I più grandi registi italiani viventi

17 aprile 2018 @ 1:31 pm

Su Twitter ho scritto una cosa che è diventata virale in poche ore (1 retweet, 2 mi piace – mi hanno telefonato subito dalla sede di Twitter), quindi la ripropongo qua:

“Ferreri più grande regista italiano vivente, anche da morto”

Era per dire che ci sono registi italiani del passato che sono più vivi di quelli di oggi, che ridere. Quindi ho pensato subito “aspetta, quali?” e anche “ho un sacco di lavoro da fare… oppure potrei fare un post” dunque ho fatto una lista di registi morti che sono più vivi dei vivi.

non tutti i loro film sono “invecchiati bene” come si dice, ma alcuni sembrano tuttora correre su un altro binario rispetto a quello che il resto del cinema ha preso.

  • no registi che hanno fatto un solo film meritevole (non perché sia contro, è che la lista diventerebbe troppo lunga)
  • no solo registi “di genere” perché anche basta
  • no cinema d’avanguardia/sperimentale perché è proprio un altro gioco (ma un giorno magari si fa anche quella), ma il cinema che andava al cinema, insomma nelle sale, le cui idee però sono tuttora vive e originali rispetto al terribile e paludoso presente tutto-uguale.

io faccio i miei nomi, i primi due posti sono da classifica, gli altri a caso. quelli che MA COM’E’ POSSIBILE CHE NON CI SIANO!!! o me li sono dimenticati, o non avete capito che lista è, oppure non ho mai visto un loro film.

I più grandi registi italiani viventi

  • PETRI
  • FERRERI
  • GERMI
  • LEONE
  • TAVIANI*
  • BAVA**
  • FULCI
  • ROSI
  • PASOLINI***
  • SALCE
  • DE SETA

* uno è vivo, l’altro è appena morto, quindi vale

** mario

*** sì, prendetemi pure a schiaffi: non cambio idea

Io so ciò che nessuno sa

20 marzo 2018 @ 3:30 pm

L’altra notte mi è apparso Mario Monti. Mi ha detto: “Io so ciò che nessuno sa, e cioè che non hai mai finito un album degli Autechre”.

Era nudo.

Sul petto aveva tatuata la frase “Io ♥ riciclo”.

E sulla pancia la scritta “Istruzioni per costruire uno scaffale salvaspazio” con una freccia che puntava verso il pene, mah.

“Un momento!” ho detto a voce alta, da solo, nel bagno di un ospedale, tutto rosso, preso dallo sforzo. “Questo non è vero! Mario Monti non mi è apparso, sto inventando tutto!”

“È vero, però lo stai pensando” mi ha risposto l’altro me dentro lo specchio di fronte (sì, ero seduto sul water; cagavo. Ho messo la carta igienica sulla tavoletta, mi sono lavato le mani per 30 secondi e uscendo ho aperto la porta con il gomito. La notte ho pregato).

L’ospedale era così grande che ho attraversato decine di sale d’attesa tutte uguali; mi sono perso, varie volte. Tornavo indietro e le persone sedute cambiavano, forse perché era arrivato il loro turno, dunque non riuscivo a orientarmi, l’arredamento e la struttura delle stanze erano gli stessi, ma gli unici possibili punti di riferimento, cioè le persone, mutavano forma e colore, allora ho pensato di prendere come riferimento il bagno dove ero appena stato, ma ho scoperto che ce n’erano due identici in due sale d’attesa identiche, e in entrambe c’era la stessa signora con gli occhialoni e il cappotto rosso! La signora si dev’essere spostata, forse si è accorta di aver sbagliato ambulatorio, forse voleva complicarmi le cose.

***

A proposito dei sogni:

Mi capita a volte di svegliarmi con idee geniali in testa, convinto di aver fatto sogni superiori al normale materiale onirico grezzo di routine quasi sempre noioso. Sogni con personaggi, intrecci e atmosfere sublimi, che vorrei poi tradurre in racconti, e già mi immagino a spiegare a qualcuno che mi chieda ma come ti è venuta quell’idea, è davvero stupenda, eh guarda, se te lo dico non ci credi, no dai, dimmelo, e va bene: mi è venuta in sogno! Ehhhh la madonna, ma che mondo onirico affascinante, che meraviglia, e io che minimizzo, ma che vuoi che sia, sapessi, anzi i sogni migliori non li ricordo, ho sognato capolavori ma sono andati perduti, che peccato. Solo che la verità è un’altra. La verità però è che la notte soffro spesso di insonnia e dunque ascolto audio libri, ma spesso me ne dimentico, allora quando mi sveglio ho in mente queste storie scritte da Cechov, Gogol, gente così, e mi ci vuole qualche ora, a volte qualche giorno, per ricordarmi di averle sentite.

