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I Carabinieri del Destino

Riceviamo e volentieri pubblichiamo dall’amico Lapin:

I Carabinieri del Destino, opera manifesto della corrente del Carabinierismo Futurista. Privi di volto ma con un grande cuore, i CdD perlustrano in incognito i lunapark insinuando tra gli usuali strumenti della fattucchiera di Voghera la paletta e il cappello, sufficienti nella loro stringatezza a richiamare tutto un universo di eroismo, sacrifici, barzellette e soprattutto tanta umanità. Ecco che, tra un Appeso e un Tredici, i venerabili simboli dell’Arma si tingono di nuove sfumature: uno scettro druidico? Il copricapo di un oscuro ordine sacerdotale? Con quest’opera il carabinierismo entra da par suo nella corrente futurista, sconvolgendone e nel contempo denunciandone (per dovere d’ufficio) i dettami.

Lapin

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Recenti acquisizioni del M.A.I.

A breve le relative analisi.

 

 

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Horror Evaqu

Notevole installazione involontaria che gioca, come da sempre fa l’arte, sul concetto di pieno e di vuoto. Già si parla, nei corridoi del M.A.I., di corrente del riempitismo. Natura abhorret a vacuo, diceva quello, ma osservando questo raccoglitore di medicinali scaduti ci viene in mente prima di tutto la famosa storia zen dell’allievo che va a trovare il maestro. La conosciamo tutti, ma la ricordiamo comunque: l’allievo va a trovare il maestro zen, il maestro gli offre del tè e lo versa nella tazza fino a farla traboccare, provocando lo sconcerto dell’ingenuo allievo, per poi concludere (più o meno; andiamo a memoria): ecco, tu sei come questa tazza, e ho detto tutto! Ma prima di addentrarci nell’analisi dell’opera osserviamola e descriviamola: il contenitore è pieno al suo interno, ma questi apparenti limiti fisici non hanno impedito agli anonimi artisti – presumiamo si tratti di opera collettiva – di riempire il contenitore al di fuori. Dunque contenuto e contenitore non esistono più, è come voler ostinatamente colorare “fuori dai contorni”, contrariamente a quanto c’è sempre stato insegnato. Il risultato è una riflessione provocatoria nei confronti dell’Autorità, ma anche di quei preconcetti che portiamo dentro di noi, dell’Autorità che vive e vigila dentro ciascuno di noi. Un primo cartello sul muro avvertiva “contenitore pieno, non lasciare più sacchetti!”, ma non è servito a niente: enigmatici, provocatori e silenziosi proprio come i maestri zen, gli anonimi riempitori (o riempitisti, in letteratura non è ancora chiaro come si debbano appellare), probabilmente approfittando dell’oscurità notturna, hanno continuato a portare medicinali scaduti in questo totem farmaceutico. Qui, qualche giorno dopo, è stato appeso il secondo cartello, stavolta più vicino agli occhi di chi si avvicina all’installazione, con la scritta di colore rosso maestrina/rabbia/allarme: “BASTA, contenitore PIENO”. Inutile dire che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e involontaria, dunque al secondo avvertimento è seguita un’ulteriore aggiunta di farmaci scaduti, e pare che il fenomeno sia tuttora in corso. Perché non c’è limite, non c’è confine, sky is the limit, ma nemmeno: anche lo spazio profondo potrebbe essere riempito di medicinali scaduti. Una volta che l’Autorità stabilisce un limite – le dimensioni del raccoglitore – l’Artista è obbligato a superarlo, possibilmente in maniera esponenziale, aumentando il volume di questo blob di tachipirine e antibiotici senza fine, inglobando financo il mondo intero. In questo senso possiamo dire che “la via è vuota: nonostante l’uso, non si riempie mai”, ma anche,  con un’inevitabile calembour, che “la vita è vuota: nonostante l’uso, non si riempie mai”. Ecco perché non c’è una cura per la malattia: perché la prima è finita, limitata, mentre la seconda è infinita e in espansione. I riempitisti ci ricordano questo.

Contenitore pieno, installazione, 2017, vista a Forcoli (PI)

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Uno studente fuorisede

Interessante opera segnalata ai curatori del MAI dall’amico GD, uomo di scienza ma anche attento osservatore delle più recenti avanguardie artistiche involontarie. In questo caso introduciamo per la prima volta il concetto di fuorisedismo, corrente artistica che appare sovente sui quotidiani a corredo di articoli sull’università, gli affitti, i giovani. Intanto, ecco l’opera, anonima e in bassa qualità come prevede il regolamento del MAI:

La scritta è l’originale scelta dal quotidiano che l’ha pubblicata ed è parte integrante dell’opera, dunque non è da considerarsi semplice didascalia. Segue l’accurata analisi socio-antropologica dell’amico GD, con una nota finale dei curatori del MAI.

