c’era il cd. tornato a casa trovai il cd che galleggiava nell’acqua e le pagine del libretto incollate. è ancora così. grazie a quell’album ho imparato che bisogna chiudere bene le bottiglie d’acqua. le mie preferite di hail to the thief erano myxomatosis, i will e wolf at the door. però anche quello era inferiore a amnesiac. e ora ecco inrainbows. l’ho scaricato stamattina. i nerd ovviamente già si lamentano del bitrate basso, perché ovviamente al posto delle orecchie hanno apparecchiature del CNR in grado di percepire ogni variazione di frequenza, certo. bitrate a parte, inrainbows è molto bello. c’è la voce fastidiosa di thom yorke, che noi tanto amiamo. ci sono le chitarre ruvide. c’è il ritmo. c’è lo spleen. e c’è anche mio padre, in canottiera, che passa qua vicino con un piatto in mano e il tovagliolo sulla spalla, tipo asciugamano, e sentendo un frammento dell’album dice “oh, ma sono i radiohead? bella questa canzone!”. ehm.

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vediamo questo quanto dura

mmm nonostante i miei post restino on line pochi minuti al giorno, qualcuno è riuscito a intercettarli e mi chiede perchè li tolgo. rispondo: UAHAHAHAHLOAL! poi rispondo seriamente: è che mi pento sempre, penso “mmm magari lo legge X, mmm magari questo offende Y, mmm però a Z avevo detto così, mmm è meglio che A non sappia che….” ecc. ecc. decisamente, dal punto di vista del blog, era meglio quando non conoscevo nessuno e odiavo tutti a prescindere. ora mi metto troppi problemi, e mi tocca dissimulare. un po’ come da quando ho scoperto che gli occhiali da sole che uso in realtà non sono a specchio ho paura che la gente veda i miei occhi. da qui ad aprire un blog anonimo su splinder, il passo è breve.

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Ollollai, ollollammo, ollollarono

giornata quasi sopportabile ieri grazie alla visita nella capitale del passato remoto del LOL, in provincia di NU, 1579 abitanti, tutti moooolto più grossi di me, vestiti di nero e col bicchiere di vino in mano. inizialmente non mi sentivo a mio agio perché faceva troppo freddo e tutti guardavano le mie scarpe. eppure dopo un po’, dopo qualche bicchiere di vino, era come stare in paradiso. un paradiso dove puoi vestirti come un dark e non sembrare un coglione, dove puoi cantare ubriaco dei rutti prolungati ed essere considerato un grande artista, e soprattutto un posto dove puoi bere tantissimo vino e non ti senti dire che sei alcolizzato (e tra l’altro “bere vino” non vuol dire sorseggiare un goccio di moscissimo rosso in coppe enormi e scomode e berlo a piccoli sorsi dicendo che sa di frutti inesistenti, ma vuol dire riempire bicchieri di plastica di robustissimo roSSo e berlo tutto d’un fiato uno ogni 2 minuti, anche mentre si canta, per poi fare rumori tipo AHHHHH o BHUUUUU o un classico PORCODDDIO con a seguire accensione di sigaretta). certo, non c’è il mare, fa troppo freddo, non so se c’è l’adsl e difficilmente uscirei intero dalla prima rissa al bar, però non è male ollollare ogni tanto.

(e poi è stato bello accettare un bicchiere di vino dagli autori delle colonne sonore degli ultimi film di herzog. non mi laverò mai più il fegato.)

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Amazing tales from the world: Gianni Morandi & Eros Ramazzotti meet Michael Jackson

wackojacko.jpg

da “Diario di un ragazzo italiano” di Gianni Morandi:

Ci vennero a prelevare all’ingresso con una macchinona nera, scendemmo in mezzo ai teatri di posa e camminammo a lungo tra le diverse produzioni. Vedemmo lavorare Al Pacino che stava terminando le riprese di Carlito’s Way, mentre in un altro studio Madonna stava girando il suo ultimo videoclip. Distratti dai lustrini dello star system americano proseguivamo al centro del vialone, attesi dal numero uno. Io e il Ramazza entrammo in un capannone vuoto. Su un parete di cemento grigio era appeso un pannello con la scritta dello sponsor. Dopo una decina di minuti d’attesa, guardammo fuori da una piccola finestra e a un tratto lo vedemmo passare. ERa lui in carne e ossa, con un mantello blu elettrico. Si stava avvicinando, ma non entrò. Poco dopo, dalla direzione opposta, un altro Michael vestito completamente di rosso porpora veniva verso l’entrata. Capimmo che erano tutti sosia e io sospettai nuovamente che Mazzi e Pecchini ci avessero preso in giro. Invece, alcuni minuti dopo, da una scala interna scese un signore distinto vestito di nero. Ci diede la mano. “Buongiorno. Allora, fra un po’ arriverà. Lui si metterà esattamente qui e si metterà in mezzo a voi due…” e indicò precisamente un punto del pavimento. Noi piegammo lo sguardo in quella direzione. “Chi di voi due vuole mettersi alla sua destra?”. Io ed Eros ci guardammo. Non avevamo preso nessuna decisione in proposito… “Fate come volete”, proseguì lui, “comunque chi sarà alla destra nella foto pubblicata sui giornale apparirà a sinistra e sarà il primo a essere notato”. Questa osservazione ci aveva lasciato attoniti. “Bene, il fotografo e l’operatore staranno lì…”. E di nuovo ci voltammo all’unisono nella direzione indicata. “Lui resterà qui 3-4 minuti, non guardatelo in faccia, anche quando è lontano, e soprattutto non toccatelo, fate in modo di non sfiorarlo nemmeno con i vestiti. E’ tutto chiaro?” E certo che era tutto chiaro. L’uomo in abito scuro se ne andò. “Maccome nun se po’ guarda’… Ma che faccio? Je parlo guardando in tera?” si interrogò stupito Eros. “Ma sarà un modo di dire, dai,” cercai di rassicurarlo “lo sai che lui è un igienista, dorme sotto una tenda a ossigeno, gira sempre con i guanti, ha il cuoco pakistano che lo segue ovunque e gli fa il suo riso basmati…” Eros non era molto convinto.

Mentre scambiavamo sottovoce queste battute, la porta sopra la scala si aprì. Finalmente, preceduto da un corteo di sei-sette persone dall’espressione minacciosa e dagli ocche celati da lenti scure, comparve Michael Jackson. Appena intuii che era lui, misi le mani dietro la schiena e mi voltai, evitando di dare l’impressione che lo stessi aspettando e che avevo fatto più di 9000 chilometri per venire a conoscerlo in quel capannone. Anche Eros se nestava con lo sguardo perso in alto, rivolto a un punto del soffitto. In mezzo al corteo, con la coda dell’occhio nota un individuo con tanto di tunica, turbante e barba bianca lunghissima. Pensammo che fosse il suo guru, una specie di santone. “Avvertimmo” che Michael si era posizionato tra noi e casualmente ero capitato io alla sua destra. I flash cominciarono a scattare e la luce rossa della spia della telecamera si accese. Mi ero preparato un discorso in inglese e cominciai a farfugliare, sempre attento a guardare davanti a me: “Hello Michael… ehm… nice to meet you… we’re really happy to be there with you…”. “Thank you, I love you” interruppe lui con una vocina che pareva quella di una bambina. Mentre gli parlavo ero tentato di girarmi anche solo leggermente verso di lui, ma non potevo. Dovevo anche stare attento a non toccarlo con i vestiti: “For us could be a big opportunity… We would like play a football game in Italy… to make money for childs…”. “Thank you, I love you…”. Allora intervenne il suo cerimoniere: “Forza, ora dategli il pallone, chi di voi è il calciatore?”. Con uno sguardo interrogativo e terrorizzato dalla possibilità di commettere errori, ci guardammo da dietro la schiena di Michael per non rischiare di incrociare il suo sguardo. Eros allora prese il pallone e glielo porse, mentre l’altro esclamava: “Michael, take the ball…”. Michael, attento a non contaminarsi con le ditaccia dell’italiano, prese la palla: “Thank you, I love you…”. Il fotografo continuò a scattare e il cameraman a riprendere Michael sorridente con il pallone in mano e perfettamente sistemato tra noi due impalati come statue. Improvvisamente Eros abbandonò il suo sguardo assente, rinunciò al suo fintissimo aplomb e abbracciò con vigore la leggenda della disco: “‘A Michael, ma lassate abbraccià…!”. In quel momento tutto si ruppe, il cerimoniere mise immediatamente al sicuro il suo protetto e tutti sparirono rapidamente da dov’erano venuti. “La cassetta, the tape…” urlai io. “Give us the film…”. Se n’erano andati con la cassetta che conteneva la testimonianza della nostra grande amicizia con Michael, il quale aveva ripetuto più volte che ci amava… “We will send everything in Italy…” Chiudendo la porta, qualcuno aveva urlato che ci avrebbero spedito tutto in Italia.