***

La maggior parte delle mie riflessioni filosofiche hanno come base l’esperienza sociale in pizzeria. Ad esempio: ho notato che quando si mangia la pizza in compagnia e si addenta la prima fetta tutti abbiamo la tendenza a dire o che è buona o che “non è male”, anche quando non è vero. Poi, finita la pizza, c’è sempre qualcuno che per primo dice “comunque questa pizza non era un granché” oppure che era scarsa, o che faceva proprio schifo, e gli altri – magari non tutti, ma buona parte – concordano, annuiscono (anche Mario Monti fa sempre così). Perché non lo diciamo subito? Un’ipotesi potrebbe essere che non abbiamo abbastanza informazioni: una fetta è solo una fetta, è troppo presto per dare un giudizio, e quindi la valutazione reale è quella finale, quando abbiamo mangiato tutta la pizza. Ma ragionando così dovremmo dire se è un vino è buono solo dopo averne bevuto una bottiglia intera (io faccio così, in effetti) o che un partito non era male dopo che ha completato due legislature. Oltretutto la prima fetta di pizza ci dà una soddisfazione immediata, perché avevamo fame, perché ha quel mix di sapori che riconduciamo all’esperienza pizza – cioè ad esperienze-pizza precedenti e piacevoli – e quindi non stiamo dicendo che quella pizza è buona, ma che mangiare la pizza è buono, anzi, stiamo dicendo in generale che mangiare è buono, perché biologicamente ci allontana dalla sofferenza e dalla morte. Ma la spiegazione non è nemmeno questa. Secondo me questo fenomeno si spiega così: anche se la prima fetta ci fa schifo, non lo diciamo subito per non prenderci la responsabilità di rovinare l’esperienza agli altri. Primo, perché agli altri potrebbe piacere. Secondo, perché magari sono gli altri ad aver scelto la pizzeria e dire che la pizza non è buona è come dire che è colpa loro; ma il discorso vale anche se la pizzeria l’abbiamo scelta noi: non vogliamo ammettere l’errore. Invece quando la pizza è finita e l’esperienza è conclusa, ci sentiamo di poterlo dire, ormai, cazzo te ne frega. Non abbiamo più la responsabilità di rovinare l’esperienza durante, ma dopo. E qui è facile l’obiezione: ma anche dirlo dopo vuol dire rovinare l’esperienza, ma non è vero, perché ormai è passata e sappiamo che presto ce ne sarà un’altra, dato che prendiamo la pizza spesso, perché siamo italiani e abbiamo i baffi e le tasche piene di camorra.

***

Non mi sento quasi mai “italiano”, a parte quando sono in piedi davanti a una pentola di acqua bollente con un mazzo di spaghetti in mano e con sguardo matematico chiedo a qualcuno “quanta fame hai?”.

E anche quando mi lamento dell’aria condizionata e della gente che non sa fare la fila, ma intanto pure io provo a saltarla, perché “se semo stufati di esse boni e generosi”.

 

 

Recenti acquisizioni del M.A.I.

4 febbraio 2018 @ 5:21 pm

A breve le relative analisi.

 

 

Proposta di rivoluzione materica

14 novembre 2017 @ 3:30 pm

Le discese ardite e le risalite, cari compagni e compagne, ma pur sempre da compiere in forma umana. Molti di noi hanno maturato una presa di coscienza che ormai non ha più motivo d’essere tenuta tra bisbigli e messaggi telepatici, ma va condivisa con il resto dell’assemblea: il problema è la carne umana. Noi vogliamo andare oltre, cari compagni e care compagne, ma non in una infantile e già superata idea transumanista, ma in qualcosa di più, o di meno, o di uguale: in una vera rivoluzione spirituale, interiore, ma anche fisico-materica. Noi non vogliamo più essere noi. Noi siamo per lo stato gassoso. Non vogliamo più essere forme di carne, ma diventare gas. Vogliamo abbattere la coesione tra forze interatomiche e intermolecolari. Vogliamo essere volatili. Noi, intesi come corpo, movimento e materia, ci facciamo schifo: ci guardiamo allo specchio e proviamo repulsione, consci che anche agli occhi degli altri – altri specchi – provochiamo reazioni simili se non identiche. E dunque basta: vogliamo passare ad altri stati della materia, abbandonare questa inutile massa di carne e sangue che abitiamo, verso l’azzurro del cielo.