Analisi di GD:

Avremmo potuto capire che si tratta di uno studente fuorisede anche senza il titolo (o, addirittura, senza il contesto dell’articolo): arredamento Ikea, lettino singolo che sbatte contro la porta, vasetto da 250g di nutella adibito a portapenne, stampante HP probabilmente in offerta a 49,99 da Mediaworld, cianfrusaglie sparse nelle mensole tranne una matrioska disposta a bella posa (probabilmente un regalo della mamma), stelle fosforescenti adesive di fianco al letto. uno studente che potrebbe benissimo avere 32 anni seduto al PC (non si capisce, ma quasi sicuramente un Acer, anche questo in offerta da Mediaworld).

Questa foto trasmette il più inquietante senso di miseria e disperazione. è come guardare una tomba in un cimitero di guerra: alzi lo sguardo e ce ne sono altre mille identiche, regolarmente disposte e a perdita d’occhio.

Estetica e composizione si richiamano al fuorisedismo, una corrente relativamente stabile sia dal punto di vista geografico sia storico – cambiano magari le forme dei mobili, ma non la sensazione che suscitano; inoltre molte case per fuorisede sono state ristrutturate e arredate per l’ultima volta negli anni ’70.
Altri temi cari al fuorisedismo: la droga, i cani, l’erasmus, il treno, il discount, Bologna, i soldi che ti mandano i tuoi mentre per mantenerti fai il cameriere e sei fuori corso da 2 anni.

Nota finale dei curatori del MAI

Risulta evidente (e altresì commovente) il tentativo di riprodurre la cameretta di casa, quella dove il soggetto ipotizziamo sia nato e vissuto fino a lasciare la propria “sede”. L’opera parla anche di questo, di crescita: il letto e la sedia appaiono perfino sproporzionati se si osservano le spalle grosse di questo bambino troppo cresciuto, e temiamo che la postura gli provocherà presto o tardi problemi alla schiena. Ma proprio questa postura sgraziata fa pensare al concetto di “fuorisede”… dov’è la sua sede? Il soggetto è stato spostato, forse perfino contro la sua volontà. E’ scomodo, di spalle, come a nascondersi. Non sappiamo dov’era, non sappiamo dov’è. Ormai non esiste più una sede adatta a lui. Ma è mai esistita? Non siamo forse tutti fuorisede nel momento in cui compiamo un passo e occupiamo il suolo davanti a noi fino a quel momento libero e condiviso da altre persone? Insomma: tante domande, tutti involontarie, come sempre nella grande arte proposta dal MAI. Anche se da curatori ignoravamo questa corrente artistica ammettiamo che il fuorisedismo è senza dubbio interessante e stimolante sia a livello antropologico (come segnala l’amico GD) sia a livello esistenziale, giacché pone interrogativi profondi che, per vivere una vita serena e tranquilla, sarebbe buona norma evitare; ma l’arte è anche questo: essere trafitti da domande che avremmo voluto non sentire.

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Compromesso

Recentissima acquisizione nella collezione MAI – Museo Arte Involontaria, questa discussa opera senza titolo accompagnata però da una breve didascalia: “Cosa succede se si cerca il sito della Biennale su Google”.

Notare la discordanza tra le due frasi: “questo sito potrebbe essere compromesso” anche se precisano che si tratta del “sito ufficiale della manifestazione”. La provocazione è tanto evidente quanto involontaria. Tutto ciò che è ufficiale è compromesso, così come l’ambiguità del termine ci ricorda che tutta l’arte, per esistere, è frutto di un compromesso.

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Il maresciallo Bergoglio

Non è la prima volta che la Chiesa si produce in endorsement di questo tipo, nel tentativo di accappararsi il favore dei giovani, in linea con l’approccio furbo alla comunicazione che caratterizza il papato di Francesco, detto amichevolmente l’Anticristo o il papa nero. E non ci sembra un caso che proprio un carabiniere nero (esponente della street art newyorkese, in linea con le posizioni progressiste e giovaniliste del maresciallo Bergoglio) sia posizionato simbolicamente davanti al suddetto papa. Alle spalle una statua venutamale della marescialla Maria, citazione doverosa di una corrente che, come abbiamo osservato più volte, ha molto in comune con il carabinierismo. I curatori del MAI aggiungono inoltre che: 1) sarebbe bello se nelle foto pubbliche e di rappresentanza le cariche dello Stato fossero obbligate a spogliarsi di tutti i propri simboli di potere, in pratica: tutti nudi; 2) nell’angolo in basso a sinistra abbiamo il più alto livello di carabinierismo raggiungibile in un’opera involontaria, e cioè la posa da selfie in pizzeria: il carabiniere dai tratti lombrosiani gioioso di passare alla storia appoggia il braccio sulla spalla del suo amico e collega, il cui cappello si potrae con la visiera fino a quasi toccare la punta del naso, simbolo che il carabinierismo è molto forte in lui. L’opera è come sempre anonima, ma il titolo scelto pare fosse “Quando fai una festa in costume ma c’è sempre quello che aveva capito male”.