Eravamo rimasti appena quattro minuti con Michael, e io ed Eros ci trovammo immobili e increduli come due stoccafissi. Ci stavamo interrogando sul da farsi, speravamo che Michael si ricredesse e volesse risalutarci… Era mai possibile tutto quel trambusto per un segno di sincero affetto da parte di un fan?
Improvvisamente, fummo attirati verso la scala da un rumore. La porta si aprì e lentamente comparve il “guru”, quello con il turbante e la barba bianca. Io pensai che la voce della coscienza avesse convinto Michael a darci un’altra opportunità, magari meno formale. Quando il messaggero ci fu di fronte, si guardò intorno e disse sottovoce: “Ahò ragazzi, io so’ de Roma, Maicol se crede che so’ pakistano… je faccio da magna’ riso e me dà ‘n sacco de sordi…”. Detto questo sparì, e quella fu una delle più grandi occasioni di risata mai avute.

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Animali che si uccidono

la serie di documentari più stupida mai realizzata è sicuramente quella di animal face-off, ovvero ipotetici combattimenti realizzati in 3d tra animali che di solito non si cagano. la cosa buffa è appunto questa: si tratta di animali che nella realtà difficilmente si attaccano, quindi, nonostante le presunte intenzioni scientifiche, ogni puntata si trasforma in una perla di raro surrealismo lollesco. alcuni esempi di combattimenti: leone contro tigre, elefante contro rinoceronte, coccodrillo contro squalo bianco, e il vero capolavoro: ippopotamo contro squalo toro (giuro). non godevo tanto dai tempi di octopus eats shark. il mio preferito però è l’epico scontro tra il tricheco e l’orso polare, dovre tra l’altro sembra che l’orso polare all’inizio si voglia chiavare il tricheco che non la prende bene e lo uccide. assenti dalla serie purtroppo i bastardissimi delfini, ben noti assassini di indifesi volatili.

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Yogurt

demeo.jpg

pier scrive:
portami un bicchier d’acqua

mp scrive:
col cazzo
vattelo a prendere

pier scrive:
grazie

mp scrive:
cmq il tizio sembra uscito da un film dei vanzina anni 80

http://gabbos.wordpress.com/2007/06/16/idoli-di-oggi/

pier scrive:
e guadagna 30 volte piu’ di me e ha fregato il posto al mitico Lapo

pier scrive:
satana in persona

pier scrive:
rivoglio lapo

pier scrive:
si puo’ essere estromessi dalla societa’ di famiglia per un festino???

pier scrive:
non c’e’ piu’ etica

mp scrive:
http://www.italianawards.com/images/executives/de_meo.jpg
guardalo qua

mp scrive:
ahah

mp scrive:
è satana

mp scrive:
no veramente, aridatece lapo

pier scrive:
ora vedo

pier scrive:
la madonna

pier scrive:
non mi dicano che questo non va a trans…

mp scrive:
a parte che c’ha scritto COCAINA in faccia

mp scrive:
tipo marchio

mp scrive:
anzi tipo brand
ahah

mp scrive:
cmq sono fondamentali le occhiaie

mp scrive:
fanno capire che dormi 4 ore al giorno perchè devi fare soldi

mp scrive:
tu hai le occhiaie?

pier scrive:
si

pier scrive:
ma per le seghe

mp scrive:
vabbè l’importante è che ci siano

pier scrive:
ai colloqui sembra che lavori tanto

pier scrive:
e la tendinite alla mano destra

pier scrive:
la giustifichi con mouse

pier scrive:
raramente indagano

mp scrive:
e le macchie di sperma secco sui pantaloni come le giustifichi?

pier scrive:
yogurt

mp scrive:
genio.