Non c’è tragedia peggiore di non trovare lavoro, a parte trovarlo

6 novembre 2017 @ 4:59 pm

Nel frattempo si fanno i colloqui. Nuovo audiovisivo approvato dal Comitato Disperazione.

https://youtu.be/3G5wPXQwF88

Horror Evaqu

24 ottobre 2017 @ 11:33 am

Notevole installazione involontaria che gioca, come da sempre fa l’arte, sul concetto di pieno e di vuoto. Già si parla, nei corridoi del M.A.I., di corrente del riempitismo. Natura abhorret a vacuo, diceva quello, ma osservando questo raccoglitore di medicinali scaduti ci viene in mente prima di tutto la famosa storia zen dell’allievo che va a trovare il maestro. La conosciamo tutti, ma la ricordiamo comunque: l’allievo va a trovare il maestro zen, il maestro gli offre del tè e lo versa nella tazza fino a farla traboccare, provocando lo sconcerto dell’ingenuo allievo, per poi concludere (più o meno; andiamo a memoria): ecco, tu sei come questa tazza, e ho detto tutto! Ma prima di addentrarci nell’analisi dell’opera osserviamola e descriviamola: il contenitore è pieno al suo interno, ma questi apparenti limiti fisici non hanno impedito agli anonimi artisti – presumiamo si tratti di opera collettiva – di riempire il contenitore al di fuori. Dunque contenuto e contenitore non esistono più, è come voler ostinatamente colorare “fuori dai contorni”, contrariamente a quanto c’è sempre stato insegnato. Il risultato è una riflessione provocatoria nei confronti dell’Autorità, ma anche di quei preconcetti che portiamo dentro di noi, dell’Autorità che vive e vigila dentro ciascuno di noi. Un primo cartello sul muro avvertiva “contenitore pieno, non lasciare più sacchetti!”, ma non è servito a niente: enigmatici, provocatori e silenziosi proprio come i maestri zen, gli anonimi riempitori (o riempitisti, in letteratura non è ancora chiaro come si debbano appellare), probabilmente approfittando dell’oscurità notturna, hanno continuato a portare medicinali scaduti in questo totem farmaceutico. Qui, qualche giorno dopo, è stato appeso il secondo cartello, stavolta più vicino agli occhi di chi si avvicina all’installazione, con la scritta di colore rosso maestrina/rabbia/allarme: “BASTA, contenitore PIENO”. Inutile dire che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e involontaria, dunque al secondo avvertimento è seguita un’ulteriore aggiunta di farmaci scaduti, e pare che il fenomeno sia tuttora in corso. Perché non c’è limite, non c’è confine, sky is the limit, ma nemmeno: anche lo spazio profondo potrebbe essere riempito di medicinali scaduti. Una volta che l’Autorità stabilisce un limite – le dimensioni del raccoglitore – l’Artista è obbligato a superarlo, possibilmente in maniera esponenziale, aumentando il volume di questo blob di tachipirine e antibiotici senza fine, inglobando financo il mondo intero. In questo senso possiamo dire che “la via è vuota: nonostante l’uso, non si riempie mai”, ma anche,  con un’inevitabile calembour, che “la vita è vuota: nonostante l’uso, non si riempie mai”. Ecco perché non c’è una cura per la malattia: perché la prima è finita, limitata, mentre la seconda è infinita e in espansione. I riempitisti ci ricordano questo.

Contenitore pieno, installazione, 2017, vista a Forcoli (PI)

Uno studente fuorisede

31 agosto 2017 @ 10:28 am

Interessante opera segnalata ai curatori del MAI dall’amico GD, uomo di scienza ma anche attento osservatore delle più recenti avanguardie artistiche involontarie. In questo caso introduciamo per la prima volta il concetto di fuorisedismo, corrente artistica che appare sovente sui quotidiani a corredo di articoli sull’università, gli affitti, i giovani. Intanto, ecco l’opera, anonima e in bassa qualità come prevede il regolamento del MAI:

La scritta è l’originale scelta dal quotidiano che l’ha pubblicata ed è parte integrante dell’opera, dunque non è da considerarsi semplice didascalia. Segue l’accurata analisi socio-antropologica dell’amico GD, con una nota finale dei curatori del MAI.

Analisi di GD:

Avremmo potuto capire che si tratta di uno studente fuorisede anche senza il titolo (o, addirittura, senza il contesto dell’articolo): arredamento Ikea, lettino singolo che sbatte contro la porta, vasetto da 250g di nutella adibito a portapenne, stampante HP probabilmente in offerta a 49,99 da Mediaworld, cianfrusaglie sparse nelle mensole tranne una matrioska disposta a bella posa (probabilmente un regalo della mamma), stelle fosforescenti adesive di fianco al letto. uno studente che potrebbe benissimo avere 32 anni seduto al PC (non si capisce, ma quasi sicuramente un Acer, anche questo in offerta da Mediaworld).

Questa foto trasmette il più inquietante senso di miseria e disperazione. è come guardare una tomba in un cimitero di guerra: alzi lo sguardo e ce ne sono altre mille identiche, regolarmente disposte e a perdita d’occhio.

Estetica e composizione si richiamano al fuorisedismo, una corrente relativamente stabile sia dal punto di vista geografico sia storico – cambiano magari le forme dei mobili, ma non la sensazione che suscitano; inoltre molte case per fuorisede sono state ristrutturate e arredate per l’ultima volta negli anni ’70.
Altri temi cari al fuorisedismo: la droga, i cani, l’erasmus, il treno, il discount, Bologna, i soldi che ti mandano i tuoi mentre per mantenerti fai il cameriere e sei fuori corso da 2 anni.