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Street Art

Il parcheggio riservato ai carabinieri (2017). Il carabinierismo accetta la sfida della street art ma non può scrivere sui muri e dunque si dà all’arte orizzontale.

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Il bene e il male

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“La bilancia del Bene e del Male (con paletta)”: grande opera palermitana del carabinierismo, molto simbolica, com’è tipico nella scuola siciliana, e con un ironico rimando alle tavole delle legge, dato che il Carabiniere è prima Artista ma poi Anche Tutore della legge (intesa come armonia nel caos dell’universo). Per la cronaca, l’Artista per quest’opera ovviamente anonima ha utilizzato 130 chilogrammi di droga nota come hashish.

#arte

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Un martello nel cervello

oggi si spreca l’aggettivo “iconico” a ogni piè sospinto, ma nel caso del carabinierismo l’oggetto martello si può senza dubbio alcuno definire iconico e non per questo temere di diventare pelati e milanesi. è uno dei topoi del carabinierismo contemporaneo. i carabinieri hanno infatti un rapporto speciale con il martello. prima del manganello, prima della pistola, forse solo al pari con il loro amato cappello, è il martello che conduce il carabinieri in spazi mentali che i civili non possono nemmeno intuire. perchè il carabiniere ha un uragano nel cervello, vorrebbe pensare ma non può, i pensieri si concentrano, si accumulano, formano un grumo di materia grigia sotto il cappello con la fiamma, come in un’orrida fucina dove cresce e mai non resta, delle incudini sonore, l’importuno strepitar, alternando questo e quello, pesantissimo martello, fa con barbara armonia, muri e volte rimbombar e il cervello poverello, già stordito sbalordito, non ragiona, si confonde, si riduce ad impazzar. e non, come cantava rita pavone, dare il martello in testa a chi non mi va, o meglio: a un livello più sottile, subliminale, chi non ci va siamo noi, il martello è a noi che lo vogliamo dare in testa.

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Siccome poi mi dite che non parlo mai della polizia

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Eccovi accontentati, con questa famosa installazione alla Biennale di Genova del 2001. Di quell’anno ricordo diverse opere che si concentravano sull’idea di sangue, non particolarmente originali (tranne questa che riporto) e a mio parere già viste e un po’ troppo influenzate dalla visceralità di Hermann Nitsch e in generale dall’Azionismo Viennese. C’era sangue ovunque, dopo un po’ stancava, diciamolo. Io sinceramente ho sempre preferito le correnti artistiche meridionali, in particolare il carabinierismo. Comunque mi è sembrato giusto dare spazio anche all’arte poliziesca.

#arte

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Un’opera provocatoria

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E qui si provoca, signori miei. Questa è arte che provoca, non ci sono dubbi. C’è di sicuro del neoclassicismo, ma allo stesso tempo quest’opera anonima (“Carabinieri di Catania” è il nome di un collettivo già autore di altri pezzi interessanti ma spesso non rivendicati) è parodia irriverente: la posa plastica, le giare di terracotta, gli strumenti a fiato per terra, il carabiniere di sinistra che tiene in mano un clarinetto come se impugnasse un fucile. Impossibile non cogliere i riferimenti alle performance che l’Isis sta compiendo nella città di Hatra dove le statue vengono distrutte a colpi di kalashnikov. Quest’opera catanese si inserisce nella corrente del vasismo, di scuola napoletana, di cui forse cita il celebre “Carabiniere dà le spalle ai vasi”, opera di qualche anno fa tuttora insuperata per l’emozione e la tensione che crea nello spettatore, dove i vasi rappresentano un vero e proprio paesaggio interiore del soggetto in primo piano che volge lo sguardo fondamentalmente verso se stesso.

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Nuova corrente

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Nuova corrente del carabinierismo: il biciclettismo (vedi precedenti).