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Recensione del nuovo album di Vitalic, “V-live”

me: sì
no ma cmq questo album è sburroso
sto cercando di resistere
mi viene voglia di saltare in piedi e ballare
Simone: eee
me: e prendere l’ecstasy e andare a ibiza
Simone: eeeee
me: con la maglietta D&G
e gli occhiali grossi
Simone: cazzo si
me: sono tutti mixati tra loro i pezzi
fantastico
Simone: notare che la gente appena sente 3 note che non riconosce smette di acclamare
me: sì
più avanti fanno i cori ahah
me: con my friend dario
Simone: che meraviglia. tutti zitti i bastardi fortunati
me: hai già mollato il lavoro e indossato la maglietta D&G e gli occhiali grossi?
Simone: nn ti sento
scrivi + forte|!!!
me: AHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH
Simone: tieni 0 <————-
me: ?
Simone: è una pasta, okkio che è forte
me: ahah OLèèèè COSì SI bAiLa tUtTa la NOCHE
Simone: haha
1122!!!”11!!
me: VOGLIO UNA PEUGEOT 206 MODIFICATA CON UN MEGA SUBWOOFER
Simone: la avrai.
tra l’altro, ti avevo mandato una canzone di un tale “basshunter”
non so se ti è arrivata tra i consigli di last.fm
me: sentita a suo tempo, pura radio sintony
apprezzai.
Simone: ecco, in quella canzone c’è il celebre verso
quando inizia a pompare “ready to take off”
pppprrronti a decollaaareeeee!!!!
me: PORCO DIOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
DOPO CI SCHIANTIAMO IN MACCHINA
Simone: più o meno
“pronti a decollare” hahah
Simone: The 30000 Feet Club questa è da sturbo
me: sì su quella stavo per uccidere mia madre per poi ballare sopra ai suoi resti
Simone: che poi si ferma
e poi ricomincia
ke storia
me: il passaggio da LA Rock e quella dopo è da PORCO DIO IMMEDIATO
Simone: madonna che serata dev’essere stata
c’è lagente sotto che ormai getta urla immotivate
me: tipo AHHHHHHHH EHHH OHH OHH!!!11!!!

voto album: 978mila km^2.

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L’attaccante

Io di lavoro attacco francobolli. Non scherzo. Ne attacco mille al giorno, di tutti i tipi. Io lo so cosa vi state chiedendo. Vi state chiedendo dov’è che li attacco mille francobolli al giorno. Li attacco sulle cartoline. Io sto qui in una stanzetta piena piena di cartoline, una sopra l’altra. C’è uno che ogni giorno mi porta cartoline e francobolli da attaccare e ritira le cartoline del giorno prima. Non le controllo, non spetta a lui. Lui le ritira solo. Non mi ricordo come si chiama, io lo chiamo il ritiratore. Ma non so se si chiama così e non mi interessa saperlo. Io penso solo ai francobolli. Devo stare molto attento. Perché certe cartoline le comprano i collezionisti, gente che ci tiene. Vogliono cartoline perfette. Francobolli attaccati perfettamente. No sbavature. No dentini rotti. Io ci sto molto attento. Mi metto al centro della mia stanzetta piena piena di cartoline, seduto su una sedia che ha un piede rotto e quindi balla tutto il tempo, ma ormai ci ho fatto l’abitudine. Bagno i francobolli in una spugnetta. Il ritiratore mi porta ogni giorno l’acqua per la spugnetta. Li poggio sopra alla cartolina stando attento a metterli dritti. Perfetti. Prima usavo un righello, ora che ho esperienza faccio tutto a occhio. Premo leggermente con i polpastrelli. Devo stare attento a non rompere i dentini. E niente sbavature. Altrimenti ai collezionisti non va bene. Anche se so che di quelle cartoline solo poche decine vanno a finire ai collezionisti, la maggioranza le comprano persone che non noteranno mai il mio lavoro. Non mi interessa. Io ne attacco di tutti i tipi. Oggi cinquecentocinquanta del Vaticano. Cento dei cavalli. Duecentotrenta della regina Elena. Con lei sto attento, premo poco, per non farle male. Duecentottanta del carnevale. Quattrocento delle ferrovie. Trecento di una torta. Quelli invece di usare la spugnetta li ho attaccati con la saliva. Eh eh eh eh. No. No. No. Devo stare attento. Ottocento. Novecento. Mille al giorno, oggi anche di più. Perfetti.. Mi pagano quattro centesimi a cartolina. Mille al giorno, quaranta euro. Ma solo se sono tutti perfetti. No sbavature. No dentini rotti. Non è un lavoro molto faticoso. Me ne sto qui, nella mia stanzetta, ad attaccare francobolli. E se avanza l’acqua della spugnetta posso anche bere.

(2003)