Nota finale dei curatori del MAI

Risulta evidente (e altresì commovente) il tentativo di riprodurre la cameretta di casa, quella dove il soggetto ipotizziamo sia nato e vissuto fino a lasciare la propria “sede”. L’opera parla anche di questo, di crescita: il letto e la sedia appaiono perfino sproporzionati se si osservano le spalle grosse di questo bambino troppo cresciuto, e temiamo che la postura gli provocherà presto o tardi problemi alla schiena. Ma proprio questa postura sgraziata fa pensare al concetto di “fuorisede”… dov’è la sua sede? Il soggetto è stato spostato, forse perfino contro la sua volontà. E’ scomodo, di spalle, come a nascondersi. Non sappiamo dov’era, non sappiamo dov’è. Ormai non esiste più una sede adatta a lui. Ma è mai esistita? Non siamo forse tutti fuorisede nel momento in cui compiamo un passo e occupiamo il suolo davanti a noi fino a quel momento libero e condiviso da altre persone? Insomma: tante domande, tutti involontarie, come sempre nella grande arte proposta dal MAI. Anche se da curatori ignoravamo questa corrente artistica ammettiamo che il fuorisedismo è senza dubbio interessante e stimolante sia a livello antropologico (come segnala l’amico GD) sia a livello esistenziale, giacché pone interrogativi profondi che, per vivere una vita serena e tranquilla, sarebbe buona norma evitare; ma l’arte è anche questo: essere trafitti da domande che avremmo voluto non sentire.

Scopare il vento

23 agosto 2017 @ 10:29 am

Secondo me una delle cose più belle che si possono vedere a occhi aperti è quando gli uccelli fanno il cosiddetto “spirito santo” cioè quella posizione tipica dei rapaci in cui restano quasi immobili nell’aria anche per diversi minuti. Trovo molto bello anche il nome che si è dato al comportamento in italiano, mentre ho scoperto che in sardo si dice “coddabentu”, che sarebbe “scopavento/fottivento”. Il riferimento è all’idea che in quel momento l’uccello (con l’ovvia ambiguità del termine) si starebbe “scopando il vento”, che forse è meno bello e un po’ volgare, ma in fondo altrettanto poetico. Che poi ci sono due modi di fare lo spirito santo, con vento e senza vento, come spiegato qui http://www.ebnitalia.it/QB/QB007/terminologia.htm Dunque è possibile scopare il vento anche senza vento, ma si fa più fatica.

Nuovi audiovisivi

22 agosto 2017 @ 7:05 pm

Il Comitato Disperazione è prolifico sempre ma in particolare in agosto. Ecco altri due video nani tratti da storie vere:

l’esenzione https://www.youtube.com/watch?v=ySpAIE827Rc

l’ultima consegna https://www.youtube.com/watch?v=s2dnkP__vAg

Panettiera: The Movie (2017)

24 luglio 2017 @ 11:06 am

nel 2010 ho trascritto con le mie conversazioni con la panettiera in questo post.

la notizia è che l’abbiamo trasformato in video:

Compromesso

11 maggio 2017 @ 10:26 am

Recentissima acquisizione nella collezione MAI – Museo Arte Involontaria, questa discussa opera senza titolo accompagnata però da una breve didascalia: “Cosa succede se si cerca il sito della Biennale su Google”.

Notare la discordanza tra le due frasi: “questo sito potrebbe essere compromesso” anche se precisano che si tratta del “sito ufficiale della manifestazione”. La provocazione è tanto evidente quanto involontaria. Tutto ciò che è ufficiale è compromesso, così come l’ambiguità del termine ci ricorda che tutta l’arte, per esistere, è frutto di un compromesso.

Erica

10 maggio 2017 @ 5:54 pm

Erica era appena uscita dal lavoro e prima di tornare a casa decise di fermarsi al bar per prendere un caffè. Solo un caffè, pensò, niente cornetti, pizzette o addirittura un aperitivo, dato che da un mesetto era a dieta senza motivo. Sedersi al bar da sola per un caffè al tavolino e nel frattempo guardare Facebook era una cosa che la rilassava tantissimo, e in quel periodo aveva decisamente bisogno di rilassarsi. Quando ordinò il caffè il cameriere sorrise il tanto giusto, non abbastanza da flirtare, non troppo da sfociare nella molestia sessuale: era una risata standard da trecentesimo caffè della giornata, identica a quella che aveva fatto poco prima a una anziana signora con le stampelle. “Un minuto e te lo porto” le disse senza alcun doppio senso, sempre in maniera professionale. Erica andò a sedersi, sistemò la borsa su una sedia, spinse le bustine di zucchero e un giornale lontano dal centro del tavolino e lì appoggiò il suo telefono. Aprì Facebook. Era lunedì, quindi i post vertevano su questo argomento, ovvero sulle cicliche lamentazioni e battutine relative all’inizio settimana, oppure sui pranzi domenicali, dato che tutti quelli che conosceva erano fissati ormai irrimediabilmente con la cucina e la domenica non sembravano fare altro. Poi, tra un post e l’altro, vide quella faccia: ancora lui. Era la decima volta questa settimana che qualche suo contatto condivideva un articolo su quella persona. Erica non aveva mai cliccato, ma stavolta, stanca delle lamentele sul lunedì e delle foto di gente che cucina, cliccò.