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Inspiegàbile agg. [comp. di in-2 e spiegabile]

l’arte è pura quando si capisce senza sforzo ma per spiegarla bisogna sforzarsi.

ecco un esempio (sì, sono ossessionato):

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vi invito a cliccare sull’immagine per vederla a grandezza intera.

ora, è chiaro che si potrebbe parlare per ore di un’immagine così.

apparentemente rientra nelle correnti artistiche già descritte in due raccolte (testimonial, 2012 e generazione perduta, 2014) ma allo stesso tempo ne è eccezione, forse sintesi, superamento.

sono da anni convinto che l’arte vera e pura sia questa, quella involontaria, letteralmente senza volontà, quindi non per forza inconsapevole, ma che sia fatta con abbandono. e che non abbia autore. chi è l’autore di questa foto? un fotografo? un collega carabiniere? io che la riporto e che ne correggo leggermente i colori? nessuno.

osserviamola attentamente.

i due carabinieri inginocchiati, uno di fronte all’altro, che si fissano, e tra loro una piccola foresta di cannabis. sullo sfondo tre elementi asimbolici, presimbolici, supercazzolasimbolici. un quadro elettrico, due manifesti che celebrano l’Arma. i due sembrano rivivere una situazione infantile, si guardano sornioni, e siamo certi che non è l’imbarazzo della foto a dare questa impressione, ma qualcosa di molto più potente, oscuro e inspiegabile.

e poi il pavimento.

il pavimento è uno spazio vuoto, un mare metafisico sul quale galleggiano le due figure. un sostegno illusorio, temporaneo, come l’amore, l’amicizia, la famiglia, il denaro. tutto potrebbe smaterializzarsi.

è come se una frazione di secondo dopo il clic che ha immortalato la scena i due  carabinieri fossero caduti, scomparsi. la loro struttura atomica ha smesso di esistere.

questo, oltre a confermare quanto già detto, conferma anche che i carabinieri sono i più grandi performer dell’arte contemporanea e nessuno se ne accorge, nemmeno loro, ed è in questo che sta la loro grandezza (per quanto anche poliziotti e finanzieri ci provino, ammettiamolo).

per elevare l’esperienza estatica di questa immagine vi consiglio di fissarla a schermo intero con in sottofondo questo mozart 19enne https://youtu.be/CC-0Fv04yWU  che aveva preso da poco la patente ma era già destinato all’immortalità. la scena sembrerà animarsi, in un allegro vuoto che riempie lo spazio e il tempo.

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Generazione perduta

E’ purtroppo ormai molto diffusa tra i più giovani la pratica di fotografarsi con la droga, con i soldi e talvolta con le armi, principalmente per spirito trasgressivo o di emulazione. Molto spesso queste foto vengono poi condivise ingenuamente sui social network, dove è facile trovare adolescenti in pose da gangster con panetti di fumo o droghe pesanti, mazzette di euro o altro.

Pochi sanno – e quei pochi non ne vogliono parlare – che questa triste pratica è diffusissima anche tra i carabinieri. Come dimostrano queste foto.

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Scatti che fanno piangere il cuore. Notare lo sguardo di questi sopra, furbo, compiaciuto, come dire “ehi guardatemi, sono più figo di voi perché ho della sostanza stupefacente”. O del carabiniere qua sotto, che inclina leggermente il capo in modo che la visiera copra parzialmente il suo sguardo da duro, mentre mostra piante di droga sulla scrivania della sua cameretta…

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E cosa dire di questi due che addirittura costruiscono castelli con 3 quintali di panetti di hashish? Bravi, bravi, i vostri genitori saranno contenti.

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Anche nella foto che segue lo sguardo da duro tradisce le insicurezze e le fragilità tipiche di chi vuole sembrare grande e cattivo. Un po’ di droga dentro la valigia di mamma e papà, un amico a fare la foto  da mettere su Facebook, e speriamo che mamma e papà non tornino prima!

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Altri esempi. Anche qua sembra di sentire la voce della mamma: “Antoniooo la cena è prontaaaa! Resta anche il tuo amichetto a mangiareeee??” e Antonio che risponde “Mamma lasciaci stare stiamo facendo delle coseeee!”.

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Qui ecco invece un carabiniere tenta di usare l’infernale bong, aggeggio usato per fumare la droga:

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In questo scatto sconvolgente ecco due amici che si preparano ben 5 siringhe di droga a testa… ovviamente sempre davanti all’obiettivo fotografico, perchè c’è l’ossessione di condividere su Facebook con gli amici, sempre per dire “guardate che trasgressivi che siamo”.

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Ci sono poi le foto dei dettagli, dove emerge un compiacimento che mette i brividi, ma grazie alle quali è possibile ricostruire il loro mondo, quello della solitudine delle loro camerette, i loro oggetti preferiti, i cellulari fuori moda, il bilancino, la paletta, e l’onnipresente maledetta droga…

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Per fortuna poi ci sono anche i bravi ragazzi, ancora per un po’. In questa ultima  foto un bravo carabiniere mostra orgoglioso i suoi cd preferiti:

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E infine dei carabinieri con i loro giocattoli preferiti. Ecco, queste sono le foto che vorremmo vedere.

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