Non concordava con le sue opinioni, però, nella stanchezza post lavorativa, in quella bolla di solitudine che si creava piacevolmente nel tavolino del bar, per un attimo si dimenticò delle sue idee, di cosa quel volto rappresentasse, di cosa quella bocca dicesse e lo vide solo come un uomo, un uomo come tanti. Uno della sua età, un tipo tutto sommato non malaccio, dall’aspetto non troppo intelligente ma furbo quel tanto da cavarsela nelle situazioni normali, con lo sguardo sicuro di sé, pure troppo, cosa che in fondo non le dispiaceva. I suoi ex erano tutti tipi intelligenti, simpatici, buoni, ma non avevano quello sguardo arrogante. Certo, le sue idee erano all’opposto delle sue e sembrava una persona senza sentimenti, ma in fondo non lo conosco, pensò, chi sono io per giudicare. Era così stanca che in quel momento era incapace di criticare ma, a quanto pare, solo di provare una casuale empatia per un semplice volto, al di là di ogni pregiudizio. Sotto la foto e l’articolo c’erano centinaia di commenti, tutti contro, alcuni ben argomentati, altri semplici insulti. “Ecco il caffè” disse il cameriere appoggiando la tazzina sul tavolo, con un gesto sobrio e per niente malizioso. Erica nascose immediatamente il cellulare, dato che non voleva dare l’idea sbagliata al cameriere, nonostante sembrasse un tipo riservato e professionale, forse omosessuale. “Grazie.” disse. Posò il telefono e bevve il caffè, naturalmente senza zucchero, altrimenti che dieta è? Guardava un po’ assonata fuori dalla vetrina del bar le persone che passavano e iniziava a pensare alle cose che doveva fare una volta a casa: la lavatrice da caricare, forse anche la lavastoviglie, chiamare sua madre, scegliere un film su Netflix, ad esempio uno con quell’attore che le piaceva ma di cui non si ricordava il nome, com’è che si chiama? Ha gli occhi chiari, gli zigomi sporgenti, due kappa nel cognome… Ma improvvisamente il suo sguardo fu catturato da un evento inatteso introdotto da un rumore: DLIIIIN, uno scampanellio che per un attimo pensò venisse dai suoi pensieri, ma che in realtà veniva dalla porta del bar. Entrarono quattro uomini, tre sembravano poliziotti o guardie del corpo, l’altro era di spalle… non lo vedeva bene, eppure le sembrava di conoscerlo. Il cameriere salutò la persona con un sorriso inedito, Erica sentì ordinare un caffè e per un attimo lo vide girarsi e guardarsi intorno. Non ci poteva credere. Era lui. Era la persona che stava guardando poco prima su Facebook. Era Matteo Salvini.

Erica cercò di distogliere lo sguardo, ma solo per un attimo, poi tornò a guardarlo e in quel momento lui la intercettò e disse “buonasera”, dato che lei era l’unica persona presente nel bar a parte il cameriere. Erica si sentì arrossire e rispose al saluto con un falso sorriso di circostanza. Guardò altrove, ma con la coda dell’occhio lo controllava e sentiva il suo sguardo su di lei. “Mi leggo il giornale” disse lui al cameriere, che gli rispose “Certo, faccia pure”. In quel momento Erica si ricordò che il giornale era sul suo tavolino e capì che tra poco un contatto sarebbe stato inevitabile. Cosa doveva fare? Doveva dirgli qualcosa? Criticarlo? Ignorarlo? Non rispondere nemmeno? Scappare via? Cosa avrebbe raccontato agli amici? Avrebbe scritto qualcosa su Facebook? Doveva fare una foto e postarla subito? “Posso?” disse Salvini, che in quel momento era davanti a lei. “Certo” rispose lei. Lui prese il giornale e andò a sedersi. Lo osservò aprire il giornale e commentare a voce alta le notizie, con battute che però lei non capiva e che né il cameriere né i tre uomini al seguito di Salvini prendevano in considerazione. Evidentemente anche lui cercava la sua bolla di solitudine in un tavolino del bar. “Ma tu guarda questo” diceva. O frasi come “Apperò, ma dai” o “Seeee, come no. Ma va, va”. Erica si accorse che lo guardava già da troppo tempo e stava mandando al cervello l’impulso di distogliere lo sguardo, quando di nuovo era troppo tardi: lui l’aveva intercettata. Aveva capito che lei era interessata. La guardò un attimo, sorrise gentile e riprese a sfogliare il giornale. Lei guardava in basso. Era strano vederlo in carne ed ossa proprio lì, dopo che un minuto prima l’aveva visto sul display del suo telefono. Cosa significava? Era un segno? Era un sogno? Erica sorrise per il gioco di parole, e Salvini se ne accorse. “Beata lei che sorride, si vede che non ha letto il giornale” disse. Lei, presa alla sopravvista, rispose solo “No”. Lui continuò: “Fa bene, guardi, a volte nemmeno io vorrei leggerli”, disse a testa bassa mentre sfogliava le pagine. Ci fu qualche istante di silenzio, poi Salvini sorrise da solo, cosa che attirò l’attenzione di Erica e di nuovo i loro sguardi si incrociarono, per poi separarsi un battito di palpebre dopo.

Salvini ordinò un bicchiere d’acqua che il cameriere gli portò immediatamente. Erica pensava fra sé: perché non sono ancora andata via? Perché sono ancora qua? Sono attratta da lui? Per alcuni è un mostro, che sto facendo? Lo sto umanizzando? Sto pensando che dopotutto anche lui si prende un caffè da solo al bar? Che forse tra me e lui non ci sono tutte queste differenze? E’ innegabile che tra me e lui sia in atto qualcosa: basta, me ne vado. Alzò con cautela lo sguardo verso di lui e a quel punto fu come se la realtà andasse al rallentatore, come in certe scene dei film. Sembrava che ci fossero solo loro due e quell’istante diventò lunghissimo, i loro sguardi si incrociarono, si unirono, erano un solo sguardo, fu come stare pupilla contro pupilla, come se entrambi cadessero nello sguardo dell’altro ed Erica provò qualcosa di strano, piacevole, certo, ma anche strano. “La macchina è pronta” disse qualcuno.

Questa frase interruppe il momento rallentato e la realtà riprese a scorrere alla velocità normale. Entrambi abbassarono lo sguardo. La voce che aveva appena sentito era di uno dei tre uomini. “Arrivo” disse Salvini, e fece per alzarsi, ma si fermò e guardò pensieroso Erica. Poi dalla tasca prese una penna e scrisse qualcosa su un fazzoletto. Lo piego a metà, si alzò e lo appoggiò sul tavolino di Erica: “E’ stato un piacere” disse sorridente, mentre lei arrossiva e non trovò il tempo di rispondere. Lui salutò il cameriere e andò via. Erica lo seguì con lo sguardo attraverso la vetrina, mentre attraversava la strada e saliva su un’automobile nera. Forse è il momento di andare via, pensò, meglio tornare a casa, c’è la lavatrice da fare, e poi com’è che si chiama quell’attore, ha un nome strano, forse è danese? Con questi pensieri in testa prese il telefono in mano e stava per alzarsi quando vide il fazzoletto piegato a metà. Che stupida, si era quasi dimenticata di quel gesto così insolito. Cosa può avermi scritto? E’ l’inizio di una strana storia d’amore? si chiese. Sarà il suo numero di telefono? Ma che idee si è fatto quel cretino? Era confusa, un po’ spaventata ma anche affascinata da quella situazione vagamente eccitante. Oddio, aveva pensato quella parola? Eccitante? E’ così che avrebbe raccontato il suo incontro casuale in un bar con Salvini? E se davvero c’è il suo numero di telefono? O forse un complimento, o qualche battuta simpatica e romantica, come nei film. Basta, si disse, lo leggo. Aprì il fazzoletto. C’era scritto: “Ieri 450 morti nel Mediterraneo :)”.

Stream

8 maggio 2017 @ 12:41 pm

È che non ho nemmeno il medico

Ma in 10 minuti posso fare cose molto più divertenti!

Per questo rimando da agosto

Ci vorrebbe autodisciplina ma alla Conad l’avevano finita

Un buon 23 gennaio amici e amiche. Auguri! Vi auguro di passarlo in serenità e allegria con amici, parenti e vini di qualità senza solfiti aggiunti.

su questo sai che concordo. ma quindi non rispondo a questi due individui così sicuri del fatto loro?

io risponderei “il tempo non esiste”

“facebook è un’illusione”

“luca, sono tua madre”

“hai raccolto i bollini inutilmente”

beh per gli abbandonisti il manicomio abbandonato è un po’ come un POV HD “first time in video!!” nei siti porno

Gelo si. La notte ghiaccia tutto. Neve no

Ah beh, allora ok. Ci sono tanti modi di credere dopotutto

E Vialli che cazzo c’entra?

Radio sintony gestita dall’isis.

Il prossimo è un pezzo techno balcanico che penso farà saltare in aria il concetto di “tamarro”

Babba Bia bagazzi

Ah si stupendo. L’ho visto un paio di anni fa

Robertino idolo

Il mio personaggio preferito era il russo sul materasso

Il materusso.

Quello che beveva birra

“dentro il mio cuore c’è un fuoco che brucia, ma i miei occhi sono cenere spenta”

mi aveva pure invitato a roma per presentarmi persone per trovare un lavoro, ma le parole “roma” “presentarmi persone” e “lavoro” mi hanno costretto a rifiutare l’invito.

beh pacciani grande riferimento. ho visto un sacco di volte il processo, è grande teatro

non è il mio compleanno, facebook sbaglia

sì ma basta pizze sbagliate in locali da asporto senza bagno con la tovaglia in plastica e il formaggio finto e la cameriera compassionevole ma stronza

senza dubbio il mio romanzo di fantascienza preferito.

l’unica cosa che posso fare per prolungare la sensazione di sogno appena sognato è rileggermi subito il romanzo

per fortuna esistono gli epub, va

come va? Vorrei che dai rubinetti uscisse vino e invece esce acqua, a parte questo bene

non dico solo che concordo, ma che stampo questa mail e vado a inciderla su una grotta in modo che gli archeologi si convincano che sia stata scritta 20mila anni fa e pensino alla VERITA’ ETERNA.

sto facendo meditazione quasi ogni giorno, in un anno dovrei iniziare a incendiare le cose con la mente

ah sì? stop Canon?

se mi vuoi chiamare ora sono dove prende

ma perchè il kilt?

Ieri mi è arrivato un pacco e il corriere era di baratili

Ma pensa che piccolo il mondo. Infatti vorrei andare su marte

Ma sei a Milano o a oristano? Curioso che tu stia solo in posti che finiscano in “ano”.

e sei in parte siCULO, ovvero siciliANO.

eh, certo. è nato l’altro ieri in realtà

ma la dieta vegana fa viaggiare nello spazio e nel tempo

mogoro glamour

dalla parrucchiera c’è Internazionale e non novella2000.

dunque se un tempo si parlava si diceva “hai visto l’ultima puntata di uomini e donne?”, oggi dalla parrucchiera si dice “hai visto le ultime foto dalla siria?”

è un dato di fatto che non ha senso criticare un dato di fatto

basta cazzo, lasciate in pace questo povero manicomio di volterra

sono sempre soldi ben spesi i soldi non spesi

cmq va detta una cosa: se io vivessi solo andrei a vivere in una catapecchia, un posto da 250 euro al mese sperduto in campagna (si trovano), vivendo con la luce di una candela, lavandomi una volta al mese e spendendo tutto in vino e internet. vivere in coppia comporta una qualità della vita più alta (ovvero più costosa)

ad esempio le donne delle pulizie prendono 8 euro netti. secondo me è come l’olio: sotto gli 8 euro al litro c’è sfruttamento.

i miei vicini di casa si chiederanno perchè ascolto rutti a tutto volume

mando il curriculum al vaticano

da giornalista gli farei una domanda: ma se ci fosse un vaccino contro le scie chimiche? in quel caso che si fa?

ah questa è la classica battuta che posso mettere su facebook per fare il simpatico. non la metto perchè è banale. accontenta troppo il pubblico.

ma pensavo: in una coppia omosessuale se uno fa il papà l’altro può fare le foibe?

sulla mia lapide scriveranno che chiedevo sempre a tutti “come va?”.

non mi dispiacerebbe essere ricordato per questo.

se facessero un biopic sulla mia vita sarei interpretato da margherita buy.

ma quando i siti ti dicono “ci dispiace che tu abbia dimenticato la password” quanto sono ipocriti? non è vero, non gli dispiace veramente!

comunque se ci pensi gli estranei per eccellenza, i veri estranei, sono i parenti.

Ahahah pure io ho i pantaloni a metà tra rigoletto e “sei arrivato tardi quando hanno distribuito i vestiti”. Eppure non mollo. Non li compro!

Che succede? Mi hai chiamato? Mi ero addormentato.

(selezione casuale di miei messaggi privati su whatsapp, telegram, gmail)

Ma.

15 aprile 2017 @ 2:32 pm

Ma questi laureati belli sani e puliti che nelle foto sono pure felici

con rasature perfette, ottima vista, bei capelli e muscoli,

parlano bene

sanno tutto

fanno sport

vanno nei locali

conoscono le lingue

sanno scegliere i vestiti

viaggiano

sostengono i diritti umani

non hanno mai avuto dermatiti

(nè forfora)

se hanno avuto malattie imbarazzanti è perché avevano scopato

lavorano

fanno figli

si condividono tra loro

si ricordano delle cose

bevono birra

sono buoni

fanno mountain bike o vanno a correre

postano foto dove si baciano tra loro

hanno i denti buoni

e sono informati

capiscono pure di libri

di musica

di cucina

di geopolitica

di moda

(di cinema no)

essi insomma sono perfetti, la razza umana andrà avanti perché loro hanno i soldi e la voglia di riprodursi, hanno lo spirito, hanno la rasatura perfetta, un buon codice genetico, un giusto stile di vita e una buona alimentazione, anni di contributi,

avranno la pensione e siccome hanno sempre avuto cura del corpo saranno degli anziani in forma, avranno figli pronti ad aiutarli, perché li hanno fatti quando erano giovani

saranno rispettati da amici, parenti e colleghi

dai vicini di casa

dalla gente su internet

avranno contribuito a migliorare la società in cui vivono

i loro figli faranno arti marziali, avranno denti perfetti e lavori ben retribuiti

parleranno 5 lingue

avranno amici di colore

di tutti i colori

avranno case di proprietà

avranno bici spaziali e auto elettriche

inventeranno la macchina per viaggiare nel tempo

torneranno indietro per venire a vedere quelli come me perché non crederanno che siamo esistiti

e ci vedranno sudati, sporchi, spettinati, con le occhiaie, i denti rotti, i vestiti sbagliati, non istruiti, non formati, insoddisfatti, ingranaggi arrugginiti, non oliati,

ci faranno le foto e poi le metteranno su internet

faranno raccolte fondi per tornare indietro e aiutarci

quindi un giorno vedremo arrivare i loro nonni

questi laureati belli sani e puliti che nelle foto sono pure felici

con rasature perfette, ottima vista, bei capelli e muscoli,

simpatici e istruiti, vorranno diventare nostri amici, avvicinarci a noi per aiutarci

ma noi capiremo:

“In realtà lo fanno perché i loro pronipoti hanno inventato la macchina del tempo, sono tornati indietro e ci hanno visto e hanno provato pena per noi”

allora diffideremo

e loro diranno ai loro pronipoti:

“Vedete? Non si fanno aiutare”

allora sorrideranno, compassionevoli, simpatici

noi saremo stronzi

noi saremo troll

noi saremo alt-right

ci vergogneremo

diremo da soli “ma come, alla vostra età” prima che lo dicano altri

voteremo trump

voteremo berlusconi

voteremo kim il-sung

disegneremo cazzi

disegneremo svastiche

disegneremo un pò scritto con la o accentata

qual’è con l’apostrofo

non useremo il congiuntivo

saremo per il bullismo

per la vivisezione

ascolteremo mozart e rossini bevendo tavernello e bellini

spalmeremo caviale dicendo a tutti che è merda

parleremo in stanze vuote, faremo battute che non sentirà nessuno

ci farà schifo tutto

ci faranno schifo tutti

ci faranno schifo noi

ci faranno schifo loro

e diremo ai pronipoti:

“Voi non conoscete il dolore, non l’avete mai conosciuto da generazioni”

ma loro ci diranno

“E invece sì”

e ci spiegheranno che l’hanno conosciuto più di noi, ci racconteranno storie vere, terribili, commoventi, ci faranno ridere, riflettere, ci faranno provare emozioni

e noi diremo

“Giocate con i sentimenti e sapete incidere anche a livello razionale, siete i nemici peggiori perché non sapete essere nemici”

loro saranno confusi

allora noi ne approfitteremo per dire:

“E poi vi prendete sul serio!”

ma essi non si prenderanno sul serio, saranno ironici, saranno leggeri, saranno buffi, saranno famosi,

noi gli diremo che esiste la muffa

che la muffa ha tanti colori

che esiste il tartaro

che esiste l’anafora

l’epanadiplosi

l’epanalessi

spazi e tempi del suono

solitudini immense, sconfinate

praterie di muffa e tartaro

di disagio

non si arrenderanno ma durante il sonno

mentre dormono sui loro letti di canapa e piume di pegaso BIO,

con le loro compagne abbronzate, atletiche, con i denti perfetti, non fumatrici, che hanno fatto le matte ma poi hanno smesso,

improvvisamente durante il sonno

mentre dormono (perfettamente)

mentre tutto dorme (con i muscoli rilassati, senza russare, belli da vedere anche mentre dormono, utili alla società anche in quel momento)

mentre in apparenza nulla avviene

nel loro cervello un’idea si farà strada:

e ai loro occhi chiusi appariranno le praterie di muffa

montagna di tartaro e solitudine

deserti impossibili

cieli vuoti

50 sfumature di grigio – letteralmente

disturbi dell’umore

ed essi non saranno preparati, non sapranno gestirle, saranno abissi troppo profondi, gli mancherà l’aria, gli occhi cambieranno colore, i capelli diventeranno come di paglia

tutto inizierà a marcire

la radice sarà corrosa

pustole gialle sulla pelle

piccole croste sui volti dei loro figli

foto di gruppo, foto di coppie

la pelle si scioglie

tutto cade

cispa rosa

ragnatele

e soprattutto

 

(titolo “E’ meglio non passare troppo tempo su Facebook”)

 

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